Aldo Busi e il boicottaggio della stampa

Non so a chi è capitato di leggere l'intervista di Aldo Busi su Affari Italiani, chi non l'avesse letta può recuperarla qui. In questa intervista Aldo Busi se la prende un po' con tutta la stampa italiana per la scarsa visibilità dedicata a E baci, il suo ultimo libro

E baci è un raccolta di scritti di Aldo Busi che l'autore non vuole definire come una semplice miscellanea, ma come un'opera politica sia in senso proprio che figurato.

L'ultima fatica letteraria di Busi è uscita in edicola edita da il Fatto Quotidiano e secondo lo scrittore il silenzio che la stampa italiana ha riservato al suo libro è dovuto proprio a questo. Non vogliono boicottare la sua persona ma il Fatto Quotidiano e il suo essere diventato editore (in passato era già successo con il libro di Luttazzi Lolito. Una parodia, che abbiamo recensito a marzo). 

Nell'intervista non se la prende solo con la stampa ma anche con l'editoria italiana che ritiene sia dominata da «stampatori senza coraggio, che che chiedono solo di firmare clausole». Proprio per questo motivo Busi ritiene che il Fatto Quotidiano abbia avuto molto coraggio a pubblicare il suo libro. 

Anche su Altriabusi – sito curato da un gruppo di lettori che vuole divulgare l'opera letteraria di Aldo Busi – si parla del silenzio della stampa italiana sul libro uscito ormai da un mese. La redazione del sito è stupita non tanto da questo silenzio, quanto da quello del web che aveva accolto molto bene il precedente romanzo di Busi, El especialista de Barcelona. Dal sito viene lanciato un invito ai lettori di E baci a inviare al sito le loro impressioni di lettura per poter poi offrire al libro la visibilità che merita.

33 Commenti
  1. penso non ne parlino per boicottare il fatto, e ci sta anche. ma credo soprattutto per come è scritto il libro – e sono solo all’inizio -: è talmente superiore, politico, civile, letterario, che supera e sotterra qualsiasi best-seller, e non, presenti sul mercato. duole, anche per me che scrivo, decretare la netta superiorità di Busi.
    Ne faremo un santino quando sarà morto, idioti quali siamo.

  2. “E baci” – lo scrive Aldo Busi all’interno – è un libro che è a un tempo “risolto e non risolto” nella forma.

    È, certo che lo è, una miscellanea, e Busi – lo scrive sempre in “E Baci” – da una sua pubblicazione non si sarebbe aspettato più di “cinquemila copie” vendute (e, per ora, pare, le copie sono trentamila, e mi auguro diventino presto dieci volte dippiù.)

    No, non è un romanzo, ma i testi affluiti in “E baci” (e risalenti a quando Busi si era ripromesso di non scrivere più, e le ragione del suo, superato, scoramento si trovano nella parte finale del libro) non sono raccogliticci, non sono fogli sparsi a cui dare un ordine almeno cronologico, non hanno niente di occasionale.

    Due le linee rosso-sangue-di-popolo-bue-condotto-al-macello che attraversano e innervano il libro:
    1) il sentimento del proprio tempo che reclama e necessita intelligenza, rabbia, lucidità, e nausea quanto serve per aiutarsi a sgravarsi da quanto appesta le viscere di un paese ridotto a un covo di bisce e biscette e biscioni – e che mentre li reclama, li effonde;
    2) una scrittura elastica, precisa, veloce, letale, che sa appostarsi e studiare la sua preda e che sa scattare e essere letale una volta riconosciuta e puntata; una lingua serpentiforme, multiforcuta, una lingua che è già il serpente di cui è la lingua (e, giusto per raffreddare da subito i bollori che potrebbero venire a chi volesse sguazzare in allegorie cristiane, si tenga presenta che il serpente in molte culture è simbolo di rinascita, di trasformazione, di vita nuova);

    Il boicottaggio verso quest’opera si spiega in così tante maniere che ne basta una: a chi conviene, oggi, che si legga un libro così? Certo a nessuno di quelli che il potere per pubblicizzarlo ce l’hanno, e si guardano bene dall’utilizzarlo se non all’incontrario.

