Three Percent

Partendo dal fatto che negli Usa oggi i titoli stranieri tradotti rappresentano solo il 3 % dei libri pubblicati, Chad W. Post già direttore di Open Letter, la casa editrice della University of Rochester che pubblica esclusivamente opere in traduzione, e autore di un libro uscito l’anno scorso negli Stati Uniti con il titolo The Three Percent Problem, ha anche creato un blog che si chiama appunto Three Percent.

La domanda che Post si fa è perchè solo il 3% ? Contro per esempio il 30% del totale dei libri tradotti in Europa. In Italia, c'è stato un calo, ma siamo ancora abbondantemente sopra il 20%. Perchè l'America chiude le porte alla narrativa straniera?

La stessa domanda se l'è posta Silvia Pareschi, chiamata in causa da Giuseppe Zucco per Nazione Indiana; traduttrice per Einaudi e Mondadori, Silvia Pareschi vive tra l'Italia e San Francisco, vista la sua professione, ha avuto modo di porre il quesito del 3% agli addetti ai lavori, come per esempio a Brent Sverdloff, direttore del Center for the Art of Translation di San Francisco, che si dichiara ottimista anche grazie all'alta percentuale di immigrati che adesso vedono il bilinguismo non più come un handicap, bensì come un'opportunità.

Non è dello stesso avviso Susan Bernofsky curatrice del blog Translationista, traduttrice dal tedesco che afferma: «L’industria editoriale parte dal presupposto che i libri tradotti vendano meno di quelli scritti originariamente in inglese. Di conseguenza si investe meno nel marketing dei libri tradotti, generando una spirale negativa che solo di tanto in tanto viene interrotta dalla comparsa di bestseller stranieri, come ad esempio la trilogia di Stieg Larsson e L’eleganza del riccio».

Insomma, salvo qualche caso legato a successi editoriali mondiali, l'America è scettica e restia ad investire in opere straniere, tanto che molti operatori del settore non ricevono un aumento di stipendio da decenni.

La Pareschi ci fa notare che persino una grande rivista come il New York Times dedica pochissimo spazio ai libri tradotti, e sottolinea che questo è un modus operandi molto diffuso tra i media in genere a causa della cattiva convinzione che la letteratura straniera non attiri lettori. Inoltre il mestiere di traduttore viene visto come qualcosa di prettamente accademico, legato al mondo universitario e non come un mestiere che possa svolgere un libero professionista.

Sulla questione dovrebbero intervenire le istituzioni, come in Francia in cui i libri tradotti dal francese possono usufruire di un finanziamento da parte del Centre national du livre.

Personalmente se da casa mia dovessero sparire i libri di scrittori stranieri, questa ne uscirebbe più che dimezzata. Tempo fa si era parlato della possibilità di mettere il nome dei traduttori in copertina insieme a quello dell'autore. Ecco una soluzione da tenere in alta considerazione, e tu America, svegliati!

Laura Caponetti

intervisto personaggi che non esistono, guardo serie tv in tutte le lingue pur conoscendone solo due, sana di mente? forse!

5 Commenti
  1. Sono d’accordo sul nome del trafuttore in copertina. Il traduttore è un co-autor a tutti gli effetti.

  2. Sono d’accordo sul nome del trafuttore in copertina. Il traduttore è un co-autore a tutti gli effetti.

  3. Spesso, quando dico che leggo più letteratura straniera che italiana, mi dicono: ma allora leggi I traduttori.
    In effetti credo che dai tempi delle inchieste di Sanantonio tradotte the Bruno Just Lazzari o i racconti del viaggiatore incantato tradotti da Landolfi, mi sono convinto che fra i traduttori ci sono dei grandi scrittori e che il lettore dovrebbe essere messo in condizione di avere una presa di coscienza e cercare I libri tradotti dai traduttori che gli piacciono.
    Poi, mi chiedo una cosa, ho letto da poco un po’ di libri di Fred Vargas, perchè non è mai lo stesso, (la stessa) il traduttore? è una politica editoriale? ad esempio Ian McEwan non lo fanno più tradurre a Susanna Basso, perchè?

  4. Mario, è capitato anche a me di trovare lo stesso autore tradotto di volta in volta da una diversa penna, purtroppo non so risponderti, non so perché succeda. Non sono nemmeno molto d’accordo sull’affermazione “leggere i traduttori”, in fondo scrivere un libro è prima di tutto raccontare una storia, e la storia è l’unica cosa che non appartiene al traduttore ma apparterrà sempre all’autore.

  5. Naturalmente, io amo le storie, è per questo che leggo autori stranieri, l’espressione “leggere i traduttori” impressiona quelli che pensano che si può scrivere qualunque cosa, ma che quello che importa è come è scritta, che secondo me è un pensiero obsoleto.
    Io sono convinto che ogni autore deve avere la tecnica di scrittura che gli serve a raccontare la sua storia, averne di più e mostrarla non è sempre un miglioramento.
    Grazie comunque