Ci sono abbastanza donne nel mondo della letteratura? Franzen dice di sì

Quel vecchio volpone di Franzen colpisce ancora.
Ogni tanto, in letteratura, rispunta la questione di genere e (anche) questa volta il caro Johnny si è sentito in dovere di dire la sua.

Tutto prende il via da un articolo di Frank Bruni, Sexism's Puzzling Stamina, in cui l'opinionista del New York Times sottolinea come, anche in letteratura, la questione di genere rappresenti un fenomeno allarmante. Dalla sua, l'indagine annuale della VIDA (Women In Literary Arts) di cui più volte ci siamo occupati anche noi di Finzioni.

Ebbene. Franzen non ci sta e scrive una lettera al New York Times in cui si legge:

«Potrà ancora esserci disparità di genere nel mondo dei libri, ma un numero davvero molto alto di donne scrive, si occupa di editing e di pubblicazione e recensisce romanzi. Il mondo che con maggior evidenza è dominato dal sesso maschile è quello di cui Mr. Bruni dimentica di occuparsi: il teatro di New York City.»

Se, da una parte, le donne che con la letteratura ci lavorano non hanno preso molto bene espressioni infelici come «potrà acora esserci» o «un numero davvero molto alto di donne», dall'altra la comunità teatrale sembra aver apprezzato l'intervento di Franzen. Jenna Lyn Bader, in particolare, membro del consiglio di amministrazione della League of Professional Theater Women, ha scritto al Times per ringraziare l'autore: «Più del 60% dell'audience dei teatri americani è composta da donne, ma meno del 20% degli spettacoli prodotti sono scritti da donne» fa notare la Bader.

D'altronde, nulla di nuovo sotto il sole: non è la prima volta che Franzen scatena l'ira delle donne. Nel 2012 se l'era presa con l'autrice de L'età dell'innocenza, Edith Wharton, sostenendo che «non era graziosa» e le critiche, molto aspre, non si erano fatte attendere.

Prima ancora, nel 2010, Forbes riportava una battaglia a suon di tweet contro Franzen e il New York Times, in occasione della quale la giornalista Jenna Goudreau concludeva l'articolo chiedendo ai suoi lettori: «Gli scrittori sono davvero presi sul serio automaticamente [al contrario delle colleghe scrittrici n.d.r.]?»

Lasciando da parte per un attimo l'ultima uscita di Franzen, che tanto ama dare di sé l'idea di un personaggio controverso e che in queste polemiche ci sguazza felice per la sfrenata gioia dei giornalisti e dei polemiconi di tutto il mondo che si appigliano a ogni minimo dettaglio, pongo anche a voi la domanda della Goudreau. Prima di rispondere, però, date un'occhiata alla gallery di cui vi ho parlato nei Bookatini di qualche settimana fa: troverete le copertine di romanzi scritti da uomini riadattate in modo da sembrare più frivole come se, a scrivere, fosse stata una donna. E viceversa, naturalmente.

Ed ecco Freedom, un romanzo di Jane Franzen:

E va bene che un libro non si giudica dalla copertina. Però…

Valentina Simoni

Una laurea in giurisprudenza, ma da grande voglio fare la coccolatrice di akita. Dico cose che non dovrei dire. Scrivo cose che non dovrei scrivere. Leggo cose che non dovrei leggere. Feticista della grammatica italiana e lettrice compulsiva, bookaholic senza speranze, divoratrice di serie tv. Nel tempo libero ascolto musica classica, imparo a suonare chitarra e pianoforte e gioco a riordinare la mia libreria.

17 Commenti
  1. Non capisco bene quale sia in realtà il quesito che viene posto.
    Dovrebbero, secondo voi, esserci delle “quote rosa” della letteratura? Il genere degli scrittori è una cosa che si può controllare?
    Sinceramente trovo la questione un po’ maschilista.
    Come vengono viste e percepite le scrittrici, poi, è un’altra questione; come quella delle copertine.

  2. No Gaia, secondo me non dovrebbero esserci "quote rosa" in letteratura. Anzi.

    Dall'articolo non si comprende volutamente. Mi sono limitata a riportare un fatto (i.e. la solita polemicona su Franzen) senza metterci dentro alcuna impressione personale 🙂

    Quanto alla domanda finale (che si riferisce evidentementealla percezione delle scrittrici): anche lì, il giudizio è lasciato a voi lettori e per questo ho richiamato un po' provocatoriamente (e pure ironicamente, via) l'articolo dell'Huffington sulle copertine.