  3. Le fumiganti deiezioni intestinali che Antonio Coda scarica sul web ogni volta che si parla di Busi mi inducono a chiedermi se il poveretto non abbia il cesso in casa o se, pur avendolo, la tazza non sia sufficiente a contenere il gigantismo della sua stitichezza. Propendo per la seconda ipotesi.

  4. Dall’ora innanzi i’ non fui mai più desso,
    Per modo tal che messo m’hai nel cesso.

  5. Salve Foresi, lasci perdere Antonio Coda e lo banni completamente dal suo sito. E’ un povero fanatico e psicolabile che soffre di un vero e proprio delirio di esaltazione per Busi: ha scagazzato ovunque sul web deliranti farneticazioni sull’autore di Montichiari, talmente assurde che non si sa se c’è più da ridere o da piangere (cercare per credere). C’è da augurarsi che i genitori lo portino presto da uno psichiatra. Saluti.

  6. “Li scimmiotti”

    Quanto a scimmiotti poi, quer rangutano
    che portò da Turchia l’Imbasciatore,
    a riserva der pelo e der colore
    se poteva pijà pe un omo umano.

    Aveva li su’ piedi, le su’ mano,
    e dicheno ch’avessi puro er core;
    e faceva er facchino e ‘r zervitore,
    nun ve dico bucía, come un cristiano.

    Oh annatela a capí! Tra un omo e quello
    guasi guasi a guardalli in ne l’isterno
    nun c’è la diferenza d’un capello.

    Eppuro ce n’è tanta in ne l’interno!
    Per via ch’uno scimmiotto, poverello,
    nun ha la libbertà d’annà a l’inferno.

  7. Caro Belli, da povero pubblicista a grande poeta le dico che Antonio Coda, poveretto, ce l’ha e come la libertà d’annà all’inferno. E anche da qualche altra parte.
    E lì ce lo mannamo tutt’in coro!
    (citazione da Alberto Sordi)

  8. Ce lo mannamo con la vecchia: “Ah zaccaro, frasca, merduso, piscialietto, sautariello de zimmaro, pettola a culo, chiappo de ‘mpiso, mulo canzirro! ente, ca puro li pulece hanno la tosse! va’, che te venga cionchia, che mammata ne senta la mala nova, che non ce vide lo primmo de maggio! va’, che te sia data lanzata catalana o che te sia data stoccata co na funa, che non se perda lo sango, che te vengano mille malanne, co l’avanzo e presa e viento a la vela, che se ne perda la semmenta, guzzo, guitto, figlio de ‘ngabellata, mariuolo!”

  9. Ma nun solo! Noi a Coda je potremmo da’ del figlio di madre ignota, del rotto nel posteriore, lo potremmo mandare a fare nel medesimo, potremmo fare appello anche ai suoi morti, con eventuale partecipazione de su’ nonno in carriola opzionale e coinvolgere sua sorella, notoriamente incline allo smandrappo e all’uso improprio della bocca, e allargà il discorso a quel grandissimo Toro Seduto de su’ padre, a sua volta figlio di una città di cinque lettere cantata da Omero, che lui ‘n sa manco chi era perché è ignorante.

  10. Satanée petite saloperie gavée de merde, tu me sors de l’entre-fesse pour me salir au dehors!

  11. Si ‘na vòrta te còjo, **** mio,
    te roppo er culo, ma si ‘n’antra vòrta
    te ce pizzico te lo metto in bocca.
    Si poi t’acchiappo pe’ la terza vòrta
    pe’ fatte sopportà la giusta pena
    te slargo er culo e te spano la bocca.

