Chick-lit, premi Pulitzer e The Goldfinch di Donna Tartt

In quelle parti dell'internet che frequento, si è sollevata qualche voce scontenta riguardo al recente premio Pulitzer a Donna Tartt con The Goldfinch (uscito in italiano qualche settimana fa per Rizzoli come Il cardellino). Le opinioni sono diverse e non omogenee, eppure tutte girano intorno alla chiosa "The Goldfinch is OK but certainly not Pulitzer material", che di per sé pare abbastanza definitiva.

Due passi indietro: di chi stiamo parlando? Donna Tartt, 1963, fa parte grosso modo di quella generazione che viene dopo il postmodernismo della triade Pynchon/DeLillo/Barthes (alla quale doveroso est genuflettersi dando a intendere di aver letto Gravity's Rainbow, ma covando in segreto il senso di colpa dell'essersi fermati soltanto alla parte delle banane) e del realismo disincantato dei Great Male Narcissist (cit.) à la Roth/Updike/Mailer. Parliamo insomma di quella generazione che, fra gli estremi di David Foster Wallace e Breat Easton Ellis, include personcine interessanti quali il recentemente celebrato George Saunders, il buon vecchio Charlie Brown Jon Franzen, il sempre semi-nascosto Jeffrey Eugenides, la brava ho-finito-gli-epiteti Jennifer Egan, Amy Hempel, Junot Diaz, Michael Chabon e Jay McInerney.

Come fa notare Sarah Emily Duff, perché se Jonathan Franzen scrive Freedom il suo faccione finisce sulla copertina del Time con tanto di placca in bronzo con su scritto "Great American Novelist", mentre se una scrittrice (leggi: una donna) quale Donna Tartt affronta gli stessi temi con uguale maestria (e ci guadagna un Pulitzer en passant), ci ritroviamo tutti ancora per le mani l'etichetta di chick-lit e i preconcetti di una letteratura di genere da considerarsi (a torto) sempre domestica, intima, "whole-hearted"?

Eppure The Goldfinch gioca nella stessa categoria nella quale si muove il grande romanzo americano di Franzen, e si muove nel tentativo di superare l'impasse post-postmoderna di un'ironia che tutto fagocita, in direzione di qualcosa ancora da etichettare, molto simile ad un neo-realismo empatico e non tanto "sincero" (perché c'è già chi parla di new-sincerity) ma piuttosto stremato dall'ennui disincantato del wasp newyorchese, del sopracciglio inarcato con fare scettico, della recente sterile e irritante abulia hip.

The Goldfinch racconta la storia di Theo Decker, un ragazzino di tredici anni che rimane orfano dei genitori in seguito ad un incidente, ed inizia così la sua vita adulta nella città di New York transitando fra case di amici e conoscenti e notti per strada. Il romanzo di Tartt si sviluppa poi nei toni di un thriller sui temi della perdita e dell'ossessione, nel quale il protagonista, ormai adulto, cerca di rincorrere la figura della madre morta in un'enigmatica opera d'arte dal titolo de Il Cardellino appunto, per finire fra le maglie della criminalità organizzata e del traffico d'arte rubata, fra New York, Las Vegas e Amsterdam.

The Goldfinch è il terzo romanzo di Donna Tartt, un'autrice il cui talento si mostra e si è sempre mostrato nella lunga distanza: il suo primo primo libro, The Secret History (pubblicato in Italia da La Scala con il titolo Dio di illusioni) venne alla luce nel 1992 dopo una gestazione di ben otto anni. Forte di un successo (promosso da Bret Easton Ellis) di 75.000 copie vendute, Donna Tartt pubblicò poi The Little Friend (Il piccolo amico, Bur), questa volta dopo dieci anni di lavoro. The Goldfinch ce ne ha voluti undici, e questi undici anni di lavoro hanno dato vita ad un'anti-epica di 700 pagine, un romanzo che è una "big hyperbolic novel that spurs hyperbolic reactions" scritto in una prosa che naviga da toni classici e lirici a tenori colloquiali con abilità e continuità.

Forse è il caso di spogliare il "Great American Novel" delle sue apparenze mascoline e della sua genealogia bianca, middle-class, autocompiacente e autocompiaciuta. Il grande romanzo americano sta accadendo altrove, sta accadendo spesso, e ha voci diverse e più sottili. Buona lettura.

 

Lorenzo Andolfatto

Sono lettore, traduttore, interprete e studiante. Mi occupo di cose cinesi nelle ore di lavoro, e di cose letterarie perlopiù americane nel tempo libero. Non sono ancora diventato musica da ascensore.

5 Commenti
  1. @ Chiara,
    Ti ringrazio per la precisazione. Ho letto pezzi di The Goldfinch in giro per la rete, ma dei libri della Tartt devo ancora arrivare lì, perciò devo aver fatto confusione con le fonti 🙂