Voci dalla casa di ferro: torna Yu Hua, ma fuori dalla Cina

Yu Hua, aspirante Nobel cinese e collega sfortunato del laureato recente Mo Yan, ha in cantiere un nuovo libro. Si tratta in questo caso di una raccolta di racconti a metà fra il nuovo e l'invecchiato: nei piani di Yu Hua infatti l'opera andrà a comprendere una parte di vecchi lavori dell'autore in gestazione dai primi anni ’90, così come nuova serie di racconti che lo scrittore si è preposto di scrivere a cadenza mensile da qui all'anno che verrà.

La cosa interessante di questa notizia è che a gettare le basi per il nuovo libro sia stato un editor del New Yorker, e che quindi alla base di questo nuovo lavoro, fatto salvo per il testo "grezzo", di cinese ci sia tecnicamente poco. Cosa ancora più interessante è che questa notizia non sorprenda più di tanto, anzi, che risulti decisamente prevedibile nell'arco della carriera di uno scrittore come Yu Hua.

Yu Hua è nato nel 1960 e appartiene grosso modo alla generazione di Mo Yan. Firma recente del New York Times, Yu è stato tradotto in quattordici lingue, italiano incluso: tra i suoi titoli spiccano Cronache di un venditore di sangue, Le cose del mondo sono fumo, Arricchirsi è glorioso e Vivere, la cui trasposizione cinematografica da parte di Zhang Yimou ha probabilmente contribuito in larga parte, grazie anche alla censura cinese, al successo transcontinentale delle sue opere. Merita una lettura attenta, in questo senso, la sua recente intervista con Megan Shank per il Los Angeles Review of Books (qui l'intervista in inglese), così come il suo intenzionale silenzio su colleghi illustri e meno illustri. 

La letteratura cinese contemporanea è ricca e variegata. Vi sono scrittori di ogni genere, così come ogni genere di scrittura. Per come la vedo io, il problema più grande che si trova ad affrontare la letteratura cinese riguarda come comunicare le realtà del giorno d'oggi.

Ciò che dice è vero. La letteratura cinese contemporanea è senza dubbio ricca e variegata, ma è nell’omissione dei particolari (ovvero dei nomi di chi la rende ricca e variegata) che si capisce meglio il “problema più grande” in questione: la maniera di raccontare la realtà.

Si tratta di una questione sottile e sfumata. Come molti lettori con piglio cinese avranno notato, le vie tramite cui uno scrittore cinese si fa strada fuori dai propri confini sono piuttosto convolute, e molto spesso percorrono una zona grigia fatta di censura e provocazione, silenzio e grido, in una condizione di consapevolezza non del tutto ingenua della risonanza che è capace di generare la figura dello scrittore perseguitato (i casi di Ma Jian e Chen Guanzhong saltano in mente qui). Yu Hua, come molti dei grandi nomi della letteratura cinese tradotta e “mondiale”, si ritrova nel vecchio dilemma della casa di ferro:

Immagina una casa di ferro senza finestre, praticamente indistruttibile, con tanta gente addormentata sul punto di morire asfissiata. Tu sai che la morte li coglierà nel sonno e che quindi non conosceranno le pene dell’agonia. Ora, se tu, con le tue grida, svegli quelli dal sonno più leggero e se costringi questi sfortunati a soffrire il tormento di una morte inevitabile, credi di rendere loro un servigio?

Era in questi termini infatti che Lu Xun – padre putativo della letteratura cinese moderna – poneva la questione del ruolo degli intellettuali cinesi nel proprio paese, a ridosso della rivoluzione letteraria del 1919 e a pochi anni dall’implosione dell’ultima dinastia (quella di Bertolucci nell’Ultimo imperatore). E non è un caso che “Lu Xun” sia una delle parole scelte da Yu Hua per descrivere la modernità della sua nuova Cina nel pamphlet La Cina in dieci parole (tradotto per Feltrinelli da Silvia Pozzi). A pensarci bene, questa metafora vale ancora oggi, basti pensare alle polemiche sollevate dall’assegnazione del penultimo premio Nobel a Mo Yan, per molti il Marquez cinese contemporaneo, per altri uno scrittore notevole, ma troppo compiacente nei confronti del governo cinese à la Piazza Tiananmen.

L’impressione generale, nell’avere a che fare con questi autori, è che la loro penna sia già per metà quella del traduttore: Yu Hua ammette limpidamente che sapeva già dopo la stesura del primo capitolo de La Cina in dieci parole che il testo non avrebbe visto la luce nel proprio paese. “Quando scrivo non penso alla censura, nè tantomeno al mercato.“ Probabilmente è così, ma in un certo senso è come dire che respirando noi non pensiamo all'ossigeno e all'anidride carbonica: questi esistono a priori.

Yu Hua tornerà negli scaffali entro l'anno venturo, con una raccolta di racconti in equilibrio fra il materiale d'archivio e le nuove pagine. Sarà davvero interessante osservare con quale occhio verrà raccontata la Cina nel nuovo libro di Yu Hua, e se “l'assurdità della realtà” di cui parla lo scrittore nell'intervista non sia in ultima analisi altro che il risultato di una sintesi distorta e infelice fra le aspettative preconfezionate di critici e lettori occidentali e le reazioni di "accomodazione", magari inconsce, di uno scrittore proiettato fuori dai confini.

Se alcuni si svegliano, non puoi più dire che non ci sia alcuna speranza di distruggere la casa di ferro. (Lu Xun, La falsa libertà)

Lorenzo Andolfatto

Sono lettore, traduttore, interprete e studiante. Mi occupo di cose cinesi nelle ore di lavoro, e di cose letterarie perlopiù americane nel tempo libero. Non sono ancora diventato musica da ascensore.

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