Vendere libri a tutti i costi

Malgrado il titolo, non sto per parlarvi né di siti e negozi dove vendere i libri delle superiori che tenete nel bagagliaio dal giorno dopo la maturità, né di siti e negozi dove comprare i libri a prezzi stracciati. Stavolta parlo di marketing. In realtà la sola idea di me intento a mettere insieme mezza riga su qualcosa di vagamente economico basta da sé a farmi ridere, perciò chiarisco subito che l'articolo tratta più precisamente l'argomento, o se volete il problema, riguardante il rapporto tra il marketing e i libri. La domanda che ci poniamo oggi in sostanza è: fin dove ci si può spingere per vendere un libro?

Sgombriamo subito il campo da discussioni del tipo: i libri sono cultura e non merce perciò la cultura non si vende (e immaginatevelo detto da Carlo Verdone con questa faccia). Siamo abbastanza grandicelli per ammettere di essere immersi fino al mento in una pozza/società/generazione dove il capitalismo ha vinto, il marketing è il linguaggio internazionale e le multinazionali fanno panini malsani ma buoni e cellulari radioattivi ma fichissimi. Inoltre, se ci piace leggere ci piace anche tenere in mano i libri (fatti con gli alberi) e prendere la macchina (quindi inquinare) per andare in libreria (quindi spendere i soldi e alimentare il Sistema). Perciò scrolliamoci di dosso le categorie astratte e cerchiamo di analizzare il più lucidamente possibile la situazione. Su Repubblica c'è un piacevole articolo dove si parla di «trucchi», «bugie» e «segreti» impiegati dall'industria libraria per averla vinta sui clienti-lettori. In realtà l'analisi non riguarda solo l'odierno marketing editoriale ma si sofferma anche sui casi del passato, ad esempio gli pseudonimi, dove la manipolazione del dato reale è stata utilizzata per moltiplicare le vendite. 

Poiché non siamo qui né per indignarci né per fare smorfie di disapprovazione, è bene ragionare sull'esistenza di un ampio ventaglio di possibilità per attirare l'attenzione su un determinato titolo. D'Annunzio, ad esempio, da scandalo ambulante quale era, fungeva egli stesso da promotore per la propria opera e fu capace di scrivere al suo editore, Sommaruga, per invitarlo a pubblicare in fretta il Canto Novo, così che uscisse in concomitanza con la sua imminente fuga assieme alla Duchessa di Gallese. L'aneddoto ha il suo fascino, è indubbio, ma a conti fatti non è molto diverso da ciò che accade oggi quando si ristampa un libro a ridosso del suo adattamento sul grande schermo o quando si lavora un po' per fare di un autore o di un autrice un vero e proprio personaggio. Gli pseudonimi non bastano più a suscitare mistero, perciò si tenta la via della segretezza a scopo, reale o fittizio, di privacy (vedi Melissa P.). Oppure si prova con lo pseudonimo "a tempo", come ha mostrato il controverso caso di JK Rowling con Robert Galbraith, dove il sospetto della montatura non è bastato a frenare l'accelerazione delle vendite.

Nel sopracitato articolo di Repubblica, Paolo Repetti di Einaudi Stile Libero sostiene che «in letteratura è tutto consentito» e in effetti, a meno che non si voglia rischiare di impantanarsi in contraddittorie discussioni, è questo il motto che va tenuto a mente. Ciò non deve spingere i protagonisti dell'industria libraria, dagli editori ai lettori, a credere che tutto sia lecito senza alcun tipo di conseguenza (non a caso nello stesso articolo Carlo Carabba di Mondadori parla della possibilità di «minare il rapporto di fiducia con il lettore»). In realtà riflettere su questi meccanismi non deve servire a combatterli, visto che è tanto impossibile quanto inutile, bensì a tenere allenata la nostra malizia. Tempo fa lessi questo post dove viene provocatoriamente illustrato un caso pratico di come funziona l'editoria, se non il mondo in generale. Ma esperienze come questa non devono inacidire o disilludere, perché sarebbe quasi come negare la realtà o voler insistere a credere che questa non sia la realtà e che al suo posto dovremmo infilarci qualcos'altro. Non è il solito inno al disfattismo. È, piuttosto, una presa di coscienza che possa esserci utile per rimanere quanto meno in allerta ed eventualmente sorridere con simpatia a questi giochetti, come a dire: d'accordo, ci sto, però non mi avete mica fregato.    

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

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