Veneto, terra, territorio, scorsoio

Questo mese d'agosto piovoso lo sto trascorrendo a casa, ovvero in Italia, ovvero in Veneto, ovvero in un posto con il quale ho sempre fatto fatica a venire a termini. Il Veneto centro-settentrionale è in fin dei conti la mia terra natale, eppure mi sono sempre misurato in relazione ad essa secondo criteri di distanza, distacco e differenza, piuttosto che di vicinanza e identità. Non credo che tutto ciò rappresenti alcunché di nuovo, poiché mi sembra di intuire gli stessi sintomi di questa relazione conflittuale anche nelle persone a me vicine: si tratta di quel ribrezzo spontaneo, di quel fastidio insofferente che si sviluppa come una reazione allergica di fronte al razzismo spicciolo della politica locale; all'arroganza autoctona che lo alimenta; all'ignoranza dell'imprenditore di mondo senza neanche la terza media e con le scarpe geox bucate; le periferie che non sono città né campagna, puntellate di capannoni e campanili, centri commerciali; il dialetto che è un'eterna cantilena e piagnisteo, lingua all'apparenza brutale e grezza, volgare e aggressiva.

Scrivo "all'apparenza", perché questo articolo non riguarda le brutture di questa parte d'Italia, ma piuttosto quello che vi resta di salvabile, quello che vale la pena raccontare. Perché quel che mi salva dall'andar via definitivamente da qui, dal mandar in mona questa regione perennemente poarétta è il fatto che forse — ma questo è un forse molto sottile — al di là di questo Veneto imbruttito, c'è un Veneto migliore che è solamente più difficile da metter giù a parole, un Veneto schivanèa d'anguilla (ovvero "sguisciata d'anguilla"), il cui dialetto è una lingua sottile ed elusiva, soltanto mascherata da cosa rozza. Non lo so, forse mi sbaglio e davvero rimane poco qui oltre alle vestigia dei centri storici e delle ville palladiane, eppure voglio aggrapparmi ferocemente a questa possibilità. Tutto questo per dire che di recente ho trovato rifugio dal natio borgo selvaggio in qualche libro che vale la pena menzionare a mo' di rimedio per chi in questi giorni si ritrova rinchiuso in provincia e ha bisogno di tirarsene fuori, almeno con lo spirito.

Ho scoperto Luigi Meneghello soltanto di recente, per colpa di una mia iniziale diffidenza verso l'uso del dialetto nella letteratura, cosa che per me era segno di un provincialismo fastidioso. Purtroppo, e per fortuna, mi sbagliavo: in Libera nos a Malo la lingua franca del dialetto diventa l'unica lingua capace di esprimere maniere di essere altresì inesprimibili, soltanto approssimate dall'italiano. E non serve aver vissuto a Malo nel primo dopoguerra per comprendere di cosa stia parlando Meneghello, poiché le sue parole sembrano costruire un castello familiare di rimandi e di echi, scritto di parola in parola, di "parole-amo" dietro alle quali si accumulano come nelle petite madeleine di Proust memorie di cose e persone.

C'è poi il Bestiario veneto di Marco Paolini, che viene prima del Bestiario italiano e sta a metà fra la provincia ("di che?") e alla capitale ("di cosa?"), lì in quell'area industriale artigianale centrodirezionale che si espande subito fuori dai centri storici, mascherata da finta campagna ma tradita dalla villette a schiera orribili, le statali platanate, "i cavalcavia incompiuti, i paesi abbandonati", i capannoni smistati dagli incroci e le rotonde dove ai cartelli stradali con i nomi dei paesi si sostituiscono i cartelli con i nomi delle aziende e delle imprese.

Di recente è poi uscito per Bompiani Luoghi e paesaggi di Andrea Zanzotto, una raccolta interessante di scritti sul paesaggio che riprende le tematiche di Questo progresso scorsoio ("In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio"), un interessante libro-intervista fra Marzio Breda e il poeta di Pieve di Soligo, pubblicato in concomitanza con l'uscita di Conglomerati — ultima raccolta poetica i Zanzotto — e ora fuori catalogo. Certo, di Zanzotto si potrebbe consigliare ad occhi chiusi tutta la poesia, ed in particolare la trilogia del Galateo in Bosco, Fosfeni e Idioma, ma anche il discorso poetico in Zanzotto è un discorso sul paesaggio e non tanto sull'individuo, come se prima di essere qualche cosa noi ci trovassimo a vivere dentro qualcosa.

E infine c'è Cartongesso di Francesco Maino, quel romanzo che ha conquistato di sorpresa il Premio Calvino 2013 ed è comparso fra i Supercoralli Einaudi lo scorso maggio. Cartongesso è stato definito pigramente come un "romanzo-invettiva" contro e a favore del Veneto, o meglio contro quella parte di Veneto che, grezza arricchita e anti-estetica, ha rovinato una terra ridotta ora a territorio cementificato e adornato di ghiaia e giardinetti di cattivo gusto popolati da nani come personaggi di osteria. Dico "pigramente" perché Cartongesso non è tanto un'invettiva, quanto piuttosto l'unica maniera di parlare di questa regione che invoca indipendenza ad ogni pisciata di cane, ma che neppure riesce a dirsi cos'è al di fuori di Luxottica Benetton e De' Longhi.

Leggete e salvatevi.

Lorenzo Andolfatto

Sono lettore, traduttore, interprete e studiante. Mi occupo di cose cinesi nelle ore di lavoro, e di cose letterarie perlopiù americane nel tempo libero. Non sono ancora diventato musica da ascensore.

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