Vi è mai capitato di leggere un libro e pensare che a un personaggio, con quel nome, non poteva certo andare diversamente? Che l’autore, assegnandogli quel nome, dando vita al suo personaggio e presentandolo al mondo con quel preciso nome invece di qualsiasi altro, avesse già scritto la sua storia? Ve ne cito uno su tutti: Fosca. Che chance aveva quella povera creatura malata e oscura di vedersela con una eterea Clara? (Fosca, Iginio Ugo Tarchetti)

La scelta del nome per un autore non deve essere meno difficile di quella che affronta una coppia in dolce attesa, e probabilmente può richiedere ben più di nove mesi. Un nome deve essere sempre significativo o può essere attribuito in modo casuale? Ci sono nomi che meglio si adattano a generi letterari? Perché alcuni personaggi rimangono anonimi? A queste e altre domande prova a rispondere Alastair Fowler, autore di Literary Names, Personal Names in English Literatureun saggio recentemente pubblicato dalla Oxford University Press che affronta un’analisi dell’onomastica, o più precisamente antroponimia, nella letteratura inglese. Nel saggio scopriamo che alcuni scrittori, come George Bernard Shaw, potevano proseguire nella stesura del romanzo senza scegliere i nomi dei protagonisti, abbozzando dialoghi tra personaggi anonimi. Altri invece, come Charles Dickens e Henry James, non potevano nemmeno cominciare senza il nome giusto, e tenevano liste di possibili nomi per usi futuri, presi da precedenti letture, articoli di giornale, liste ufficiali ma anche da annunci pubblicitari che avessero attirato la loro attenzione. Per Dickens la scelta doveva essere significativa, il nome doveva creare un’associazione che non fosse troppo scontata; pensate al personaggio di Thomas Gradgrind in Tempi Difficili, il freddo preside scolastico, l’uomo di calcoli che macina fatti.

Leggendo l’articolo mi sono esercitata nel gioco dei nomi, ripercorrendo mentalmente tutti i personaggi incontrati nelle mie letture che avevano il destino già scritto nel nome. Poteva forse essere raffinato Charles Bovary, un uomo troppo ordinario per stare dietro alle fantasie della moglie? E ancora Zeno Cosini, con un nome pericolosamente somigliante a Zero e un cognome che contiene in sé un diminutivo; uomo di poca cosa, insomma. A volte è una famiglia intera a andarci di mezzo, come nel caso dei Malavoglia. E vogliamo parlare dell’importanza di chiamarsi Earnest, gioco di parole che come sappiamo è intraducibile in italiano? 
E quando non è la scelta a influenzare il corso della storia, entra in scena il suo opposto, la non scelta, quella che porta I sei personaggi in cerca d’autore a dannarsi eternamente per uscire dal loro anonimato. 
A voi vengono in mente altri battesimi letterari che non lasciano scampo?