diariofinzioni Muore Alberto Granado: l’ultima avventura del gitano sedentario

Approfondimento / Muore Alberto Granado: l’ultima avventura del gitano sedentario

Le testate, i siti web, le agenzie stampa mentono: Alberto Granado non è morto. Non si è spento lo scorso 5 marzo, come dicono, tra le mura domestiche, all’età di 88 anni, no;  Granado è semplicemente in viaggio. In viaggio per una nuova avventura, la più importante, quella dove il capolinea non c’è e per la quale noi tutti, prima o dopo, possederemo il biglietto. Ed è bello immaginarlo così; nuovamente a bordo, per l’occasione, della sua  Poderosa II, la motocicletta con cui, assieme all’amico Ernesto, partì, ancora ragazzo, alla volta di un mondo del tutto sconosciuto.

Quel viaggio, fu un vero e proprio inizio; erano i primi anni Cinquanta, e Alberto ed Ernesto si accingevano a lasciare la natia Argentina per esplorare il continente sudamericano. Nessuno dei due nacque scrittore, ma entrambi misero i loro ricordi su carta: colui che poi sarebbe passato alla storia come "il Che" annotò emozioni e riflessioni nel diario Latinoamericana, mentre Granado ne fece testimonianza d’inchiostro in Un gitano sedentario. Semplici studenti, di medicina il primo, di farmacologia il secondo, seduti sul sellino della Poderosa, gli amici si addentrarono, tra Cile, Colombia e Perù, nella vita, scoprendo, di tappa in tappa, il loro ruolo nelle forti braccia della stessa. In Venezuela, i due si separarono: Ernesto proseguì fino a Miami, mentre Alberto si fermò, cominciando a lavorare in una clinica per pazienti lebbrosi. In seguito alla rivoluzione, il Che invitò l’amico a Cuba, che vi si trasferì, fondando, a Santiago, la facoltà di Medicina all’università.

Per anni vi è stato il peregrinaggio di giornalisti e non presso l’oramai vecchietto che, come ogni nonno che si rispetti, amava ricordare e raccontare: «Pero, vos sabés lo que era en el 1952 nuestra tierra?» In parte, seppur minima, forse  sì. Lo sappiamo dai diari, dai libri, e pure da quel film di qualche anno fa, che ci ha permesso di addentrarci ancor più fervidamente nelle vite dei due giovani alle prese con un mondo ancora da plasmare, legati da un’amicizia estesa come i paesi da loro attraversati.

Ma è giunto il tempo di rimettersi in marcia, di lasciare il patio dell’amata casa dell’Avana. Del resto, lo stesso Granado diceva che in tali situazioni «bisogna rompere con tutti, lasciare mogli, figli, fidanzate…  e semplicemente partire». Ed è così che infatti andrà. Mentre la moglie Delia e la famiglia ne spargeranno le ceneri tra Cuba, Venezuela ed Argentina, proprio in quelle nazioni che tanto gli insegnarono, Granado sarà in sella alla fedele Norton del ’39, ma ancora una volta non partirà solo: compagna di viaggio, la vita, seduta dietro a lui, pronta a raccontare la rotta dell’ultima, grande avventura del gitano.

Silvia Dell'Amore