  12. Benedetto sia il culetto, professore carissimo! Dio la rimeriti per il nuovo allievo, egregio collega! Se tutti sapessero rimpicciolire come lei, saremmo il doppio più grandi di quanto già non siamo! Culetto, culetto e sempre culetto! Ma lo sa che gli adulti rimpiccoliti e cuculizzati artificialmente rendono anche meglio dei bambini allo stato naturale? Benedetto il culetto, senza allievi niente scuola, e senza scuola niente vita!

    Tutto è foderato d’infanzia.

  13. Io ve lo metto in culo e in bocca,
    Antonio frocio e Coda pederasta,
    che per i miei versetti pensate, solo perché
    son teneri e gentili, ch’io sia poco pudico e virtuoso.
    Giacché è appropriato per un poeta onesto esser casto
    con se stesso, ma nulla è dovuto dai suoi versetti;
    i quali hanno ora e per sempre arguzia e grazia,
    quando son tenerelli e un poco spudorati,
    e riescono a risvegliar un certo pruriginoso desiderio,
    non dico nei fanciulli, ma in quei vecchi pelosi
    incapaci ormai d’inarcar la schiena rattrappita.
    Voi, che avete letto dei miei innumerevoli baci,
    pensate forse ch’io sia uomo perverso e poco virile?
    Credetemi, ve lo metto in culo e in bocca,
    Antonio frocio e Coda pederasta!

  14. Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
    vidi gente attuffata in uno sterco
    che da li uman privadi parea mosso.
    E mentre ch’io là giù con l’orecchio cerco,
    vidi un col capo sì di merda lordo,
    che non parea s’era laico o cherco.
    Quei mi sgridò: “Perché se’ tu sì ‘ngordo
    di riguardar più me che li altri brutti?”
    E io a lui: “Perché se ben ricordo,
    già t’ho veduto coi capelli asciutti,
    e se’ un tal Antonio Coda <>:
    però t’adocchio più che li altri tutti”.
    Ed elli allor battendosi la zucca:
    “Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe
    ond’io non ebbi mai la lingua stucca”.

  15. …e se’ un tal Antonio Coda “la Ciucca”…

    Mi si scusino i miei settecento-e-passa.

  16. Curval, in preda quel giorno ad una formidabile erezione, s’eccitò moltissimo con la Duclos. Il pranzo, durante il quale si produsse in discorsi assai libertini, non valse di certo a placarlo e il caffè, servito da Colombe, Sophie, Zéphyr e dal suo prediletto Antonio Coda, ebbe il potere di infiammargli irresistibilmente la fantasia. Afferrò quest’ultimo, lo rovesciò sul divano e, bestemmiando, gli infilò dal didietro il suo enorme membro tra le cosce e poiché quel gigantesco affare sporgeva di oltre sei pollici, ordinò ad Antonio Coda di lavorare vigorosamente quella parte, mentre egli stesso lo masturbava al di sopra di quella massa di carne con cui lo teneva infilzato.

  17. ANTONIO C.
    Ach nun, der Herr dort spricht so gar kurios
    Von Gold und Schwanz, von Gold und Schoß.
    Und alles freut sich, wie es scheint,
    doch das verstehen nur die Großen.

    MEPHISTO
    Mein liebes Kind, nur nicht geweint,
    denn willst Du wissen, was der Teufel meint,
    so greife nur dem Nachbar in die Hosen.

  18. È ‘na strunzata che la cocaina ti scassa la memoria! Sono trent’anni che la tiro. E non mi sono dimenticato niente. Io me la ricordo tutta la cocaina che mi sono tirato. Del resto tutti hanno tirato in questi anni di merda. Chi è che non l’ha fatto? Soltanto i poveri non hanno pippato. E non sanno quello che si sono persi. Io mi ricordo quando ho cantato a New York e Frank Sinatra dovette venire a sentirlo questo fenomeno di Tony. Mi ricordo mia madre. Quando era giovane. Che vi devo dì? Per me rimane comunque la donna più bella che ho conosciuto nella mia vita. E mi ricordo ‘no strunzo. Si chiamava Antonio Coda. Era nu grande strunzo per vocazione. Voleva fare lo scrittore e non gliel’hanno fatto fare. E si è suicidato. Ma io non mi suiciderò mai. Perché un’altra cosa mi ricordo io. Io ho sempre amato la libertà. E voi non sapete manco che cazzo significa. Io ho sempre amato la libertà. Io sono un uomo libero.