    Che Franzen attiri le polemiche come pochi altri ormai è cosa nota e ti dirò (qui nei commenti, dove posso essere un po' meno oggettiva): stavolta, a parte l'espressione forse, da un certo punto di vista, un po' infelice (che magari da uno scrittore del suo calibro alcuni non si aspettavano), non credo abbia detto nulla di male. Tutt'altro: ha messo in luce un'altra situazione degna di nota.

  3. Viste le critiche mosse concordo, confermo e sottoscrivo, Jacopo.
    Un po’ come quella volta in cui disse a Michiko Kakutani che era la persona più stupida di NY, cosa che probabilmente avrebbe detto anche se si fosse trattato di un uomo.
    O quando disse che scrive per spingere gli uomini a leggere dicendo, se non ricordo male, che le donne leggono già, mentre i loro uomini guardano la TV o giocano a golf. Fu tacciato di maschilismo anche in quelle occasioni.

  4. Ho letto e riletto l’articolo, Valentina dice il vero: la sua opinione personale è assolutamente celata, come si conviene a un post informativo e non, per l’appunto, di opinione.

    Ma adesso dico la mia, invece. Dico che ci vuole più leggerezza. Dico che qualunque pretesto – qualunque – è buono per millantare maschilismo e discriminazione in lungo e in largo.

    Ma parliamo di libri: anche in questo caso, non è così. Nel mondo dell’editoria, per quella che è la mia piccolissima esperienza in merito, non mi è parso di vedere chissà quali disparità. Ho conosciuto uffici stampa, scrittori, autori, recensori di ambo i sessi e con le medesime competenze. Non ho mai visto comportamenti particolari nei confronti di uno o dell’altro genere sessuale.

    Quindi, per quella che – ribadisco – è la mia personalissima esperienza, mi sento di dare ragione a Franzen quando dice che, attualmente, il numero di donne che lavora in ambito è alto e che quindi il dominio non è più della coppia cromosomica XY.

    Di ambito teatrale non so assolutamente nulla, pertanto mi limito a leggere e recepire quanto sostenuto.

    Leggerezza, ché a noi va fatta fin troppo bene.

  5. sono arrivato alla conclusione che attualmente le persone molto intelligenti leggono, tutti gli altri scrivono. insomma, non lo vedo come un eventuale vanto per gli uomini.

    detto questo: le donne non sono una minoranza, sanno e sapranno prendersi quello che gli piace e spetta. l’opinione di un singolo è irrilevante, è il sistema che decide. le macro-regole del sistema cambiano col tempo, ma il modo in cui si gioca all’interno delle regole fa la differenza nell’immediato.

    se avessi le tette cmq non mi farei tante seghe…

  6. Nessuno mi tocchi Franzen o divento una bestia.
    Scusate, lo so che divento insopportabile a difenderlo sempre e comunque, ma stavolta ha ragione.
    Non ha detto: i gatti randagi vanno ammazzati, ha detto che sono un grosso problema (per gli uccellini dal petto colorato). Non ha detto che le donne nell’editoria/giornalismo sono troppe e da dare in pasto ai pesci ma che ci sono, e non è vero che sono discriminate e che anzi si fanno ben valere (hanno presente chi è Arianna Huffington?).
    E insomma, giù le mani da johnny o sarò costretta a picchiare le femministe. Vali, grazie per il bell’articolo! 🙂

