Paulo Coelho: l’uomo delle banalità

Paulo Coelho fa parte di quegli autori che o si amano o si odiano. O si apprezzano o si disprezzano.
Fa parte degli autori moderni che scrivono romanzi su romanzi, le cui citazioni fanno in breve tempo il giro dei social. Giorno e notte. Ventiquattro ore su ventiquattro. Sette giorni su sette. Per la vostra gioia, sì.
Fa parte degli autori che, ogni tanto, amano spararla grossa per tornare sulla cresta dell'onda.

Tipo quando ha detto, in un'intervista al giornale Folha de S. Paulo, che Joyce e il suo Ulisse hanno causato ingenti danni alla letteratura. Che l'Ulisse era ed è puro stile. Che tolta la forma non resta più niente. Che l'intento di Joyce era solo quello di «impressionare altri scrittori».
Diversamente da lui, Coelho ha fatto del linguaggio semplice e delle frasi ad effetto un cavallo di battaglia. Un mezzo, a suo dire, per comunicare col mondo intero.
Poi per carità, secondo Virginia Woolf, l'Ulisse era l'opera di un «liceale a disagio che si gratta i foruncoli […]. Un libro ignorante e plebeo; il libro di un operaio autodidatta…» etc. etc.
Ma perfino Virginia, alla fine, un po' si ravvede («Devo rileggerne alcuni capitoli. Probabilmente la bellezza definitiva di uno scritto non è mai sentita dai contemporanei; ma essi dovrebbero, credo, esserne turbati; e io non lo sono stata»). E la Woolf era la Woolf.
Coelho, d'altra parte…

Ma comunque. Inutile dire che certe uscite, al giorno d'oggi, non passano inosservate e va a finire che uno gli risponde come ha fatto Alexander Nazaryan sul NY Daily News in un articolo il cui titolo, The astounding stupidity of Paulo Coelho, lascia ben poco spazio all'immaginazione.

Che ci piaccia o no, comunque, cari detrattori di Paulo Coelho, l'autore in questione vende. Eccome se vende! Vende, da solo, più di tutti gli scrittori brasiliani messi insieme.
E la domanda, a questo punto, è una sola: perché?

Ha cercato di rispondere Héctor Abad Faciolince, scrittore e giornalista colombiano, in un articolo tradotto qui da Silvia Rogai. Ha cercato di farlo, stando a quanto dice, andando al di là della risposta più semplice («se Coelho da solo vende più libri di tutti gli altri scrittori brasiliani messi insieme è proprio perché i suoi sono libri sciocchi ed elementari»), calandosi non solo nella psiche dei lettori, ma anche nell'universo letterario che compone e circonda le opere di Coelho.

Faciolince inizia col rispondersi che probabilmente Coelho riesce a travestire da mistero vere e proprie sciocchezze, rendendole così affascinanti.
«Era una giornata calda e il vino, per uno di questi misteri impenetrabili, riusciva a rinfrescargli un po' il corpo», dice Paulo. E Faciolince risponde: «quale mistero impenetrabile che un liquido disseti!».

Ma no. Non basta. Secondo il giornalista colombiano in Coelho, in fondo, c'è del genio.

Coelho riesce a trarre profitto dalla credulità del suo pubblico. Dalle sue debolezze e dalla sua ignoranza. Nientemeno.
Analizzando L'Alchimista, l'opera più nota del rivale brasiliano, Faciolince nota come Coelho punti prima sui sogni («il linguaggio di Dio»), poi sulla divinazione, quindi sulla magia, infine addirittura sul sesso (ricordiamo tutti il passo in cui il giovane protagonista de L'Alchimista «lesse cose che non aveva mai raccontato a nessuno, come […] la sua prima e solitaria esperienza sessuale»).
Il trucco è, però, parlarne con tono sapiente («di una sapienza falsa» tiene a precisare Faciolince), in un ambiguo linguaggio oracolare rilasciato a piccole dosi.

Ancora, per rendere inoffensivo il pensiero esoterico, Coelho lo combina con una bella manciata di cristianesimo tradizionale, in modo da «privarlo di qualunque pericolo satanico». E così, citazioni della Bibbia si alternano a quadri del Sacro Cuore di Gesù e a preghiere del Padre Nostro.

C'entra, però, anche la tecnica narrativa dello scrittore brasiliano (del tutto inconsapevole di avere una tecnica narrativa, a detta di Faciolince).
Al colombiano, Coelho ricorda un po' Propp e la sua Morfologia della fiaba. Ma non crediate che Coelho abbia letto Propp e le sue teorie sulle "funzioni" della narrazione tradizionale. Sarebbe «troppo sofisticato» per lui.
Coelho, bontà sua, riesce da solo a impiegare «le strutture più primitive del racconto per l'infanzia». Le sue storie, insomma, sono zeppe di schemi elementari che non fanno che ripetersi e ripetersi e ripetersi.

Forse, secondo Faciolince, Coelho migliora in quest'ultimo senso nelle opere più recenti, ad esempio in Undici minuti (la durata di un coito secondo Coelho, per la cronaca). Ma forse anche no.

Insomma.
Vere o non vere che siano le sue affermazioni, dimostrabili o meno, Faciolince ha dimostrato di avere un bel dente avvelenato. E l'ha dimostrato in un articolo in cui l'acredine, a ben vedere e a voler essere del tutto onesti, sembra lasciare poco spazio alla critica oggettiva che qualsiasi autore, anche Coelho, meriterebbe. Faciolince, in definitiva, si perde nell'insulto mandando all'aria l'occasione di regalarci un'analisi approfondita. (S)cadendo a più riprese in quell'uso smodato del luogo comune che a Coelho tanto critica.
E non è dando ai lettori degli ignoranti che si migliora la situazione, che li si invoglia a leggere altro.
Anche perché, che gli piaccia o no, che ci piaccia o no, Coelho continua a scrivere e a vendere. Che poi il suo successo sia dovuto alla stupidità della gente, al linguaggio semplice (o semplicistico, che dir si voglia) o agli schemi tipici della narrativa infantile, è ancora tutto da dimostrare e l'articolo di Faciolince aiuta poco.
È poi vero, e da queste parti lo sappiamo fin troppo bene, che non si può giudicare la bontà di uno scrittore dal numero di copie vendute (altrimenti le Cinquanta sfumature di grigio&co. dovrebbero essere un capolavoro della letteratura mondiale) e che, anzi, spesso i romanzi più venduti sono i peggiori. Ma neppure si può pretendere di giudicare le letture altrui. Non sempre, almeno.

Leggete dunque quello che volete. Scrivete quello che volete. Apprezzate Coelho o passate la vostra vita a odiarlo visceralmente.

Quel che è certo, cari lettori, è che qui a FInzioni tutto possiamo perdonare a Paulo. Tutto.
Ma non la sparata sull'Ulisse. Quella ce la sognamo ancora di notte.
E abbiamo pure un'hashtag, alla faccia sua e del rendere semplice ciò che è difficile. Perché noi #NonMollyamo.

Valentina Simoni

Una laurea in giurisprudenza, ma da grande voglio fare la coccolatrice di akita. Dico cose che non dovrei dire. Scrivo cose che non dovrei scrivere. Leggo cose che non dovrei leggere. Feticista della grammatica italiana e lettrice compulsiva, bookaholic senza speranze, divoratrice di serie tv. Nel tempo libero ascolto musica classica, imparo a suonare chitarra e pianoforte e gioco a riordinare la mia libreria.

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