Antonio Tabucchi, pensieri sparsi

Non si può chiudere la vita di uno scrittore in un trattino tra due date, ma se proprio si è obbligati per tradizione, dovremmo mettere un trattino anche dopo la data della morte. Antonio Tabucchi che ci lascia oggi a Lisbona, dovrebbe avere, alla fine dell’epitaffio 1943 – 2012 – . L’anima sopravvive, no?

Aveva 68 anni, un cancro ed è morto, a Lisbona, dove viveva in questo periodo dell'anno. La prima volta che è arrivato in Portogallo è stato verso la fine degli anni 60, quando stava spegnendosi il regime fascista di Salazar. Il Portogallo per lui significherà due cose, principalmente: lo studio e la passione per Pessoa, di cui è diventato il più autorevole critico e sempre in Portogallo è ambientato il suo romanzo più famoso: Sostiene Pereira. Da cui hanno ricavato un buon film con Mastroianni, per gli appassionati del genere.

Ho visto Notturno Indiano, il film tratto da un altro suo libro, prima di leggere il libro, e non l’ho capito, forse perché era in francese, forse perché aveva i sottotitoli in francese e io non conosco il francese. Mi ero ripromesso di leggerlo, ma non l’ho ancora fatto. Un romanzo on the road, ambientato in india, a tratti psichedelico-spirituale, a tratti documentarstico. È già nella mia wishlist di Amazon.

Tabucchi non è rimasto fermo, ha continuato a scrivere, nel 2001 esce Si sta facendo sempre più tardi,  nel 2004  Tristano muore e sal 2006 ha collaborato con il blog Voglio Scendere, quello che poi ha dato vita a Il Fatto Quotidiano. Ha pubblicato l’ultimo libro l’anno scorso, con Sellerio: Racconti con figure, forse l’ha fatto per alleggerirsi l’anima, forse per lasciarci con un peso più lieve.

Quando muore uno scrittore, di questi tempi, la prima cosa che si fa è aggiornare la sua pagina di Wikipedia e prendersi questa briga è un atto educato nei confronti degli internauti. Ma quando lo scrittore muore, dicevo, bisognerebbe aggiungere un trattino dopo la sua data, non per retorica, ma perché l’anima resta nelle opere che ha scritto, ed è con le sue parole, secondo me, che un grande come Tabucchi va salutato.

Dopo aver visto uccidere dalla polizia del regime il suo aiutante Monterio Rossi, il giornalista "dottor Pereira" capisce che non è possibile rimanere in disparte davanti alle violenze di Salazar: così scrive un pezzo in cui denuncia l’accaduto e quello che segue è la fine del discorso con il suo tipografo, che richiedeva il visto della censura (pag 207, Feltrinelli).

«Poi posò la cornetta e guardò Pereira. Allora?, chiese Pereira. Dice che la polizia portoghese non ha paura di questi scandali, disse il tipografo, che ci sono in giro dei malfattori che vanno denunciati e che il suo articolo deve uscire oggi, dottor Pereira, è quanto mi ha detto. E poi continuò: e mi ha detto anche: dica al dottor Pereira di scrivere un articolo sull’anima, che ne abbiamo bisogno tutti, così mi ha detto dottor Pereira. Avrà voluto scherzare, disse Pereira…»

Andrea H. Sesta

Andrea Sesta

Vi parlo del mio mondo perfetto: una biblioteca grande come una casa, una donna adorabile al mio fianco, del cibo delizioso e storie di pirati fino a morire. Mi piace leggere, e quando ho tempo faccio anche il resto.

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.