When a writer is born into a family… Buon compleanno Philip Roth.

Il 19 marzo del 1933, ottantadue anni fa, nella cittadina di Newark, New Jersey, nasceva Philip Milton Roth, secondogenito di Bess (nata Finkel) e Herman Roth, ebrei nati in America ("americani dal giorno uno") ma di origine galiziana.  
When a writer is born into a family, that family is finished. Sono queste le parole con le quail si apre il documentario Philip Roth. Una storia americana, intervista di sessanta minuti a cura di William Karel e Livia Manera, uscita due anni fa in occasione dell’ottantesimo compleanno del greatest living american novelist. Parole che non appartengo a Roth, bensì al poeta e saggista polacco Czesław Miłosz; ma chiunque conosca minimamente l’opera di Roth si renderà conto che mai citazione fu più appropriata. Se è vero infatti che in tutti gli scrittori, o nella stragrande maggioranza, la vita personale è spunto e materia della scrittura, essa si fa struttura e ossatura della narrazione in Roth più che in chiunque altro. Un legame tra realtà e finzione che ha spesso finito con l’ingannare il suo pubblico, pronto a etichettare molte opere di Roth come autobiografiche e a confondere l’autore con le maschere alle quali ha sempre affidato la narrazione.

A illuminare gli angoli più privati della vita di Roth e tirare una linea tra vita e finzione ci ha provato recentemente una bellissima bio-bibliografia, Roth scatenato. Uno scrittore e i suoi libri, firmata dalla scrittrice e giornalista del New Yorker Claudia Pierpoint Roth, uscita in Italia per Einaudi a gennaio nella traduzione di Anna Rusconi. Un lavoro monumentale frutto di una ricerca di dieci anni e reso ancora più "definitivo" dall’annuncio di Roth, due anni fa, del suo ritiro dalla scena letteraria.

Quanto Roth c’è dunque nelle opere di Roth? La risposta è tanto, tantissimo, ma non tutto. E più in certi periodi che in altri. Il libro ripercorre tutta la vita dello scrittore e lo fa libro per libro più che anno per anno – Roth è stato uno scrittore molto prolifico e ha dichiarato di non poter stare più di due ore senza scrivere – dal 1960, anno in cui appena ventisettenne vinse il National Book Award con Goodbye Columbus, fino a Nemesi (2010), libro che ha messo la parola fine (forse) alla sua attività di scrittore. Trentun libri in cinquant’anni. 

Goodbye, Columbus è una raccolta di cinque racconti e un romanzo breve che narrano con il tono irrisorio al quale Roth ci abituerà la vita della classe lavoratrice ebraica della città di Newark. Una scena che Roth, figlio di un agente di assicurazioni e cresciuto nell’enclave ebraica di Weequahic, conosceva molto da vicino. A fare di Roth uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, ci racconta l’autrice, è stata proprio la scoperta che la sua Newark poteva essere quello che Chicago era stata per Saul Bellow e Brooklyn per Malamud, che poteva funzionare tanto quanto avevano funzionato la Parigi di Hemingway e la Long Island di Fitzgerald. Insomma, Roth diventò Roth quando capì che avrebbe trovato la sua voce nel momento in cui avesse cominciato a parlare di quello che conosceva meglio. I racconti gli inimicarono parte della comunità ebraica americana e gli valsero la prima etichetta con la quale fu bollato, quella di antisemita (in seguito arriverà anche quella di misogino). Ma gli aprirono anche la strada verso uno dei libri più importanti della sua carriera. 

Ma andiamo con calma e passiamo al secondo elemento senza il quale Roth non sarebbe Roth: un campione di urina. Nel 1956, mentre è uno studente all’Università di Chicago, Roth conosce Maggie Williams, una shizka alta e bionda, la «vivida incarnazione del radicamento nordico americano», che si lega a lui in modo morboso. I due si mettono insieme e tra alti e bassi rimangono legati per tre anni; Roth prova più volte a rompere con lei ma ha paura delle sue reazioni e davanti all’ennesima minaccia di rottura, la Williams gli dice di essere incinta, provandolo con un campione di urina che risulta essere effettivamente positivo. Roth accetta di sposarla a patto che lei abortisca, e solo due anni più tardi, sotto effetto di alcol e farmaci, la donna gli confessa di non essere mai stata incinta e di aver acquistato la provetta da una ragazza che bazzicava le strade di NY a pochi isolati da casa loro. La rottura è immediata, Roth ne esce a pezzi e costretto per anni a pagarle gli alimenti nonostante la sua carriera di scrittore ancora non gli garantisse grandi entrate.

Non fu una sofferenza vana tuttavia, in quanto Maggie si rivelò, nelle parole dello stesso Roth, «nientemeno che l’insegnante di creative writing più grande di tutti», quella che lo liberò dalla noiosa innocenza dei primi racconti. L’episodio del campione di urina arrivò ad ossessionarlo e Roth – per il quale ogni esperienza di vita era sprecata se non trovava spazio sulla pagina – provò per anni a infilarlo in qualche romanzo, riuscendoci solo ne La mia vita di uomo, nel 1974, undici anni dopo la fine del loro matrimonio e sei anni dopo che Maggie era morta in un incidente stradale. 

Dopo la crisi matrimoniale, Roth vive una lunga pausa creativa, la più lunga della sua carriera, dal 1962 al 1967. Il 1967 è l’anno in cui esce Quando lei era buona, romanzo la cui protagonista è ispirata ad una giovane Maggie e che contribuirà a scatenare contro Roth la critica femminista – ma è soprattutto l’anno in cui su Esquire viene pubblicato A Jewish Patient Begins His Analysis, un estratto di quello che poi finirà per chiamarsi Il lamento di Portnoy e che sarà un successo planetario. Indovinate un po’ chi è il paziente ebreo che va in analisi? Philip, ça va sans dire, che nel 1962, per gestire la rabbia del rapporto con Maggie, aveva cominciato a vedere uno psicanalista, Hans Kleinschmidt, noto per  essere il medico di molti scrittori e artisti. L’opera è concepita proprio come il lungo e osceno sfogo davanti allo psicanalista di Alex Portnoy, trentatreenne ossessionato dal sesso e insofferente alle costrizioni imposte dalla sua famiglia ebraica (e in particolare dal fatto di essere cresciuto con una yiddishe mame, alla quale è ovviamente morbosamente attaccato, che voleva controllare anche cosa faceva in bagno prima che tirasse l’acqua). La psicanalisi è la soluzione per narrare una storia senza censure, il background di Roth è la base su cui lo scrittore lavora di immaginazione per estremizzare la rappresentazione dei Portnoy, versione esasperata di certi vicini che abitavano sopra la famiglia Roth. 

Non era dunque Roth a parlare attraverso Alex, o almeno non totalmente; non era la sua famiglia quella rappresentata, anche se c’erano dei punti comuni; tuttavia lo scrittore non si liberò di Portnoy per anni e da qui cominciò la sovrapposizione dell’autore con la sua maschera, che non lo abbandonerà per tutta la sua carriera. Travolto da un successo inaspettato, apostrofato per strada come Portnoy («Hey Portnoy, dagli tregua!») Roth si rifugiò in campagna nel Connecticut e spedì i suoi genitori in crociera per proteggerli, almeno per un po’, dal polverone che si sarebbe alzato intorno a loro. 

 

To be continued.

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

1 Commento