Un brindisi a Charles Bukowski

Per lui non mi va proprio di usare il condizionale, perciò niente oggi avrebbe o oggi sarebbe. Oggi, 16 agosto, è semplicemente l'anniversario della nascita di quel formidabile scrittore chiamato Charles Bukowski, per gli amici Hank, diminutivo del nome di battesimo Henry prestato anche al suo più famoso alter ego letterario, Henry Chinaski. 

Di Bukowski si può parlare all'infinito e, soprattutto, si può intraprendere un discorso su di lui lungo innumerevoli direzioni. Perché parliamo di un autore di cui opera e biografia si intrecciano, consegnando ai lettori un qualcosa di eccezionale davanti a cui non si può rimanere privi di argomenti. Quando mi ritrovo a parlare con qualcuno di Bukowski e magari a doverne consigliare la lettura, mi capita spesso di dire che si va incontro a un'esperienza radicale da cui non si può uscire illesi. Leggendo un racconto o un intero romanzo di Bukowski si può rimanere sconcertati, affascinati, schifati, strabiliati, contrariati o innamorati. Non ci possono essere mezze misure, perché la portata stessa della sua opera non ha mezze misure. E, come accade con tutti i grandissimi scrittori, la cosa fantastica è che questa esperienza di lettura può prenderti a pugni in pancia o accarezzarti, farti ridere o farti stringere lo stomaco. C'è chi legge di corse di cavalli, bar, ubriaconi e prostitute, altri leggono di personaggi tragici che diventano emblemi di una società, di un'epoca o di una generazione, chi invece vuole cogliervi sagace provocazione. Be', ognuno può leggervi ciò che vuole, o meglio, ciò che gli serve. Fatto sta che, addentrandosi sempre di più nella sua opera ed entrando nel suo strampalato microcosmo, il lettore si rende conto che Bukowski è un autore sorprendentemente sfuggente.

Oggi, nel giorno immediatamente successivo a Ferragosto, tra pranzi che sfidano contemporaneamente l'apparato digerente e il buon senso, il mio sogno è avere il vecchio Buk come compagno di sbronze. A una scampagnata, a un falò, scegliete voi. Tra birre in lattina in confezione da sei e bottiglie di vino vuote per metà, vedo l'autore di Storie di ordinaria follia che se ne sta in disparte ad aspettare di essere disturbato. Mi avvicino e occupo la sedia vuota di fronte alla sua. Lui, con le labbra strette per non far cadere il mozzicone che sballonzola ancora fumante al lato della bocca, mi chiede una sigaretta, ma si limita a servirsi dalla mia bottiglia ancor prima di sentire la risposta. Subito dopo, vengo rapito da quella voce profonda che procede, tra non so quante interruzioni, come un'intensa cantilena che azzera tutto il resto. E non parla di cavalli e nemmeno di amici che gli devono qualche dollaro. Lui parla e io ripenso al suo bluebird, a tutto quel mondo fatto di eccessi e sregolatezze che sembra un ritratto e che invece è solo l'inizio del viaggio. Per questo Mickey Rourke in Barfly sembrava solo una macchietta, perché non è tutto lì, perché c'è dell'altro. 

Torno in me e mi accorgo che Bukowski non c'è, che non c'è più da quasi vent'anni. Eppure qui ci sono i suoi libri e c'è chi racconta di lui. Oggi è il suo compleanno, ma non è il giorno in cui avrebbe compiuto novantatre anni. È il giorno in cui bisogna ricordare e commemorare la sua nascita, come è d'obbligo per tutte le persone speciali che dietro di sé hanno lasciato qualcosa che gli altri hanno la fortuna di ammirare. Perciò l'unica cosa da fare è tentare di farsi largo tra la folla che popola le sue storie, fare il giro di qualche bar, entrare in una pensione malfamata oppure cercarlo direttamente all'ippodromo e, se proprio non riusciamo a trovarlo, brindare alla sua, augurandogli semplicemente buon compleanno. 

 

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

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