Se anche il NYT si accorge del self-publishing

Il quattro dicembre 2012 il New York Times ha pubblicato per la prima volta la recensione di un libro autoprodotto. Si tratta di un saggio, The revolution was televised, firmato dal critico televisivo Alan Sepinwall, che racconta il dietro le quinte di alcune delle più grandi serie televisive americane, da Twin Peaks  fino a Mad Men, passando per Lost, e spiega come esse abbiano rivoluzionato l’attuale scenario dell’intrattenimento, portando la televisione ad essere apprezzata dal pubblico e soprattutto dalla critica al pari del miglior cinema d’autore. 

La notizia non è però nel libro in sé – che per inciso è molto interessante ma anche terribilmente a rischio spoiler, quindi vi consiglio di cuore di leggere solo i capitoli delle serie che avete già visto – ma nel fatto che si tratti della prima recensione che una rivista prestigiosa come il NYT concede ad un libro non pubblicato da una casa editrice. Un’investitura ufficiale dei libri autoprodotti o un’eccezione che non fa altro che evidenziare quanto tardiva e scarsa sia la considerazione della critica ufficiale nei confronti di queste produzioni? A dar retta a quanto scrive sull’Huffington Post Amy Edelman, fondatrice del sito IndieReader, la risposta sarebbe senza dubbio la seconda. 
Opinione condivisa anche da Suw Charman Anderson, esperta di self-publishing e crowdfunding, che nel commentare la notizia su Forbes sottolinea come ottenere una recensione sui media tradizionali sia ancora oggi un sogno irrealizzabile per la maggior parte degli scrittori che pubblicano le loro opere senza ricorrere ad un editore. La motivazione sarebbe che gran parte dei critici non vuole avere a che fare con autori "autoprodotti" per il semplice fatto che non vogliono aver a che fare direttamente con gli autori e continuano a fare affidamento sulle case editrici come unico filtro per selezionare i titoli di maggiore interesse. 

Certo è, riconosce la Edelman, che si avverte l’esigenza di una bussola che aiuti in qualche modo i lettori a orientarsi in una pletora di autori indipendenti e autoproduzioni. Perché se è vero che self-publishing non è sinonimo di bassa qualità e dilettantismo, è altrettanto certo il contrario: indie non è necessariamente bello. La volontà di siti come IndieReader è appunto quella di svolgere questa funzione di mediazione e portare i migliori titoli indie all’attenzione della critica ufficiale, e di conseguenza dei lettori, le cui scelte sono ancora fortemente condizionate dalle recensioni lette su i media tradizionali, anche se queste si inseriscono oggi in un panorama più ampio che vede blog letterari, social network e comuni lettori svolgere un ruolo di sempre maggiore rilievo. E per farlo devono riuscire a inserirsi nella relazione, ormai consolidata, tra le case editrici "tradizionali" e i critici letterari.

Anche noi di Finzioni abbiamo cercato di fare il punto sulla situazione di queste autoproduzioni nel nostro paese, riscontrando un certo movimento e alcuni buoni risultati, soprattutto per quanto riguarda generi di nicchia e meno mainstream.
E voi? Qual è il vostro rapporto, ammesso che ne abbiate uno, con i libri autoprodotti? Io confesso che il saggio di Sepinwall è la prima autoproduzione che acquisto, e quando ho deciso di comprarlo non avevo nemmeno fatto caso a questo aspetto. Come l’ho scelto? Semplice, mi sono fatta incuriosire da una recensione letta sul New Yorker

 

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

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