Ricordando Francis Scott Fitzgerald

Il 21 dicembre del 1940 Francis Scott Fitzgerald moriva in seguito al terzo attacco cardiaco, otto anni prima della moglie Zelda, mangiando una tavoletta di cioccolato e lasciando incompiute le pagine di The Last Tycoon, ultime tracce dell'epilogo disincantato della generazione che i suoi romanzi avevano rappresentato e celebrato.
Rendere omaggio ad un autore che, complice il successo del film di Baz Luhrmann tratto dal suo capolavoro, sembra essere ormai tornato a far parlare incredibilmente di sé sollecitando riedizioni, articoli, saggi, riflessioni di ogni genere potrebbe apparire forse un po' banale, persino superfluo. Ma la grandezza di Fitzgerald, quel talento naturale come il disegno sulle ali di una farfalla di hemingwayana memoria, è tale da meritare anche l'ennesimo e umile invito alla lettura di un'opera che ha scavato un solco profondo, imprescindibile, nella letteratura del suo tempo.

Ci sono molti modi di accostarsi alla scrittura di Francis Scott Fitzgerald. Si può partire da Il grande Gatsby, terzo romanzo sul piano cronologico ma primo in valore, perdendosi nell'illusione di un amore idealizzato e di un passato irrecuperabile celata dietro il lusso e la sfrenatezza delle feste dell'omonimo e misterioso protagonista. Oppure si può scegliere il capolavoro della maturità, Tenera è la notte, seguendo la parabola discendente della famiglia Diver, nata dalle premesse sbagliate della seduzione amorale del denaro e della disintegrazione nevrotica dei sentimenti e dell'identità, ritratto spietato del matrimonio e della malattia di Zelda. È possibile, se lo si preferisce, procedere in ordine cronologico e cominciare dall'esordio Al di qua dal paradiso con le aspirazioni tutte fitzgeraldiane dello studente Amory Blaine, o ancora dal racconto della disperata e logorante attesa di un'eredità immeritata che anima la vita edonista e dissoluta di Anthony e Gloria in Belli e dannati. Si potrebbe inoltre cominciare dai racconti e sprofondare nella cronaca ironica, paradossale, grottesca e surreale di un'epoca storica in cui «non esistono che diamanti, diamanti e forse lo squallido dono del disincanto» (Il diamante grosso come l'Hotel Ritz).
Questo perché, a prescindere dall'immaturità dei primi scritti e dall'inarrivabilità letteraria di Gatsby, il risultato non cambia: l'intera opera di Fitzgerald è attraversata dai medesimi temi, dalla rappresentazione delle vicende di una generazione perduta che annaspa per restare a galla e si deteriora fisicamente e moralmente nel tentativo di consolidare una forma di successo economico e sociale, incapace di conciliarsi con il presente e di accogliere il futuro.
L'ossessione romantica di Gatsby e quella patrimoniale di Anthony, così come la nevrosi patologica di Nicole/Zelda e il fallimento professionale e umano di Dick Diver/Scott non rappresentano che le ultime istantanee isteriche di un tracollo inesorabile e inaccettabile, combattuto con l'unico strumento di sopravvivenza che l'America dei Roaring Twenties sembrava mettere a disposizione: l'accumulo ossessivo-compulsivo di denaro da dissipare per colmare i vuoti lasciati dalle illusioni perdute.
Una denuncia dell'illusorietà che non riguarda soltanto l'idea di felicità, di giovinezza e amore, ma coinvolge anche la letteratura stessa.

Contro Fitzgerald furono mosse diverse accuse. La prima da parte della stessa Zelda, che lo denunciò di plagio all'interno delle mura domestiche per tutti gli episodi di vita coniugale e i frammenti di diario trasposti nei suoi romanzi. Le altre da tutti coloro che, abbagliati dal lusso e dalla dissolutezza così fedelmente dipinte nei suoi libri, fraintesero l'entità di questa acuta sensibilità descrittiva come indice di superficialità, criticando il suo disimpegno sociale.
In realtà, nel descrivere la corruzione avida e sconsiderata della sua generazione Fitzgerald ne ha mostrato in ogni suo scritto i meccanismi asfissianti e deprimenti; e lo ha fatto con tutta la lucidità di cui solo uno scrittore eternamente e ingiustamente scisso tra la coscienza del proprio talento e la necessità di svenderlo per sopravvivere – o anche solo per farsi sposare da quella fidanzata capricciosa che lo aveva respinto a causa del suo reddito insufficiente – poteva dare prova. E l'eleganza del suoi personaggi, meravigliosamente impeccabili sullo sfondo del declino malsano che li travolge, è così perfetta che lascia intravedere la profonda disperazione del vuoto di esistenze costruite sulle diverse declinazioni dell'assenza: l'illusione, il rimpianto, l'attesa. 

Nella mia storia di lettrice Fitzgerald ha rappresentato uno spartiacque: c'è stato un pre-Fitzgerald, fatto di grandi maestri letterari accademicamente canonizzati, e un post-Fitzgerald, fatto di grande letteratura contemporanea. 
Ponendosi come portavoce ideale di un'epoca di transizione (quella tra le due guerre, tra il boom economico e il crack del '29, tra la materializzazione di un sogno e il suo crollo), mettendo nero su bianco le ultime tracce corrotte di un idealismo romantico che anticipava il disincanto degli anni a venire, dipingendo l'isteria moderna divoratrice di talento il genio di Fitzgerald risulta fortemente radicato nel suo tempo. E nonostante ciò, nonostante la sua contestualizzazione precisa, non ha mai smesso di essere attuale. 
Leggere Francis Scott Fitzgerald significa non soltanto riscoprire un mondo dal fascino decadente e inconfondibile, ma anche ritrovare quelle tematiche che hanno attraversato la letteratura successiva, incidendo a tal punto l'immaginario letterario occidentale da giungere fino a noi per nulla sminuite in intensità.

Ecco perché, a settantatré anni dalla morte che lo colse in rovina, quando ormai l'alcol aveva divorato quel che restava della sua grande ispirazione nonché della sua salute, le uniche parole valide per ricordarlo rimangono quelle che gli dedicò Hemingway:

Il suo talento era naturale come il disegno tracciato dalla polvere sulle ali di una farfalla. In un primo tempo non lo capì più di quanto non lo capisca la farfalla, ed egli non se ne accorse neppure quando il disegno fu guastato o cancellato. Più tardi si rese conto delle sue ali danneggiate e comprese com'erano fatte e imparò a riflettere e non riuscì più a volare perché era scomparso l'amore per il volo e poté solo ricordarsi di quando volare non gli era costato il minimo sforzo. 

E, ovviamente, quelle dei suoi libri. Da leggere, rileggere e rileggere.

Oriana Mascali

Abusa come se non ci fosse un domani dell'espressione "come se non ci fosse un domani". Specializzata in letteratura francese per aver scoperto troppo tardi gli americani, ha una sola certezza nella vita: avrebbe voluto essere Francis Scott Fitzgerald, ma non lo è. Peccato. Comunque le sarebbe andata più che bene anche Sylvia Plath.

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