Questione di etichette

 

E alla fine ci ha pensato Cassano a fugare ogni mio dubbio. Sì, insomma, avete presente quella battuta sui gay in nazionale in una conferenza stampa di qualche giorno fa, durante gli Europei di calcio? (a proposito, ricordatevi sempre di commentare le partite del nostro Eurofinzionato!!!, ogni commento vale un goal per la vostra squadra/libro del cuore).

Perché avevo letto questo articolo sul Huffington Post ma senza prestargli troppa attenzione e dedicandogli giusto un sopracciglio sollevato e una scrollata di spalle. Intanto, però, l’articolo continuava ad essere ribattuto dal HuffPo per il fiero dibattito che l’argomento trattato stava suscitando tra i lettori. E poi, come dicevo, è arrivata la dichiarazione di Cassano. E anche se le due cose non sembrano direttamente collegate… O magari sì.

Personalmente non ritengo che la presenza di un personaggio gay all’interno di un romanzo sia sufficiente a qualificare quel tale romanzo come gay fiction, specie se la trama è, di fatto, incentrata su ben altri motivi di ricerca e approfondimento narrativo. Allo stesso modo non credo che l’omosessualità di un calciatore, o di uno sportivo in genere, ne pregiudichi il talento o lo spirito di squadra.

Ma ora vi spiego meglio. C’è questo scrittore americano, Ryan Quinn, il cui romanzo d’esordio – The Fall – narra di tre giovani studenti di un college americano alle prese con le difficoltà della vita, del cammino verso la scoperta del sé, dello sport come metafora della sfida che ogni giorno si affronta per crescere.

Eccitatissimo, scopre che il suo libro è al primo posto nelle classifiche di vendita su Amazon. L’emozione, tuttavia, dura pochissimo: la classifica Amazon che lo incorona è quella dedicata alla Gay & Lesbian Fiction.

Ora, è vero che nel romanzo uno dei protagonisti è omosessuale, ma l’autore non ritiene che questo basti ad etichettare la sua storia come omoerotica tout court, e ad essere inserita (benché al primo posto) in una lista in cui gli altri romanzi presenti trattano molto più esplicitamente il tema dell’omosessualità, a cominciare dalle copertine, che riproducono bei maschioni a torso nudo che si abbracciano appassionatamente (la copertina di The Fall, per la precisione, ritrae il tranquillo campus di un college colto nelle meravigliose tonalità di un placido autunno).

Lo sport, l’amicizia, il difficile percorso che trasforma l’adolescente in adulto: questi sono, secondo il suo autore, le vere radici narrative del romanzo.

L’ulteriore sorpresa Ryan Quinn la riceve quando scopre che in un’altra classifica, quella dedicata ai best-selling Sport Fiction, il suo romanzo risulta piazzato al secondo posto dopo l’ultimo romanzo di John Grisham (Calico Joe, in uscita in Italia il prossimo 22 giugno per Mondadori) e prima di L’Arte di Vivere in Difesa di Chad Harbach (Rizzoli). Entrambi imperniati sullo sport come allegoria della vita e della crescita interiore; Il romanzo di Harbach ha più di un personaggio dichiaratamente omosessuale e, tuttavia, non è inserito nella classifica dei best-selling Gay & Lesbian Fiction.

Logico che Ryan Quinn se ne domandi la ragione: è forse perché lui non ha mai nascosto di essere un autore gay? Ma quanto ha a che fare questo con la sostanza del suo romanzo? Uno scrittore è uno scrittore, a prescindere dalle sue inclinazioni sessuali, e l’unica lista valida dovrebbe essere quella della Good Fiction, quella narrativa cioè capace di intrattenere e allo stesso tempo far riflettere il lettore sulle diverse e complicate sfaccettature della vita.

L’articolo, o forse sarebbe meglio definirlo lo sfogo del signor Quinn sul HuffPo, ha, come anticipato, scatenato una ridda di interventi da parte dei lettori, la maggior parte dei quali lo invita ad infischiarsene delle etichette e godersi semplicemente i risultati ottenuti, specie in quanto esordiente.