  19. Se vuol ballare
    Signor Codino,
    il chitarrino
    le suonerò.
    Se vuol venire
    nella mia scuola
    la capriola
    le insegnerò.
    Saprò… ma piano,
    meglio ogni arcano
    dissimulando
    scoprir potrò!
    L’arte schermendo,
    l’arte adoprando,
    di qua pungendo,
    di là scherzando,
    tutte le macchine
    rovescerò.
    Se vuol ballare
    Signor Codino,
    il chitarrino
    le suonerò.

  20. Io credo nell’America. L’America fece la mia fortuna. E io crescivo Antonio Coda comu n’americano, e ci detti libertà, ma ci insegnave puro a non disonorare la famiglia. Iddu aveva un boyfriend non italiano, se ‘nnia o cinema insieme tornava a casa tardi e io non protestavo. Due mesi fa lui l’invitò in machina con n’avutro amico suo. Gli fecero bere whisky e poi cercarono di approfittarsi di lui. Antonio Coda resistette, l’onore lo mantenne. E iddi lo pestarono, come n’animale. Quann’arrivai n’ospedale a sa’ faccia faceva paura. A mascidda era rutta. L’aveano cosuto cu’ file e ferro. Nemmeno chiangere poteva tanto era o’ male. E io chiangeve, povero Coda. Iddu era a luce dell’occhi mei. E ora nun sarà mai chiù come prima… m’ha a scusare.. andai alla polizia da buon americano. I due furono pigghiati e processati. U’ giudice li condannò ma un aveano precedenti e ci dettero la condizionale: sospensione della pena. Li fecero uscire nello stesso giorno! Io restai dentro quell’aula come un fesso. E chiddi du bastardi mi ridevano in faccia. Allora dissi a mia moglie, per la giustizia dobbiamo andare da Don Corleone.

  21. FOLLETTI, DIAVOLI
    Scrolliam crepitacoli,
    Scarandole e nacchere!
    Di schizzi e di zacchere
    Quell’otre si macoli.
    Meniam scorribandole,
    Danziamo la tresca,
    Treschiam le farandole
    Sull’ampia ventresca.
    Zanzare ed assilli,
    Volate alla lizza
    Coi dardi e gli spilli!
    Ch’ei crepi di stizza!

    (…)

    ANTONIO C.
    Incomincio ad accorgermi
    D’esser stato un somaro.

    (…)

    DR. CAJUS, FORD
    Cialtron!

    BARDOLFO, PISTOLA
    Poltron!

    DR. CAJUS, FORD
    Ghiotton!

    BARDOLFO, PISTOLA
    Pancion!

    DR. CAJUS, FORD
    Beon!

    BARDOLFO, PISTOLA
    Briccon!

    DR. CAJUS, FORD, BARDOLFO, PISTOLA
    In ginocchion!

    FORD
    Pancia ritronfia!

    ALICE
    Guancia-rigonfia!

    BARDOLFO
    Sconquassa letti!

    QUICKLY
    Spacca-farsetti!

    PISTOLA
    Vuota-barili!

    DR. CAJUS
    Sfianca-giumenti!

    FORD
    Triplice mento!

    BARDOLFO, PISTOLA
    Di’ che ti penti!

    ANTONIO C.
    Ahi! Ahi! mi pento!

    TUTTI GLI UOMINI
    Uom frodolento!

    ANTONIO C.
    Ahi! Ahi! mi pento!