  7. Per sapere cosa pensa Franzen delle donne basta leggere il suo romanzo Libertà, che a me è piaciuto pochissimo, però mi ha divertito nelle descrizioni delle donne, in particolare la sua assistente e poi amante, evidente sogno erotico di Franzen che non volendo/potendo “tradire” la moglie si costruisce un personaggio stereotipato e fiabesco, la cui pelle è addirittura immune agli insetti e si abbronza uniformemente.
    E ricordate tutti la scena in auto in cui lui si sorprende e forse si eccita che lei sappia guidare e di quanti progressi abbiano fatto le donne in questo campo.
    (i maschi sono molto eccitati nel vedere le femmine che giocano coi soldatini e le macchinine, sporche di fango, vuoi mettere? in un colpo solo un “buddy” con le tette).
    Uno scrittore bravo non deve necessariamente essere una brava persona, come lettore non glielo chiedo. Semmai gli chiedo, un po’ egoisticamente, di non farsi rincoglionire dalla vita. Tipo Chabon, che dopo che ha messo su famiglia ha scritto un romanzo terrificante (in realtà una raccolta spacciata da Rizzoli come romanzo unico), illeggibile, parlo di Uomini si diventa.
    Che Franzen con la sua frase abbia sottinteso che le donne nell’editoria sono fin troppe (e che quindi la smettessero di rompere le palle, loro e quelli che le difendono) sembra una lettura maliziosa ma accettabile.
    Quello che Franzen dimentica – per usare una sua frase – è che l’editoria, per mia esperienza ventennale, è stato da sempre, mica da oggi, un mestiere ad alta presenza femminile (e di gay). Per un semplice motivo. Le donne leggono più degli uomini, sono più attente, precise, ordinate, hanno una maggiore sensibilità, intesa come “sentire” il prodotto, spesso fanno un lavoro migliore degli uomini.
    Piuttosto a me pare emerga, come mi è capitato di vedere molto spesso nella mia esperienza, che mentre i maschietti sono in grado di “fare quadrato” per difendere ogni “attacco” al genere, le donne viaggiano in ordine sparso, non hanno solidarietà femminile, anzi sono pronte ad essere prone.
    Più che femminismo o maschilismo, direi società maschile. Anni fa ci fu una polemica sul Domenicale del Sole 24Ore lanciate da alcune scrittrici italiane che contestavano l’attacco sistematico alla “letteratura per signore”, e battute facili da parte dei maschietti tutti in gruppo a sfottere le femmine.
    Le scrittrici non contestavano le critiche a un genere stereotipato, segnalavano il fatto che NESSUNO (in particolare i maschi) fa le stesse critiche alla “letteratura per signori”, ugualmente brutta e stereotipata. Perché? Perché viviamo in una società maschile (attenzione: non maschilista, maschile), in cui le donne cercano in qualche modo di sopravvivere (Mad Men piace moltissimo perché racconta molto del mondo del lavoro di oggi – che dagli anni ’60 sia cambiato pochissimo?).
    I maschi difendono “il territorio”, sono solidali tra loro, fanno le battute sulle tette -, le femmine invece fanno meno squadra, quelle che si “ribellano” a questo modo di pensare vengono definite “lesbiche”.
    Lei torna a casa dopo 10 ore di lavoro sfiancante e lui è stravaccato sul divano, patatine aperte che gocciolano sul tappeto, aria ebete, Peroni gelata sul tavolino senza sottobicchiere, e i piatti sporchi nell’acquaio. E lei che senza dire una parola si mette a lavarli. Lei sa, come direbbe Franzen, qual è il suo posto. E se non lo sa e si ribella, beh… è lesbica.

  8. Mi spiace, Souffle, ma perché dovrebbe essere una lettura “accettabile”? Maliziosa, sì, perché gli si mettono in bocca parole non sue, ma non vedo perché accettabile. Franzen ha fatto sicuramente delle uscite che poteva risparmiarsi o modulare meglio, ma da quel momento in avanti è stato preso di mira dall’esercito del Politically Correctness (come quando ha dichiarato che i gatti negli Stati Uniti andrebbero eliminati in quanto alloctoni).

    Detto ciò, non mi sembra che le donne facciano meno quadrato degli uomini, anzi, ogni volta che viene fuori il discorso del “Have It All” e un’autrice sostiene che è normale che una donna non possa avere tutto (ossia carriera e famiglia) e che va bene così, ecco orde di femministe pronte a epurare la traditrice.

    Anche sul fatto che le donne che si ribellano siano definite lesbiche, sinceramente, è la prima volta che lo sento. La mentalità stereotipata maschile è più facile che in questo caso denigri la donna tacciandola di una promiscuità di cui può far parte (ossia “troia”) piuttosto che una dalla quale viene escluso. Oppure viene scelto il classico epiteto che esclude tutti: figa di legno.