Altri puntano il dito contro la smania, tipica dei bookstore on line, di categorizzare e sottocategorizzare ogni singolo libro pubblicato, apparentemente per facilitare la scelta e l’acquisto da parte dei lettori, ma in realtà come ennesima strategia di marketing volta a moltiplicare l’offerta al pubblico attraverso la proliferazione di generi e sottogeneri in cui si raggruppano quasi sempre gli stessi libri.

Qualcun altro, infine, solidarizza con l’autore, condividendo il dubbio che tali etichette possono, in effetti, depistare più che aiutare il lettore a scegliere (e se il lettore cercava proprio un porno gay e si è ritrovato, invece, con uno di quei romanzi che fino a non molto tempo fa si chiamavano “di formazione”?).

E Cassano? Posto che ho i miei dubbi sul fatto che leggerà mai The Fall, seppure questi dovesse essere pubblicato anche nel nostro paese, chi glielo dice adesso che un giocatore, così come uno scrittore, si riconosce “dal coraggio, dal talento e dalla fantasia”?

Sara Minervini

Chi sono? Sono una lettrice. Che faccio? Leggo. E come vivo? Vivo.

7 Commenti
  1. Interessante articolo. Anche io avevo letto di questa pesudo-polemica di un autore ai più semi/sconosciuto. Un ottimo modo per farsi pubblicità e guadagnare i riflettori. Mi ricorda quegli scrittori italiani, che non avendo più nulla da dire in letteratura, la buttano sulla polemica. L’etichetta gay fiction è altrettanto restrittiva quanto quella di Letteratura americana, o di narrativa, o di letteratura sullo sport. Ci si sofferma su quella perché essere gay (glbtqi) fa ancora problema.

  2. Concordo. Tutte le etichette sono limitative, in letteratura o altrove. Lo sfogo dell’autore poi è una ulteriore forma di pubblicità, oltre che un modo per accattivarsi le simpatie dei lettori.

  3. Cassano sarà pure omofobo, ma ieri ci ha aiutato a passare il turno agli Europei, perciò per stavolta la battutaccia gliela facciamo passare 😉

  4. Che poi secondo me è davvero solo marketing, perchè vada per la distinzione tra i generi, ma in libreria o on line il lettore ha comunque la possibilità di leggere la quarta di copertina per capire di cosa tratta un libro, e di conseguenza scegliere se gli garba oppure no.

  5. Certo @Marco, è solo una battuta. Vallo a spiegare a quelle persone che grazie a queste battute (e all’ideologia che ci sta dietro) sono vittime di violenze e abusi. Se al posto di frocio, avesse usato una parola simile per indicare altre categorie (donne, migranti, ebrei…) credo che la reazione sarebbe stata diversa. L’omofobia (il sessismo, in genere) non è una questione solo dei gay.
    @sailorw: ovvio che si tratta di una strategia di marketing, ma in passato (e ancora oggi, credo) la presenza di una letteratura di genere per molte persone queer ha significato l’unica possibilità di trovare dei modelli positivi in cui identificarsi. Quindi non si ratta semplicemente di decidere se un libro può piacere o meno, ma anche se quel libro può contribuire a creare un immaginario diverso.

  6. Aborro ogni tipo di etichetta. È appiccicosa, non ti si toglie più di dosso e quel che è peggio te l’ha affibiata qualcun’altro e non ti rappresenta realmente.
    Cassano poi poteva pensarci prima di sparare quella “battuta” ignobile, perchè dovrebbe sapere che per il ruolo pubblico che ricopre quello che dice ha un certo peso e sappiamo tutti che esistono persone che mutuano il loro pensiero da quello altrui, specie se sono giovani e se a parlare è stato uno che considerano come un idolo.
    Per quanto riguarda i libri, le etichette sono ancora più restrittive perchè un libro, un buon libro almeno, ha talmente tanto da dire e da offrire che in una definizione sola e striminzita proprio non ci stà.