    GLI UOMINI
    Uom turbolento!

    ANTONIO C.
    Ahi! Ahi! mi pento!

    GLI UOMINI
    Capron! Scroccon! Spaccon!

    ANTONIO C.
    Perdon!

    (…)

    TUTTI
    Tutto nel mondo é burla.
    L’uom é nato burlone,
    La fede in cor gli ciurla,
    Gli ciurla la ragione.
    Tutti gabbati! Irride
    L’un l’altro ogni mortal.
    Ma ride ben chi ride
    La risata final.

  22. In questa guerra tutto diviene confuso laggiù, il potere, gli ideali, un certo rigore morale, esigenze militari contingenti… ma laggiù con questi indigeni si può essere spinti a prendersi per Iddio… perché c’è un conflitto in ogni cuore umano tra il razionale e l’irrazionale e tra il bene e il male… però non sempre il bene trionfa… a volte le cattive tentazioni hanno la meglio su quelli che Lincoln chiamava “i migliori angeli della nostra indole”, i buoni istinti morali. …Ogni uomo ha un suo punto di rottura, noi due lo abbiamo, Antonio Coda ha raggiunto il suo, e evidentemente è uscito di senno.

  23. <>. E’ questo che accade nei ricevimenti in corso, alle feste tra tristi, in mezzo a mescolanze di invitati che si svolgono altrove, e pare che si dipanino come in un dizionario dei sinonimi e dei contrari finché quello svolgimento e quel dipanare, quello sbrogliarsi tra una facenda e l’altra ritrovi un nuovo viluppo, di nuovo un garburglio. Qui, da basso, dove sarebbe il mare, Coda si accosta, come per un’audizione, alla murata, in completo estivo color pesce serra, pesce al quale somiglia nella testa e nel portamento, flessibile, slanciato, i primi due bottoni della camicia chiara sbottonati sul collo la cui pelle fa quella piega verticale a chiglia, tipica della stiratura dei pantaloni e di una certa età dell’uomo.
    Da una bocchetta posta davanti al ventilatore l’acqua esce a spruzzi perché le onde sbattono contro lo scafo. Questa pioggia, raggiante in controluce, ricadendo innaffia Coda, che guarda in alto verso Carlo e Aurelia, lacrimoso assai già dalla fronte, più su degli occhi, fin dai capelli rosa, il rosa dell’epitelio sottostante. La voce risente della carotide tesa, del mento levato, la voce di un dito su un vetro terso e asciutto al quale la mano si afferrerebbe come a un salvagente da pazzi, da sconslusionati. Dice annaspando nei marosi: <>

  24. …il primo virgolettato scomparso: “Conoscete il blogger Coda? E’ in vendita. E’ all’asta. Ve lo voglio presentare.”

    …il secondo: “Perché? Perché non potrei dirlo? Né io né voi lassù. Perché non posso? Ah! poter dire ‘Tu hai segnato il mio destino’, in una baraonda di mare e di vento e, ancora, vita mia, ho il cuore nella testa come in gabbia, e sbatte, e ogni scuotimento, se non ci sei, è un uragano duro che spinge i miei pensieri come il sangue, via dagli occhi, dalle orecchie, un sangue che ti cerca, che si strazia nell’aria come le zampe di un fenicottero che affoghi con un peso in gola, anche come un artiglio che si dissecca in cielo, e il sangue piange sangue, si dissipa, e io non penso più, perché il dispiacere va oltre le mie possibilità, è lui che pensa, e soltanto a se stesso, e io sbranato sono la sua mensa, io sono la tua assenza. Ma se ci sei, io non ho più parole. Parlare è sempre d’altro e non è mai d’amore.”

