Scrittori, non santi

Ultimamente mi è capitato di riflettere di nuovo sull’ineluttabile tendenza di noi comuni mortali a dover associare un profilo umano integerrimo o quantomeno accettabile agli artisti dei quali siamo estimatori. L’occasione, ovviamente, è stato lo scatenarsi del polverone mediatico suscitato dalle accuse di abusi sessuali da parte della figlia adottiva di Woody Allen, Dylan Farrow, rilanciate tramite una lettera aperta al New York Times quando mancano poche settimane alla proclamazione dei premi Oscar, premi per i quali lo stesso Allen è in lizza come miglior regia per il film Blue Jasmine. Al di là dell’idea che mi sono fatta o meno sulla vicenda, ammesso che io me ne sia fatta una, il punto è che non riesco a vedere la correlazione tra le accuse (gravissime) e la corsa agli Oscar. Certo, la cosa mi interessa umanamente, ma non in relazione allo spessore artistico di Allen, che rimane per me un grandissimo regista.

Sembra tuttavia che la tentazione di dipingere o immaginare un artista amato come una "brava persona" sia fortissima in noi fan, e che la dimostrazione del contrario ci procuri se non irritazione o rifiuto, almeno una certa delusione. All’idealizzazione dell’oggetto amato non sfuggono nemmeno i fan più autorevoli, come sottolinea Tim Parks in questo articolo uscito un paio di giorni fa sulla New York Review of Books nel quale identifica in una serie di biografie di scrittori lette negli ultimi dieci anni la tendenza a dipingere questi ultimi con superlativi assoluti: il migliore, il più grande, il più innovativo. Scrittori di epoche e "generi" differenti quali Dickens, Dostoevsky, Chekhov, Hardy, Leopardi, Verga, D. H. Lawrence, Joyce, Woolf, Moravia, Morante, Malaparte, Pavese, Borges, Beckett, Bernhard, Christina Stead, Henry Green. La teoria di Parks è che, con rare eccezioni, tutti questi autori sono stati descritti dai loro biografi come dotati e talentuosi e il loro comportamento, anche quando problematico e oltraggioso, è stato descritto con toni adulatori. Quasi che i biografi avessero il timore che una condotta non ineccepibile o una vita non votata a una nobile causa potessero svilire la percezione del loro lavoro. 

Parks porta alcuni esempi a sostegno di quanto affermato. Pensiamo a Joyce: in una delle biografie dello scrittore irlandese, l’autore, Gordon Bowker, costruisce il mito dell’artista indipendente e in cerca di libertà spirituale per spiegare la decisione di Joyce di lasciare l’Irlanda, paese provinciale e caratterizzato da un cattolicesimo intransigente nel quale non sarebbe mai potuto diventare un grande scrittore. La realtà dei fatti però è diversa, ovvero a spingere Joyce alla fuga sarebbe stata la volontà di nascondere a amici e parenti una fidanzata giovanissima e senza istruzione, che l’avrebbe spinto a trasferirsi con lei all’estero per poi sposarla. E ancora, in varie biografie di Beckett si parla della sua integrità artistica, del suo rifiuto di rilasciare interviste o di prendere parte ai premi letterari, ma non si cita il fatto che l’artista lo faceva per insofferenza a qualunque imposizione sociale o limitazione della propria libertà, al punto che passò dal farsi mantenere dai suoi genitori (dai quali però non accettava ingerenze) a farsi supportare anche economicamente dalla compagna e in seguito moglie Suzanne Dumesnil. Tendenza esasperata in tutte le biografie di Dickens, nelle quali non si accenna al fatto che il grande scrittore inglese avesse un carattere dispotico, che lo teneva impegnato a controllare la vita di tutti coloro che lo circondavano e a punirli nel caso in cui non soddisfacessero le sue aspettative, e inoltre che fosse un uomo timoroso di qualsiasi possibile competizione, compresa quella del figlio aspirante poeta (aspirazioni presto stroncate dal padre).

Certo, potremmo dire che alla situazione descritta sopra fa da contraltare uno scenario esattamente opposto, nel quale il mito dell’artista si alimenta al contrario di eccessi e sregolatezze che contribuiscono a creare la figura del maudit. Sono in taluni casi gli artisti stessi, o i libri e film a loro dedicati, che creano e nutrono questi miti, costruendo su di essi il loro fascino. Che siano santi e diavoli, a me poco importa, ve lo confessavo fin dall’inizio. Non nego una curiosità, a volte anche "morbosa", verso le vite degli scrittori che amo, soprattutto per quei pezzi di reale che spesso, se non sempre, si ritrovano nelle loro pagine. Ma un pessimo uomo rimane un grande scrittore, per quanto moralmente riprovevole. Per farvi un esempio su tanti, non c’è nulla di tutte le cose orribili e insensate che Céline ha messo nero su bianco che possa sminuire la grandezza letteraria di Viaggio al termine della notte. Voi come la pensate?

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

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