Pace fatta tra Salman Rushdie e John le Carré, almeno per ora. È della settimana scorsa infatti  la notizia che i due celebri scrittori britannici hanno finalmente  messo fine ad una guerra che li vedeva opporsi a suon di pubbliche frecciate da ben quindici anni. Guerra di parole, sia bene inteso, ma di quelle che fanno male! 

Il mese scorso, durante una conferenza al Festival di Letteratura di Cheltenham, Rushdie ha dichiarato pubblicamente di ammirare molto il lavoro di Le Carré e di considerare La Talpa come uno dei più importanti romanzi inglesi del dopoguerra. Va da sé dunque che gli dispiaccia avergli dato del pallone gonfiato (possibile traduzione in italiano, anche se l’originale pompous ass rende decisamente meglio il concetto). Le Carré ha accettato il rametto d’ulivo e ha raccontato al Times di essere anch’egli dispiaciuto per la faida e che sia tutta acqua passata.

Il dissapore risale addirittura al 1989, quando Le Carré criticò pubblicamente i Versi Satanici, sostenendo che le grandi religioni non potessero essere insultate impunemente. Posizione scomoda e controcorrente, a maggior ragione se consideriamo che Rushdie fu colpito da una fatwa che ancora oggi pende sulla sua testa. Nel 1997, quando Le Carré fu accusato di antisemitismo, Rushdie colse l’occasione per manifestare in una lettera al Guardian la sua disapprovazione nei confronti dell’autore della Talpa. Le Carré gli diede allora dell’opportunista; Hitchens intervenne schierandosi dalla parte di Rushdie. E ancora, Le Carré lo accusò di essersi auto-canonizzato, Rushdie decise così che l’appellativo affibbiato al collega fosse decisamente troppo blando e lo definì pure ignorante e semi-letterato.

Sarà che con l’età si diventa più buoni, ma oggi pare essere tutto dimenticato, sepolto sotto dichiarazioni di reciproca ammirazione. Ne prendiamo atto con un certo rammarico, ché le liti di questo livello sono rare al giorno d’oggi, quando tutti sembrano essere così buoni e politically correct. Tutti tranne Bret Easton Ellis, sia ben chiaro.

Tornando indietro ai tempi d’oro, la celebre querelle tra i due scrittori è solo una delle tante (anche se tra le più divertenti) che hanno animato la storia della letteratura. Perché a volte gli scrittori sanno essere vere primedonne, e tra antipatie latenti e odi manifesti, battute al vetriolo e reciproche stroncature, potremmo riempire pagine e pagine di aneddoti. Ma oggi non vogliamo parlare di liti bensì di paci fatte o almeno di armistizi, di armi deposte e di bandiere bianche pubblicamente sventolate.

Ci sono voluti quindici anni per fare la pace anche a V.S. Naipaul e Paul Theroux; un tempo incredibile se si pensa all’origine della lite tra i due, che per di più erano buoni amici. Naipaul mise in vendita un libro con dedica dell’amico, e a Theroux ci volle un intero memoir per lavare l’offesa. I due sono stati avvistati l’anno scorso al festival letterario di Hay-on-Wye mentre si stringevano la mano, foto che ha avuto un’attenzione mediatica che manco Arafat e Rabin.

Erano legatissimi anche William Thackeray e Charles Dickens, ma essere secondo all'amico doveva pesare molto a Thackeray. Forse proprio per invidia mise in giro voci sul conto dell’amico, corteggiò la sua ex moglie e lo criticò in una corrispondenza con il pupillo di Dickens, Edmund Yates. Ma poco prima di morire, Thackeray depose le armi. 

Vladimir Nabokov e Edmund Wilson poi erano così amici da chiamarsi affettuosamente Volodya e Bunny. Peccato che la stroncatura di Wilson-Bunny alla traduzione dell’Eugenio Onegin di Puškin fatta da Nabokov-Volodya fece così arrabbiare l’amico al punto che non si parlarono per anni, finché nel 1971 Nabokov si decise a fare il primo passo quando seppe che Wilson era gravemente malato. 

Celebre anche la lite tra due grandi della letteratura sudamericana, Gabriel García Márquez e Mario Vargas Llosa; Marquez si beccò addirittura un cazzotto dall’amico, per motivi ufficialmente politici e ufficiosamente sentimentali. Si suppone che l’occhio nero sia stato archiviato, visto che in occasione del quarantennale di Cent’anni di solitudine Marquez ha permesso la pubblicazione di un saggio sul suo capolavoro scritto dall’ex amico. 

E vissero per sempre felici e contenti. Finché lite non li separi.