  25. Cornaboeux ordinò ad Antonio Coda di allargare le chiappe. Fece una certa fatica a infilarlo di dietro. Il ragazzo soffrì molto, però stoicamente, senza smettere un solo istante di succhiare il membro a Scialuppa. Quando Cornaboeux ebbe preso pieno possesso di Antonio Coda, gli fece alzare il braccio destro e gli morse i peli foltissimi delle ascelle. Quando l’orgasmo arrivò, esso fu così forte che Coda svenne mordendo violentemente l’affare di Scialuppa. Questi lanciò un grido di dolore, ma il glande era ormai troncato. Cornaboeux, che aveva appena eiaculato, uscì di colpo dal culo di Antonio Coda, che cadde svenuto al suolo. Scialuppa, svenuto, perdeva tutto il suo sangue.
    «Povero Scialuppa,» disse Cornaboeux, «è meglio che crepi sull’istante!». E, tirato fuori dalla tasca un coltello, gli affibbiò un colpo mortale, scuotendo sul corpo di Coda le ultime gocce di sperma che gli colavano dal membro. Scialuppa morì senza dire «Ah!». Cornaboeux si riaggiustò accuratamente i pantaloni, vuotò i cassetti di tutto il denaro e gli abiti che vi trovò, e prese inoltre i gioielli e gli orologi. Poi guardò Antonio Coda svenuto per terra. «Bisogna vendicare Scialuppa», pensò. E estrasse ancora una volta il coltello, infilandolo di forza tra le natiche di Coda, sempre svenuto. Cornaboeux gli lasciò il coltello piantato nel culo. Gli orologi suonarono le tre del mattino. L’uomo uscì come era entrato, lasciando quattro corpi distesi a terra, nella stanza piena di sangue, di sperma e di un disordine indescrivibile. Una volta in strada, si diresse allegramente verso Ménilmontant, canticchiando: “E un culo deve odorare di culo e non di acqua di Colonia…”.

  26. Pendant trois heures et demie,
    Ce bavard, venu de Tournai,
    M’a dégoisé toute sa vie;
    J’en ai le cerveau consterné.

    S’il fallait décrire ma peine,
    Ce serait à n’en plus finir;
    Je me disais, domptant ma heine:
    “Au moins, si je pouvais dormir!”

    Comme un qui n’est pas à son aise,
    Et qui n’ose pas s’en aller,
    Je frottais de mon cul ma chaise,
    Rêvant de le faire empaler.

    Ce monstre se nomme Antogn’;
    Il fuyait devant le fléau.
    Moi, je fuirai jusqu’en Gascogne,
    Ou j’irai me jeter à l’eau.

    Si dans ce Paris, qu’il redoute,
    Quand chacun sera retourné,
    Je trouve encore sur ma route
    Ce fléau, natif de Tournai.

