Nazionalizzare Amazon, una provocazione (ma non troppo)

Mi scuso con tutti i lettori all’ascolto che ultimamente hanno sentito parlare più di Jeff Bezos che del Papa e che a sentir nominare la lite Amazon-Hachette, la legge anti-Amazon e i droni vengono colti da orticaria.
Tuttavia l’ampiezza del dibattito – soprattutto quello scatenato dal braccio di ferro con Hachette sul rinnovo del contratto – dà l’idea del potere enorme che l’azienda di Bezos detiene nella scena editoriale, non solo statunitense, ma anche europea (ne sono testimonianza il malcontento di editori e autori nel Regno Unito o la battaglia che da anni vede in prima linea il ministro della cultura francese Filippetti contro il colosso dell’e-commerce).

La situazione è sotto gli occhi di tutti: se Hachette deve subire le pressioni di Amazon senza chiamarsi fuori è perché non le lo può permettere. E il motivo è la posizione dominante del colosso di Bezos nel mercato delle vendite online. Come ci ricorda Letizia Sechi su Pagina99, è impensabile anche per un gigante come Hachette – sesto nella classifica mondiale dei maggiori editori resa pubblica recentemente da Livres Hebdo e Publishers Weekly  –   rinunciare a un canale di vendita che negli Stati Uniti detiene circa il 50% del mercato del libro.
Amazon spadroneggia, forte del suo predominio e incurante del fatto che la sua politica venga criticata a destra e a manca da illustri interlocutori quali scrittori, giornalisti o associazioni di autori e editori.

In questa situazione bollente si colloca l’intervento di Richard Eskow su Salon che propone nientepopodimeno che di nazionalizzare Amazon e Google
Il ragionamento di Eskow è in sintesi questo: i due colossi digitali americani esercitano un’influenza enorme su tutti gli aspetti della nostra quotidianità, il loro potere non accenna certo a diminuire e nonostante una situazione di quasi monopolio, il dipartimento di giustizia americano si è mostrato poco incline ad azioni di antitrust contro le due corporation. Perché allora non nazionalizzarle, rendendole aziende di pubblico servizio?

A sostegno della sua idea Eskow cita la tesi sostenuta dalla professoressa di legge Susan Crawford  nel suo saggio Captive Justice, secondo la quale l’accesso a Internet ad alta velocità è fondamentale per la crescita economica e sociale e pertanto dovrebbe essere un servizio pubblico.

Secondo la teoria di Eskow, le Big Tech mega-corporation come Amazon sono nate sfruttando tecnologie finanziate pubblicamente – Internet – e hanno prosperato grazie a politiche indulgenti, come quelle sulla tassazione. Il risultato è che oltre ad avere una situazione di semi-monopolio, hanno anche acquisito una quantità enorme di informazioni sui loro utenti che permetterà loro di accrescere questo potere e di trarre ulteriore profitto dal possesso e dalla cessione di questi dati.

Analizzando il business di Amazon nella vendita di libri negli Stati Uniti, il giornalista osserva che gli ebook costituiscono ormai il 30% del mercato totale del libro, fetta nella quale Amazon detiene circa il 65% delle vendite grazie al Kindle. Circa un libro su cinque è un prodotto di Amazon, senza contare le vendite di libri cartacei. Dati che gli hanno dato un enorme potere contrattuale, al punto che può ottenere sconti fino al 50% dai maggiori editori, quali Random House, senza citare la ormai celeberrima contesa con Hachette.
Un’arroganza che danneggerebbe anche i consumatori, come ad esempio i potenziali acquirenti di libri Hachette che non hanno potuto procedere con l’acquisto o sono stati ingannati sulla reale disponibilità del prodotto.

Vi pare un’idea folle? Sicuramente la pensa così Erik Kain, che in un articolo uscito in risposta su Forbes ha spiegato perché nazionalizzare Amazon, Google e altre tech corporation non sia semplicemente una cattiva idea, bensì la peggiore che abbia sentito recentemente.  Perché il governo degli Stati Uniti dovrebbe prendere in carico la gestione di un retailer di successo? E chi ci dice che saprebbe farlo meglio, nell’interesse del consumatore? 
Per non parlare della seconda argomentazione, quella sul fatto che Amazon non rispetti la privacy dei cittadini, cosa che dopo l’esplosione del caso NSA non può essere annoverata tra le virtù del governo americano.
Infine, la transazione da privato a pubblico comporterebbe anche il passaggio da un quasi monopolio a un monopolio reale, creando problemi quali la determinazione dei prezzi delle migliaia di prodotti che Amazon vende.

Al di là degli aspetti più tecnici, è indubbio che se guardiamo alla questione dal punto di vista della democratizzazione di un bene di interesse pubblico come la lettura, non si può accusare Amazon di avere agito contro i lettori, almeno non nel breve termine. Politiche di prezzo aggressivo e servizi come la spedizione gratuita sono qualcosa del quale il lettore sta traendo beneficio. Che poi alla lunga, a causa della penalizzazione di editori e librerie, questo vantaggio possa ritorcersi contro il lettore, non lo possiamo prevedere.

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

2 Commenti
  1. L’introduzione di formati proprietari è invece qualcosa da cui i lettori non stanno avendo beneficio. Detto questo, la provocazione è divertente ma impraticabile: non solo va contro i valori americani della libera iniziativa, ma anche contro quelli del web, soprattutto nel caso di Google.

  2. Ehm… Potreste cortesemente editare o eliminare il commento sopra, che rimanda a un URL blogspot senza la “g”, non di mia proprietà, dal contenuto equivoco?
    Grazie.

    Il commento era:
    “L’introduzione di formati proprietari è invece qualcosa da cui i lettori non stanno avendo beneficio. Detto questo, la provocazione è divertente ma impraticabile: non solo va contro i valori americani della libera iniziativa, ma anche contro quelli del web, soprattutto nel caso di Google.”