Mappare un secolo di emozioni attraverso la letteratura

Domanda del giorno: si stava meglio quando si stava peggio? Confesso che mi risulta impossibile rispondere e mi lascio prendere di volta in volta, spesso all’interno dello stesso giorno, da previsioni catastrofiche o picchi di ottimismo. Mi sveglio e la rassegna stampa di Alessandro Alino Milan su Radio24 mi informa che c’è la crisi, che siamo senza governo, che siamo sull’orlo di una guerra nucleare, e quasi mi strozzo con lo spazzolino. Provo con il mantra di Tamburini, ma oggi non c’è verso. Mi trascino in un bar a mangiarmi un krapfen alla crema, che chissà se domani ci sarò ancora, e se anche ci sarò magari non potrò più prelevare al bancomat. Poi arrivo al lavoro, accendo il pc e leggo che il filosofo o sociologo di turno sostiene che non abbiamo mai vissuto in un’epoca così felice e pacifica; il mio umore schizza alle stelle, nell’attesa della prossima crisi. 

Qual è dunque la verità? Oggi siamo più felici di cinquant'anni fa? Più soddisfatti? Più sicuri? O è l’esatto contrario? Per scoprirlo dovremmo trovare un modo di mettere a confronto le emozioni tra generazioni; impresa non facile, ma un gruppo di antropologi inglesi ha pensato di cercare la risposta… nella letteratura. Ebbene sì, i libri ci direbbero anche questo. Una ricerca nata alcuni anni fa quasi per scherzo li ha portati a analizzare il contenuto emozionale di libri usciti ogni anno per tutto il ventesimo secolo, quasi un miliardo di parole su milioni di libri in lingua inglese digitalizzati da Google (circa il 4% di tutti i libri pubblicati dal 1900 al 2008). Hanno analizzato l'uso nel tempo di una serie di parole utilizzate per descrivere diverse emozioni: 146 diverse parole per esprimere la rabbia, 92 per la paura, 224 per la gioia, 115 per la tristezza e così via…

Dicevamo che la cosa era nata per curiosità; uno degli antropologi coinvolti, Alex Beintley, ha dichiarato infatti che si aspettavano di "scoprire" che l'uso del linguaggio emozionale fosse rimasto constante nel tempo. E invece quello che è emerso è un andamento altalenante, fatto di veri e propri picchi e depressioni, che ha tratteggiato un grafico di facile interpretazione. Qualche esempio? Gli anni ’20 erano ruggenti, registrano il livello più alto di felicità, mentre il 1941 è un anno particolarmente negativo, infelice, legato non a caso all’avvento della Seconda Guerra mondiale; è palese dunque che ci sia una stretta correlazione con gli eventi sociali e storici del periodo analizzato. 

Il tutto potrebbe sembrare banale, la classica scoperta dell’acqua calda, diciamo solo fondata su basi statistiche più autorevoli; ma il dato interessante è che il campione scelto era molto ampio, composto non soltanto da romanzi e libri dal comprovato contenuto emozionale, ma anche manuali tecnici e libri su piante e animali. Insomma, non solo testi nei quali si parlava direttamente della grande depressione o della guerra, ma incentrati sulle tematiche più disparate, nei quali però il linguaggio delle emozioni penetrava in qualche modo.

I risultati sottolineano un paio di trend interessanti. Il primo è che si possono chiaramente distinguere periodi felici e periodi tristi, come nei due esempi sopra riportati. Altri picchi di felicità? Gli anni ’60 e quelli immediatamente prima dell’inizio della ricerca (2008).

Il secondo è che, sorprendentemente, si registra un graduale e progressivo calo nell’utilizzo di parole che esprimono emozioni; l’epoca in cui viviamo – che siamo abituati a considerare come emotivamente aperta e predisposta alla condivisione anche virtuale di stati d’animo –  produce in realtà una letteratura che sarebbe più avara di emozioni, almeno nel linguaggio. Discorso che vale per tutti gli stati d’animo – gioia, tristezza, rabbia, sorpresa – tranne uno: la paura. Le parole per esprime sentimenti di paura sono infatti in crescita a partire dagli anni ’80.

Che cosa significa? Gli scienziati si fermano qui, forniscono un dato ma non ci danno un’interpretazione. È certo che queste ricerche lasciano sempre un po’ perplessi, ma è un dato di fatto che gli studi sul linguaggio siano considerati tra i più affidabili in termini di ampiezza e imparzialità dei risultati. Viene da chiedersi se tra un centinaio d’anni qualche studioso, analizzando i libri pubblicati quest’anno, penserà che noi del 2013 eravamo inspiegabilmente spaventati o irrazionalmente felici.

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

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