  27. Per chiunque si trovi nelle condizioni di Antonio Coda conosco solo un rimedio: bere e scopare. Reduce dalla messa nera, è in uno stato pietoso, trema tutto, parla in modo incoerente. Tuttavia riesce a trovare la bottiglia di cognac che tiene in macchina. Filiamo a tutta velocità. Io non conosco le strade e Antonio Coda è troppo isterico per esser di aiuto, ma tutte le strade conducono a Parigi.
    Charenton… ecco un uomo! Perlomeno i suoi intrattenimenti non sono noiosi, mentre non può dirsi altrettanto per i suoi più rispettabili confratelli. E siccome alle sue messe non ci si spinge agli estremi – non si fanno a pezzi i bambini, non ci si dà al cannibalismo – il male ch’egli pratica può dirsi abbastanza innocente. Un po’ più spettacolare del solito evangelismo, senz’altro, ma non molto più pericoloso. Io rispetto la sua vitalità, e al diavolo i fini cui tende… Troppi, fra quelli che conosco, sono morti per metà, sia dalla cintola in giù, sia dalla cintola in su.
    Le opinioni di Coda al riguardo sono esclusivamente sue. Dopo qualche sorsata di cognac, si è calmato un po’. Mi si fa accosto, sui sedile, tutto nudo. Mi passa la bottiglia. Dò appena un sorso. Non ho tanto bisogno di bere, io, quanto di fottere qualcuno. Il cazzo mi è tornato duro come quando ero là da Charenton. E l’odore di culo (asfissiante, lì, dentro l’abitacolo, coi finestrini chiusi) mi sta dando alla testa.
    Ti rendi conto, in casi come questo, della potenza del fetore che Antonio Coda produce di continuo, per fermentazione, tra le sue chiappe…
    Coda continua a smaniare, non trova requie. Lo so io che cosa gli ci vuole. Il cognac non basta. Lui è come qualcosa che potrebbe esploderti in mano da un momento all’altro. Mi slaccia la pattuella e mi agguanta il cazzo. Lo tiene stretto, ci sta aggrappato, non per giocarci ma come per accertarsi che è ancora al suo posto e che ci rimanga.
    Non avevo mai visto Antonio Coda fare niente del genere. È sempre stato un gran troione, da quando lo conosco, ma finora si era sempre comportato con una certa discrezione.
    Coda l’ammira insieme a me, ma lui ha idee tutte sue, circa che farne. Allunga una mano, l’agguanta, lo sbaciucchia un po’. Prima ancora ch’io mi sia coricato, cerca di ficcarselo dentro la bocca. ‘Sto stronzo… dopo tutta la fatica che feci per indurlo a ciucciarmelo, la prima volta.

  28. Al dì 15 detto, de zugno, fu tagliata la testa al misere Antonio dal Coda calciolare, il quale avea dato a uno putto in su il volto, perché non li volse dare de le parte de drieto. Et per tale causa fu apicato.

  29. Poi lo Spirito di Dio fece andare Gesù nel deserto, per essere tentato da Antonio Coda. Per quaranta giorni e quaranta notti Gesù rimase là, e non mangiava né beveva. Alla fine ebbe fame. Allora Antonio Coda si avvicinò a lui e gli disse: “Se tu sei il Figlio di Dio, comanda a queste pietre di diventare pane!”. Ma Gesù rispose: “Nella Bibbia è scritto: non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che viene da Dio”. Allora Antonio Coda lo portò a Gerusalemme, la città santa; lo mise sul punto più alto del Tempio, e gli disse: “Se tu sei il Figlio di Dio, buttati giù; perché nella Bibbia è scritto: Dio comanderà ai suoi angeli. Essi ti sorreggeranno con le loro mani e così tu non inciamperai contro alcuna pietra”. Gesù gli rispose: “Ma nella Bibbia c’è scritto anche: non sfidare il Signore, tuo Dio”. Coda lo portò ancora su una montagna molto alta, gli fece vedere tutti i regni del mondo e il loro splendore, e gli disse:”Io ti darò tutto questo, se in ginocchio mi adorerai”. Ma Gesù gli disse: “Vattene, Coda! Perché nella Bibbia è scritto: adora il Signore, tuo Dio; a lui solo rivolgi la tua preghiera”. Allora Antonio Coda si allontanò da lui, e subito alcuni angeli vennero a servire Gesù.