    Parlare di maschi che sono solidali tra loro e “fanno battute sulle tette”, sinceramente, mi sembra denoti da parte tua un’assoluta chiusura mentale. Se è sbagliato marchiare la donna come colei che sa stare solo in cucina e il gay come quello che va in giro con le piume di struzzo rosa, finiamola di stigmatizzare l’uomo come colui che pensa solo alla figa e che fa battute da bar. Siamo nel ventunesimo secolo.

  9. Mi stupisce sempre quando ci sono fraintendimenti comunicativi o di tutto un discorso si tiene solo quello che ci colpisce personalmente e non le cose importanti che una persona ha cercato di dire. La responsabilità è mia, si intende.

    Primo: ho suggerito che la posizione di Franzen – sulla quale mi pare tu concordi – si potesse capire già leggendo il suo romanzo “Libertà”, che non mi era piaciuto, anzi mi aveva molto infastidito.
    Su questo? Nulla? Opinioni?
    Di libri si stava parlando, non è questo il posto dove farlo?

    Se vuoi sapere nel dettaglio che ne penso del libro puoi leggero qui.
    http://percorsidiversi.wordpress.com/2011/10/22/troppa-liberta-mr-franzen/

    Che Franzen dica che ci sono fin troppe donne nell’editoria, sottintendendo che la cosa non è poi così positiva, è per me interpretazione accettabile (mica da tutti, da me!) anche alla luce del suo romanzo e peraltro, mi pare confermato anche dal fatto che persino tu dici che ha fatto una battuta infelice. Cioè ha detto una cosa vera, ma avrebbe potuto dirla meglio. Un po’ come fare una affermazione sessista o razzista o omofoba, e il problema è “come dirla”, non cosa si è detto. Ma se il problema è “come dire le cose” ricadiamo nel politicamente corretto che a me – e nemmeno a te – non piace.
    Se pensiamo una cosa diciamola senza nasconderci dietro il politicamente corretto. Così ragioniamo sulle parole e sul loro significato, non sulla cornice.

    Che lui si sorprenda che vi siano molte donne nell’editoria stupisce me, come ho detto, perché da sempre il mondo dell’editoria è pieno di donne. Le ragioni le ho già dette e mi annoia ripetermi.
    Su questo non hai da dire nulla? Sei d’accordo, non sei d’accordo?

    Ho poi ricordato una polemica letteraria del Domenicale in cui diverse autrici italiane sostenevano che mentre la letteratura “per signore” stereotipata e banale veniva stigmatizzata e ridicolizzata (anche da loro!), lo stesso trattamento non veniva riservato alla letteratura “per signori” ugualmente stereotipizzata.
    In altre parole, mentre le donne scrittrici erano pronte a criticare quel tipo di letteratura (altro che femministe), gli uomini – pronti a fare quadrato – non erano disposti a farlo per i generi letterari “per signori” con gli stessi difetti di quelli “per signore”.
    Nulla da dire nemmeno su questo? Sei d’accordo, non sei d’accordo?

    La lingua italiana, specie se usata di fretta ci rivela moltissimo del nostro interlocutore.
    Nell’affermare che anche le donne “fanno quadrato” avendo attaccato la poveretta che ha affermato che una donna non può conciliare carriera e famiglia (ma gli uomini avrebbero “attaccato” un maschio nella stessa posizione?), hai anche chiamato “femministe” le donne che si sono ribellate a quel pensiero. Che è un po’ l’equivalente di averle chiamate “lesbiche”.

    La pensi così? Pensi che una donna che rivendichi il diritto di conciliare famiglia e carriera – magari con l’aiuto di un uomo che ha contribuito a farla quella famiglia – sia una femminista?

    Ti potrei presentare alcune donne che non solo hanno fatto figli accuditi e amati ma sono anche “in carriera” e impegnate politicamente. Queste donne ti tirerebbero addosso un vocabolario per averle chiamate “femministe”. 🙂

    Quel tuo pensiero poi sottolinea – ma non ti attribuisco parole che non hai detto, è una mia interpretazione – che mentre per gli uomini è possibile fare figli e avere una carriera, mollando i figli addosso alla madre, per una donna non è possibile e quindi: zitta e mosca.

    Questa immagine della donna che se fa una famiglia non può avere una carriera è da ventunesimo secolo?

