A Nadine Gordimer, leonessa bianca del Sudafrica

Zwelethu Mthethwa

È morta ieri Nadine Gordimer, nel suo Sudafrica, là dov’era nata e dove aveva sempre voluto rimanere. A pochi mesi di distanza dal grande amico e ispiratore Madiba, la scrittrice novantenne ha ceduto al cancro al pancreas che aveva denunciato già da qualche mese e si è spenta nella sua casa di Johannesburg.

Un Booker Prize vinto quarant’anni fa e un premio Nobel nel 1991 sono i due riconoscimenti più importanti di una carriera lunghissima, iniziata con la pubblicazione, quando aveva solo quindici anni, del racconto The Quest for Seen Gold su un periodico locale. A partire dagli anni Cinquanta Gordimer iniziò a pubblicare romanzi (il primo, The Lying Days, è del 1953) e già dal secondo titolo (A World of Strangers) diede il via al sodalizio con Giangiacomo Feltrinelli, il primo editore straniero a tradurre le opere della scrittrice africana.

Africana, Nadine, lo era e ci si sentiva. Certo, africana inusuale – era bianca e figlia di ebrei europei immigrati – ma non per questo meno sensibile ai problemi della nazione in cui era nata. Fu già durante il periodo dell’università, lasciata senza ottenere il diploma, che prese atto delle discriminazioni tra bianchi e neri radicate nella società in cui viveva e decise di combatterle. Entrò così a militare nell’African National Congress, il partito di Nelson Mandela, e iniziò a impegnarsi attivamente contro la politica di segregazione razziale messa in atto nel suo Paese.

La lotta al razzismo e la militanza contro ogni discriminazione e ingiustizia si riflettono in tutte le sue opere, assieme a una immancabile speranza per un cambiamento futuro. Osservatrice acuta e consapevole della propria realtà, Gordimer ha riconosciuto le svolte positive del proprio Paese dopo il 1990 ma ha messo anche in luce i fallimenti del movimento di Mandela e denunciato gli enormi problemi che continuano a sussistere anche oggi, senza paura di puntare il dito contro le personalità più importanti. Delusa forse, ma mai rassegnata al silenzio, fino alla fine.

Convinta della possibilità della scrittura e dell’istruzione di cambiare concretamente le cose, nel 1987 fu tra i fondatori del Congress of South African writers, che aveva lo scopo di promuovere la letteratura e di rimediare agli squilibri di un’educazione basata sui principi dell’apartheid. Ma il suo impegno non si profuse solo nella lotta contro la discriminazione razziale: sensibile a ogni ingiustizia e abuso, Nadine Gordimer si interessò anche di temi attualissimi e scomodi, come ecologia, disoccupazione e AIDS.

Proprio per diffondere consapevolezza su questa piaga che mette ancora in ginocchio il continente africano e per raccogliere fondi, nel 2004 la scrittrice chiamò a raccolta ventuno amici autori, per dare vita all’antologia di racconti Storie. La volontà era quella di «raccogliere bellissime storie che celebrassero la vita, proprio quella negata alle persone che soffrono di AIDS», dichiarò Gordimer, curatrice del libro, in quell’occasione. Ed ecco quindi un volume di frammenti che arrivano dalla penna degli autori più diversi e più autorevoli della letteratura contemporanea, da Gabriel García Marquez a Claudio Magris, da Günter Grass a Amos Oz, perché l’idea di Nadine era che gli scrittori possono e devono fare la loro parte.

Se n’è andata dopo aver accettato che la malattia le impedisse di scrivere, ma senza aver mai smesso di indagare lo spirito umano e di prendere posizione per un futuro migliore. 

Silvia Banterle

Al contrario di tutto il resto del genere femminile, non vede l’ora di invecchiare, per poter finalmente essere acida come Emma Thompson in Saving Mr. Banks. A proposito, un attimo fa avete sbagliato a pronunciare, il suo cognome è sdrucciolo.

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