Scrivere è una tortura o il lavoro più bello del mondo?

Photo credit: Bookish

È ancora Philip Roth a far parlare di sé. Dopo il suo ritiro anticipato (per alcuni scioccante almeno quanto quello di ieri) ogni sua dichiarazione suscita grande attenzione mediatica e viene ripresa all’unanimità dalla stampa culturale di mezzo mondo. Ad essere sotto i riflettori adesso è una piccola querelle, anche se indiretta, con Elizabeth Gilbert, scrittrice americana nota ai più come autrice del bestseller Mangia, prega, ama, a sua volta noto ai più in Italia per un dimenticabile film con protagonista Julia Roberts. 

Ma andiamo per ordine. Il tutto ha avuto inizio un paio di mesi fa, come racconta il New Yorker, in seguito ad un pezzo pubblicato sulla Paris Review da un fan di Roth, Julian Tepper, che rivelava l’incontro più o meno casuale che aveva avuto con il suo idolo. Tepper racconta di aver atteso alcuni mesi che Roth tornasse nel deli nell’Upper West Side dove lui lavora come cameriere e dove Roth è un cliente abituale, per regalargli una copia del suo primo romanzo, Balls, appena pubblicato. L’episodio è avvenuto sedici giorni prima che Roth annunciasse al mondo la sua uscita di scena ed è ormai noto ai più che Roth, dopo essersi complimentato con il ragazzo, gli abbia consigliato di mollare finché era in tempo, affermando che scrivere è una tortura:

Really, it’s an awful field. Just torture. Awful. You write and write, and you have to throw almost all of it away because it’s not any good. I would say just stop now. You don’t want to do this to yourself. That’s my advice to you.

In risposta alle affermazioni di Roth, la Gilbert si è lanciata in una strenua difesa della scrittura pubblicata in esclusiva su Bookish, sostenendo, in estrema sintesi, che scrivere è il più bello dei lavori. La Gilbert argomenta, non a torto, che, per quanto Roth non sia il primo "grande" a lamentarsi di questo aspetto, la lamentela suoni fuori luogo in bocca a un uomo che nella vita ha avuto tutti i riconoscimenti possibili (tranne il Nobel!) e uno dei pochi per il quale il successo commerciale ha quasi sempre coinciso con un apprezzamento della critica. Se fin qui possiamo darle ragione, le argomentazioni della Gilbert passano poi a tematiche più deboli, tipo chiedersi se scrivere sia più difficile di lavorare in miniera o crescere un figlio da soli e affermare che scrivere è il lavoro più bello del mondo indipendentemente dai guadagni, anche solo per il fatto che non si deve dar retta a nessun capo né subire molestie sul lavoro né lavorare in ambienti malsani. E ancora, l’autrice si chiede perché Roth abbia agito così: per vanità? O il sabotaggio di una nuova penna è stato frutto di invidia?
Ora, non c’è dubbio che scrivere sia prima di tutto un atto volontario e riuscire a farlo, con successo o anche solo con soddisfazione, sia sicuramente un privilegio. Ma credo che questa sia una risposta facile e a tratti naïf ad una affermazione complessa, e che quello che Roth voleva dire, ammesso che volesse davvero dire qualcosa, non era in nessun modo paragonare il lavoro di scrittore a tutte le altre professioni che richiedono grande fatica (fisica o mentale che sia).

Al di là dell’incredulità per il fatto che una conversazione privata in un bar tra uno scrittore e un giovane fan abbia sortito un tale effetto mediatico – non è un caso che il giovane autore si sia poi scusato pubblicamente per aver sollevato (intenzionalmente o meno) un tale polverone – ci sono un paio di cose da osservare. La prima è che quella di Roth era, appunto, una frase detta all’interno di una conversazione privata, non una dichiarazione pubblica; con che tono l’ha detto? Forse sorrideva? Forse ha agito come un vecchio brontolone che mette in guardia un giovane perché tenga i piedi per terra?
Inoltre, non c’è dubbio che "tortura" sia una parola forte, ma non tutte le parole sono da prendere alla lettera; Roth voleva probabilmente indicare una sofferenza, un rovello, anche una fatica vera e propria relativa al farsi della scrittura che credo tutti i grandi abbiano provato. Proprio in questi giorni sto leggendo Una specie di solitudine, i diari di John Cheever editi da Feltrinelli, e già dalle prime pagine (in quella che anche in questo caso era una dimensione privata) emerge una difficoltà, un senso di inadeguatezza e finanche un tormento legati allo scrivere. E sono solo due nomi ma ne potremmo fare a decine ( la stessa Gilbert ne cita alcuni).

Usare la parola tortura è stato senza dubbio un’esagerazione, ma ci sono espressioni alle quali io sono decisamente più insofferente, che si collocano proprio al lato opposto dell’iperbole. Di solito sono legate all’atto del respirare, ovvero l’atto che ci tiene in vita, quello più basilare; mi riferisco a frasi come scrivere gli era necessario o naturale quanto respirare. Si fa passare il messaggio che sia facile e naturale un’azione che nella maggior parte dei casi richiede in egual misura grande talento e grande dedizione, per di più condizioni necessarie ma non sufficienti perché il sogno di diventare uno scrittore possa realizzarsi. Noi ve l’abbiamo già raccontato qui che scrivere non è sempre così fico.

Se volessimo quindi vedere la questione dal punto di vista opposto, non sarebbe stato altrettanto scorretto rispondere ad un trentenne con ambizioni da scrittore: fallo, è il lavoro più bello del mondo? E voi – concedetemi questa semplificazione – da che parte vi schierate?

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

1 Commento
  1. Non ho letto il libro della Gilbert, ma se è anche solo simile al film si capisce come per lei non esista proprio il problema del rovello della scrittura..