Tweet Novel, trend passeggero o nuovo genere letterario?

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Non è certo la prima volta che sentite parlare di tweet novel. I primi esempi di micro storytelling sono comparsi in rete già da alcuni anni e la questione di come il social che impone di esprimersi in 140 caratteri abbia influenzato le modalità di narrazione è stata ampiamente sviscerata.

Certo che se a cimentarsi con questa impresa è un nome come David Mitchell, l’esperimento ottiene una visibilità diversa. L’autore inglese di Cloud Atlas, titolo tornato recentemente alla ribalta grazie alla trasposizione cinematografica dei fratelli Wachowski, a luglio 2014 ha deciso di fare il proprio esordio su Twitter con un nuovo account per pubblicarvi la sua ultima short story dal titolo The Right Sort. 280 tweet in 7 giorni (qui li trovate tutti) che raccontano le esperienze e le sensazioni di un ragazzino sotto effetto del Valium della madre che esprime quello che succede nella sua testa mentre lo sperimenta. Una strategia mediatica? Può essere, in quanto la presenza di un protagonista teenager ricorre anche nel nuovo romanzo di Mitchell, The Bone Clocks, uscito pochi giorni fa per Random House e candidato al Man Booker Prize 2014

Resta il fatto che il caso non è isolato e a cimentarsi con le opportunità di narrazione offerte da Twitter prima di lui sono stati, anche se in modo diverso, altri due big names della letteratura. A febbraio 2013 Neil Gaiman aveva sperimentato un progetto di scrittura collettiva tramite Twitter, invitando tutti i suoi follower a fornirgli delle idee dalle quali avrebbe tratto una storia al mese, storie confluite poi nel libro A Calendar of Tales. Il progetto, in collaborazione con BlackBerry, è ora fruibile e scaricabarile gratuitamente dal sito dedicato. 

Ancor prima era stato il premio Pulitzer Jennifer Egan a pubblicare una short novel dal titolo Black box su Twitter; si trattava di un racconto scritto per il New Yorker e pubblicato a puntate sottoforma di tweet, con la frequenza di uno al minuto dalle 8 alle 9 di sera, per 10 giorni. Il racconto però non nasceva su Twitter, ma era stato scritto dalla Egan per un anno, tagliando e limando il materiale per ridurlo alle 8.500 parole attuali.

Un precursore del genere in Italia è stato Tito Faraci, che insieme Claudia Maria Bertola ha scritto nel 2012 un #tWeBook a quattro mani (o due account) durato 4 mesi, 404 tweet e 56000 battute (che potete scaricare qui).

E se gli autori che si confrontano con i 140 caratteri crescono, e i risultati autorevoli cominciano a diventare un elenco, si può dire che quello che fino a ieri era un trend partito dal basso stia diventando un vero e proprio genere letterario? A chiederselo è il Guardian, che evidenzia come Mitchell sia stato il primo vero big name della scena letteraria internazionale – Granta's Best Young British Novelists nel 2003, vincitore di numerosi premi con Cloud Atlas, candidato tre volte al Man Booker Prize – ad aver rilasciato un’opera inedita interamente sotto forma di tweet (ma si dimenticano della Egan!). Il Guardian lascia poi la domanda in sospeso, abbandonando il fenomeno attuale e sottolineando come la micro narrazione esistesse ben prima dei social (è il caso dello scrittore francese Félix Fénéon, che nel 1906 aveva scritto una serie di micro storie per Le Matin, il quale non ha caso è stato resuscitato su Twitter).

È certo che la tweet novel è ancora considerata da molti come poco più di un’esercizio di stile interessante o divertente, se non un puro stratagemma di marketing. Tornando alla domanda posta dal Guardian, è forse sbagliato parlare della nascita di un nuovo genere, anche se la tweet novel per sua natura ha, o almeno dovrebbe avere, una forma di espressione (e di fruizione) propria e distinta da quella della letteratura tradizionale. Essa impone infatti allo scrittore delle scelte stilistiche, che però in alcuni casi sono vissute come forzature: se Mitchell ha paragonato la scrittura su Twitter a una "diabolica camicia di forza testuale", la Egan ha lavorato al suo racconto un anno, dimezzandolo e avvalendosi anche di un taccuino con otto rettangoli per pagina prima di trasferirlo in tweet. Esempi entrambi lontani dall’immediatezza che il mezzo suggerirebbe, quella ad esempio della storia basata sull’improvvisazione e sul botta e risposta di Faraci e Bertola; e non a caso sia la Egan che Mitchell non erano attivi su Twitter prima dei due esperimenti (la Egan aveva twittato 7 volte, Mitchell aveva un profilo riservato a comunicazioni istituzionali).

E per quanto riguarda il lettore, anche le modalità di fruizione, che dovrebbero essere legate alla serialità tipica del "romanzo a puntate", inusuale per il lettore che è abituato ad avere a disposizione la storia nella sua interezza, sono spesso riconvertite a una lettura più tradizionale e continua. Chi di voi ha letto Scatola nera, ad esempio, lo ha fatto in contemporanea alla pubblicazione o ha piuttosto aspettato che la spy story della Egan venisse pubblicata da minimum fax per goderne nella sua interezza? 

 

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

2 Commenti
  1. a parte le difficoltà “logistiche” del cercare e leggere i tweet (io uso twitter da PC), ho preso la “versione completa” del racconto della Egan, ma temo di non fare testo, io odio anche i fumetti a puntate e le serie tv preferisco aspettare che escano complete piuttosto che seguirle passo passo (ammetto che è una fisima che mi dev’esser venuta invecchiando…)

  2. Anche io ho preso la versione “completa” e cartacea di Scatola nera, ma ti dirò che, a posteriori, avrei forse preferito godermi la narrazione online, per quanto convenga con te sul fatto che a livello logistico il dover star dietro/ripercorrere/cercare i tweet sia un po’ macchinoso.

    Quello dell’attesa è un piacere un po’ perverso che a volte riesco a concedermi (in ambito filmico/televisivo più che nella lettura, in realtà) 🙂