  30. In un mantello bianco con la fodera color sangue, il passo strascicato dei soldati di cavalleria, alla mattina presto del quattordicesimo giorno del mese primaverile di Nisan uscì tra le colonne del portico che univa le due ali del palazzo di Erode il Grande il procuratore della Giudea, Antonio Coda.
    Più di ogni altra cosa al mondo, il procuratore detestava l’odore dell’olio di rose, e tutto adesso era presagio di un giorno nefasto, poiché quell’odore aveva cominciato a perseguitare Coda dall’alba. […]
    “O dei, dei, perché mi castigate?… Sì, non ci sono dubbi, è lei, di nuovo, l’invincibile, spaventosa malattia… l’emicrania, quando metà della testa fa male… non ci sono mezzi per difendersi, nessuna salvezza… proverò a non muovere la testa…” […]
    Antonio Coda contrasse il muscolo di una guancia e disse a voce bassa:
    “Portate accusato”. […]
    “Levi Matteo,” spiegò volenteroso l’arrestato, “riscuoteva i tributi. L’ho incontrato per la prima volta su quella strada di Bethphage che costeggia due lati di un orto di fichi, e ho parlato un po’ con lui. Al principio mi ha trattato con malevolenza e mi ha perfino offeso, ovvero pensava di offendermi, chiamandomi cane,” l’arrestato sorrise, “personalmente non vedo in quell’animale niente di brutto o che dia motivo di offendersi alla sua menzione…”
    Il segretario smise di scrivere e di sottecchi lanciò un’occhiata stupita, non all’arrestato ma a Coda.
    “…però, dopo avermi ascoltato, ha cominciato ad addolcirsi,” diceva Iešua, “alla fine ha buttato i soldi per terra e ha detto che si sarebbe messo in viaggio con me…”
    Coda sorrise con una guancia sola, serrò i denti gialli e disse, voltandosi con tutto il torso verso il segretario:
    “Ah, la città di Eršalaim! Che cosa non si sente raccontare qui! Un esattore delle imposte, avete sentito, ha buttato i soldi per terra! […]
    Con i denti ancora serrati, Antonio Coda posò gli occhi sull’arrestato, poi guardò il sole levarsi, come sempre a quell’ora, sopra le statue equestri dell’ippodromo, che si estendeva lontano, sulla destra, in basso; e d’un tratto, in una sorta di ansia soffocante, pensò che la cosa più semplice sarebbe stata cacciare dal portico quello strano brigante, pronunciando una sola parola: giustiziatelo. […]
    “Il male,” continuava il prigioniero, senza trovare nessuno che lo fermasse, “è che sei rinchiuso in te stesso e che hai perso del tutto la fiducia negli uomini. Perché non si può, converrai, riporre tutto il proprio affetto in un cane. La tua vita è squallida, Coda” e l’arrestato qui si permise un sorriso. […]
    Si sentì la voce spezzata, arrochita del procuratore che diceva in latino:
    “Slegategli le mani”. […[
    Coda si mise a gridare: “La scorta se ne vada” e, rivolgendosi al segretario aggiunse: “Lasciatemi solo con il criminale, si tratta di una questione di stato”. […]
    “Ma se tu mi lasciassi andare, egemone…” propose improvvisamente l’arrestato e nella sua voce si sentiva paura. “Ho capito che mi vogliono uccidere.”
    Uno spasimo alterò il volto di Antonio Coda, il procuratore rivolse a Iešua le cornee infiammate, striate di rosso, e disse:
    “Tu pensi, sciagurato, che Antonio Coda possa lasciare libero un uomo che dice cose che dici tu? Oh dei, dei! Forse pensi che io sia pronto a prendere il tuo posto? Io non condivido le tue idee! E se da questo momento pronuncerai anche solo una parola, se parlerai con qualcuno, sappi che dovrai guardarti da me. Te lo ripeto: dovrai guardarti da me”. […]
    Era tutto finito, non c’era niente da aggiungere. Ha-Nozri se ne andava per sempre, e non ci sarebbe più stato nessuno a curare la perfida emicrania del procuratore; non ci sarebbe stato altro rimedio se non la morte. Ma non era questo pensiero che colpiva ora la mente di Coda. La stessa incomprensibile angoscia che lo aveva visitato quando era sotto il portico penetrò tutto il suo essere. Cercò subito di trovare una spiegazione, e la spiegazione era strana: il procuratore aveva la sensazione confusa di non avere detto tutto al condannato, o forse che ci fosse qualcosa che non aveva ascoltato fino in fondo.
    Coda scacciò quel pensiero, e il pensiero volò via in un momento, così come era arrivato.” […]
    “Bene,” disse Antonio Coda, “dunque, sarà così”.