    Per una donna è sicuramente difficile conciliare lavoro e famiglia, ma è possibile, sopratutto nelle professioni intellettuali (si parlava di queste, vero?), ed è ancora più facile se il suo uomo dà una mano di aiuto…
    Le ragioni le conosciamo: una legislazione italiana che non aiuta, i maschi italiani generalmente poco propensi a dare una mano nella gestione della casa.

    Che una donna dica che “va bene così” scegliere tra famiglia e carriera – discorso che peraltro sta benissimo a molti uomini – è una sua opinione, non condivisibile ma rispettabile. La pensano così anche Giuliano Ferrara e Amicone, il cattolico direttore di Tempi, da sempre dell’idea che una donna che ha famiglia deve occuparsi della famiglia. E basta.

    Che le donne che non ci stanno a questa visione, siano definite da te “femministe”, è la conferma di quello che stavo dicendo.

    (PS. se tu avessi visto un po’ più di serie tv o film, avresti sentito molte volte dare della “lesbica” a una donna impegnata politicamente, che non “gioca” al gioco dei maschietti, che si pone in posizione di “parità”, che rivendica identità di posizioni.
    In questo caso, semanticamente, l’epiteto è corretto. La “lesbica” è quella che non ci sta a giocare al gioco maschile, ad avere il suo ruolo pre-definito e codificato in una società dominata dal “cazzo” (per parafrasare quello che disse con piacevole polemica la bravissima Violetta Bellocchio). Non vedo cosa c’entri l’epiteto “troia” quando si stanno definendo gli ambiti di “movimento” dei sessi sul piano di gioco.)

    Infine: per usare le tue parole, io come Franzen ho fatto una uscita che mi potevo risparmiare, prendendo in giro – a mo’ di provocazione, le stereotipizzazioni si usano per pro-vocare, chiamare a una riflessione, a un discorso – il maschietto sul divano con la Peroni e le patatine sul tappeto, ma immediatamente tu hai difeso la categoria e ti sei subito adirato per questo stereotipo. 🙂 Il che conferma che i maschi, anziché riderci sopra, “fanno quadrato” quando li si prende un po’ in giro.

    Diamoci una mano. Io finisco di stigmatizzare l’uomo come un tizio che parla solo di tette e tu – visto che siamo nel ventunesimo secolo – prendi un po’ in giro la letteratura stereotipata maschile e prova a pensare che ci sono donne che vogliono una famiglia e una carriera e hanno tutto il diritto di averla, senza essere per questo chiamate femministe. 🙂

    E infine, voglio venirti incontro. Franzen in realtà voleva dire che è bellissimo che nell’editoria ci siano davvero tante donne, perché escono fuori molti più libri ben scritti di quelli che uscirebbero se anche il mondo editoriale, come altri mondi lavorativi, fosse dominio maschile.
    Grazie per il confronto.

  10. Lo farò senz’altro e sono sicuro che non ho capito nulla (anche se la correttezza della comunicazione dovrebbe fare sempre dire che è il comunicante a non essersi spiegato, non il ricevente a non avere capito). Pazienza.
    Avrei gradito un confronto sui temi sollevati, confronto – magari anche con chi ha scrtto il pezzo – in grado di fare crescere tutti, me compreso, ma non importa.
    Grazie comunque

  11. @Souffle: mi hai chiamata in causa, quindi rispondo. Anche se, sinceramente, non so bene su cosa dovrei rispondere. Scusa comunque il ritardo, ma (per mia sfortuna) non vivo su Finzioni e i nuovi commenti mi erano sfuggiti.

    Ho letto i tuoi interventi e quelli di Jacopo, mi sembra di aver già dato l’interpretazione che mi competeva sul significato da attribuire (o meno) alle parole di Franzen in più di un commento. Scriverlo di nuovo mi sembra ripetitivo, ma colgo l’occasione per concordare con @SilviaD sulla questione “leggerezza”.

    Parlare di femminismo o di maschilismo, sinceramente, non è nelle mie corde. Come ho già detto.

    Non ho letto “Libertà” (è in coda di lettura) e non sono solita parlare di libri che non ho letto. Ho leggiucchiato, prima di scrivere questo articolo, un po’ di brani in cui Franzen parla di donne, ma erano tutti estrapolati dal contesto e 1) non mi piace giudicare un testo senza leggere l’opera da cui è tratto; 2) non è sempre detto che il pensiero di un personaggio, ciò che si scrive in un romanzo o le descrizioni di particolari personaggi e dei loro modi di fare, rispecchino il vero pensiero di un autore, perciò sono solita prendere con le pinze le varie interpretazioni che si danno della psicologia di uno scrittore a partire dai suoi personaggi.

