Troppa realtà nella fiction?

All’inizio di questa settimana qui su Finzioni si parlava di libri che ci toccano fino a farci quasi stare male. Per quanto mi riguarda, quando una lettura mi prende fino a questo punto, e all’improvviso mi scopro un nervo scoperto ipersensibile e iper-reattivo, è a causa (o per colpa?) della genialità dello scrittore, o del talento della sua storia, microgranuli della quale si mescolano alla mia storia, alla mia vita, al mio passato, miscelandosi con essi e innescando reazioni che sfuggono al mio razionale controllo. Ho sempre pensato che il più delle volte questo non sia un danno, che al contrario abbia un effetto positivo, benché non troppo terapeutico: smorza almeno il mio egoismo nei confronti del dolore (non è più soltanto mio), mi spinge a coltivare una più spiccata solidarietà, un senso di appartenenza e comprensione.

Ma nel corso di questa stessa settimana, mi sono imbattuta in questo articolo qui, in cui una scrittrice americana – Jael McHenry – si chiede se non sia sbagliato incorporare troppa realtà nella fiction, se gli sconvolgimenti naturali o innaturali dell’esistenza umana riprodotti in forma scritta non vadano, a volte, oltre il sopportabile per il lettore. Malattie, omicidi, suicidi, aborti, attacchi terroristici, guerre, sparatorie nelle scuole, violenze di ogni tipo, disastri, terremoti, uragani… sono qualcosa con cui, chi più chi meno (vi auguro onestamente di rientrare nella categoria del di meno) ognuno di noi deve fare i conti, nostro malgrado, quotidianamente. Ma in letteratura? C’è bisogno di questo promemoria continuo che la vita, a dirla tutta, fa schifo?

Jael parte dal presupposto che i suoi libri sono infarciti di uno spesso strato di realtà: i suoi personaggi vivono nella sua stessa città, addirittura nella sua stessa casa, e se non sono persone che conosce realmente poco ci manca. Narrano di perdite, di sofferenze, di tragedie realmente vissute. Ma la recente catastrofe dell’uragano Sandy a New York, di cui lei risiedendo a Brooklyn Heights è stata testimone (ma non, per sua fortuna, vittima), l’ha portata a chiedersi:

«Is it disrespectful in some way to include disaster like these in our fiction? I honestly don’t know […] If fiction in made up of real things, who do they belong to? As writers, should we make them ours? Or leave the big ones alone?»

Il punto è che il sito web a cui la McHenry ha affidato queste sue considerazioni è frequentato per lo più da aspiranti scrittori, per cui le risposte ottenute seguono quasi tutte la stessa frequenza d’onda: sostengono, con le dovute precauzioni (tatto, accortezza, possibilmente distacco), che sia naturale per un autore documentare (ovvero scrivere) di eventi che non colpiscono soltanto gli uomini e le donne ma scolpiscono la Storia intera di un Paese, di una generazione o di un secolo. È anzi, una precisa responsabilità dell’artista renderne eterna la memoria per tramandarla ai posteri; è quello che l’arte (o almeno una parte di essa) ha sempre fatto.

E dunque? E dunque c’è però che leggendo ho iniziato a domandarmi (probabilmente influenzata dal cortocircuito tra cronaca e morbosità innescato da un certo tipo di tv, quello à la Barbara D’Urso & C. per intenderci) se il punto di vista di questi scrittori non sia in qualche modo influenzato dal miraggio di un profitto che, facendo leva sui sentimenti dei lettori, faccia vendere questo genere di opere proprio in quanto facili specchi di un dolore comune. Perché, appunto, a rispondere ai quesiti posti da Jael McHenry sono gli scrittori. Ma i lettori, invece, che ne pensano?

Sara Minervini

Chi sono? Sono una lettrice. Che faccio? Leggo. E come vivo? Vivo.

4 Commenti
  1. dico che il compito della narrativa (pure di quella fantastica) è raccontare la realtà, in che modo e quale parte della realtà lo decide l’autore. Ma se una cosa, bella o brutta, tragica o buffa, complessa o semplice ha dei riscontri nella nostra vita e nell’animo umano allora può e deve essere raccontata secondo la sensibilità e le ambizioni di ciascun autore

  2. Sono scelte soggettive, certo deprecabili se l’obiettivo è solo un facile profitto, ma se uno scrittore scrive sia per sé che per gli altri ed è autentico in quello che fa, perchè non includere “troppa” realtà? Sul fatto che sia responsabilità dell’artista conservare la memoria non sono totalmente d’accordo: tutti abbiamo la stessa responsabilità nei confronti della storia, magari alcuni la sentono di più di altri.

  3. Mi verrebbe da dire che se l’obiettivo è solo il facile profitto, che l’autore di butti sul morboso o sia il più possibile politically correct, la sua mediocrità salterà inevitabilmente fuori, quindi non è davvero importante QUELLO che scrive, ma il talento, l’inventiva, e se vogliamo scivolare un po’ nella retorica zuccherosa da pese degli unicorni, l’amore per la scrittura.

    In linea generale invece sono assolutamente restia a qualsiasi forma di politically correct (di cui programmi alla D’Urso&Company sono ahimè infarciti, a dispetto della loro apparente ricerca dello scandalo e del morboso ad ogni costo), quindi sarei favorevole ad affrontare qualsiasi tematica senza per forza essere “rispettosi”. Compito dell’artista può essere anche quello di shockare il suo lettore se, ripeto, non guidato solo dal facile guadagno ma ha un messaggio vero da condividere e una storia coi controcosiddetti da condividere col mondo.

    Quindi in conclusione sì, se un autore sente il bisogno di dire che la vita fa schifo non vedo dove sia il problema, per ogni autore fatalista ce ne sarà un altro che si tuffa come un pesce baleno nella direzione opposta. C’è talmente tanto da leggere nel mondo e il nostro potere come lettore è proprio quello di scegliere e premiare l’artista meritevole, di qualsiasi tematica egli scriva, che si faccia o non si faccia portatore del moderno disagio sociale! 😀