    Per la questione delle donne in carriera (di cui farei volentieri a meno di parlare qui, ma tant’è), direi che non spetta a me spiegare quello che Jacopo voleva dire o quello che tu volevi dire. Potrei comunque dare una mia opinione e cioè che sì, è vero, le donne in carriera sono discriminate spesso e volentieri (“lesbiche” e “troie” sono tutti appellativi molto “carini”. A volte, nei telefilm, li usano anche in associazione per creare un mix esplosivo di finezza, ma non divaghiamo) ma è vero anche che, dall’altra parte, ci sono frotte di donne che “fanno quadrato” (così come i maschietti in altre occasioni) per osteggiare altre donne che, contrariamente a loro, hanno scelto di non fare carriera.
    Donne a cui sta bene vivere in casa tra la cucina e il doposcuola dei figli. Che sono felici così.
    E io, che non faccio parte di quest’ultima categoria e non desidero farne parte, trovo comunque questo continuo giudizio sulle scelte altrui (e parlo in generale ora, non mi riferisco a te né a Jacopo) disturbante. Una Donna può essere tale sia ai fornelli sia alla direzione di una multinazionale. Saranno anche cavolacci suoi come intende vivere la sua vita ed essere felice. E, se sta ai fornelli, certo non è da considerarsi una poverina sottomessa dall’ideologia maschilista. Così come, se decide di fare carriera e di non avere figli, non è una “lesbica” o una “troia” o una persona senza cuore. Idem se ha abbastanza carattere da riuscire a portare avanti una sua carriera e, al contempo, metter su famiglia. Cosa per cui ci vuole anche una buona dose di fortuna, nel senso che le sarà ovviamente molto più semplice raggiungere i suoi obiettivi se non dovrà preoccuparsi di andare a portare il figlioletto a nuoto perché può farlo il papà (o la nonna, o lo zio o la tata). Poi in Italia abbiamo anche una situazione orrenda per quel che riguarda il sostegno alle mamme lavoratrici, ma lasciamo perdere. Non è questa la sede adatta per discuterne.

    Per quanto riguarda gli uomini: per fortuna di tizi in canottiera e birramuniti che brontolano guardando la partita mentre io preparo la cena non ne ho conosciuti molti. Quei pochi che ho conosciuto hanno ricevuto una dose tripla di peperoncino negli spaghetti (avere parenti calabresi in questi casi serve) e, credimi, la volta successiva si sono ben guardati dal chiedermi di cucinare.
    Ma, da questo punto di vista, so di essere molto fortunata.

    Bien. Scusa se sono andata un po’ fuori argomento e se non ho risposto a qualche domanda/trattato qualche questione. Ho provato a spiegare cosa ne penso di Franzen (limitatamente a quanto ne so), delle copertine e della mia opinione sugli -ismi.
    Direi che, per essere partita da un articolo prettamente informativo e oggettivo, la mia opinione ora è (spero) chiarissima.
    In ogni caso, se vuoi pormi qualche altra questione, ben venga. Cercherò di rispondere in base alla mie conoscenze 🙂

    Buona notte!

  12. Mi dispiace, ma non ci sarà alcun confronto fino a quando non deciderai di partire da ciò che c’è scritto e non da una conseguenza illogica che vedi tu e tu soltanto. Si tratta dello stratagemma n. 24 dell’Arte di ottenere ragione di Schopenhauer, e funziona solo con chi non conosce gli altri trentasette.

  13. Ok, fa nulla Jacopo, non nutrivo comunque molte speranze.
    L’hai poi letto quel romanzo di Vidal che avevi sul comodino?
    Ringrazio Valentina per la sua cortese risposta e sono d’accordo con molte cose che dice. E senza dubbio, un autore non ha gli stessi pensieri dei suoi personaggi, per quanto molti autori mettano dentro i loro personaggi molto di se stessi. Un bravo scrittore racconta o dovrebbe raccontare (come direbbe Tom Wolfe) solo quello che conosce.
    Ti auguro buona lettura con “Libertà”.