Da Kerouac all’iPad

“Per Steve il futuro della tecnologia affondava le radici nella poesia Beat”. Lo ha rivelato pochi giorni fa Chrisann Brennan, il primo grande amore di Steve Jobs, nato ai tempi del college.
Pare che in quegli anni il guru di Cupertino fosse un poeta dall’animo beat, sognatore e visionario, seguace della musica di Bob Dylan, di cui aveva un poster sopra il letto a mo’ di santino. Tanto che passava le nottate a riscrivere e reinterpretare i testi delle sue canzoni, chino sulla macchina da scrivere elettrica.
Componeva poesie, Steve Jobs, e come ogni poeta beat che si rispetti, le leggeva come fossero un fraseggio bop durante i reading collettivi con il gruppo di cui faceva parte, “la congrega del campo di grano”.

Non si può certo dire che il papà dell’iPad fosse un hipster o un beat propriamente detto, e probabilmente non avrebbe resistito a lungo a fare l’autostop coast to coast insieme a Cassady e Kerouac.
Però in fin dei conti sono stati proprio i semi del beat, quel richiamo alla vita, alla consapevolezza dell’istante, il non accontentarsi che hanno portato Steve Jobs a pensare in grande, a rivoluzionare la tecnologia e di rimando la quotidianità di milioni di persone.
D’altronde il “siate affamati, siate folli”, pronunciato nel discorso alla Stanford University, non è che la fioritura di quel“battito” giovanile.

Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare.
Lo diceva Kerouac in On the road, Steve Jobs ne ha fatto la sua filosofia.

Francesca Giannone

 

Francesca Giannone

Redattrice e giornalista. Seguace della letteratura americana, di Truffaut e del tabacco Pueblo senza additivi. Ha un sogno irrealizzabile: bere una bottiglia di Negroamaro salentino insieme a Richard Yates e Raymond Carver.

10 Commenti
  1. @Alfonso, non mi sembra che l’articolo possa essere tacciato di “onanismo elegiaco”, né tantomeno i toni mi sembrano agiografici. Esso si limita a dare una notizia di colore che lega Steve Jobs al mondo della poesia, e lo fa in una maniera leggera.
    Su Finzioni esistono molte voci, questa è la sua ricchezza. Prova a leggere quanto si dice in questi due articoli su Steve Jobs e vedrai che “we are the ones that DO check reality pretty often…” 😉

    http://www.finzionimagazine.it/news/finzioni-digitali/e-news/il-pirata-della-silicon-valley/

    http://www.finzionimagazine.it/news/finzioni-digitali/pecore-androidi/wu-ming-1-defeticizzare-la-rete/

  2. “Il non accontentarsi che hanno portato Steve Jobs a pensare in grande, a rivoluzionare la tecnologia e di rimando la quotidianità di milioni di persone.”

    Steve Jobs non pensava in grande, pensava in molto, molto piccolo. Aveva una visione ridotta al design dei giocattoli prodotti da una società che prima faceva computer e ora fa elettrodomestici… oops, “elettronica di consumo”. Sentirne parlare come di un Guru che ha rivoluzionato alcunché (al massimo ha migliorato la confezione di quello che già c’era e c’ha fatto sopra una quantità “schifosa” di profitti) mi fa venire l’orticaria ogni due per tre in questo periodo.

    Riguardo la pluralità di voci, sono curioso di leggere: ho scoperto Finzioni molto di recente, ci ho trovato spunti interessanti e non vorrei dover cancellare il feed al blog per eccesso di accostamenti fra un turbocapitalista tecno-fanatico come Jobs e la poesia beat 😛

  3. Se dici che è il vicino di casa che non vorresti mai avere, ti do pienamente ragione, e l’essere capitalista era l’ultimo dei suoi problemi (se hai letto la biografia, sai il perché). Dire però che non ha rivoluzionato nulla è una panzana colossale. Non so quanti anni tu abbia, né quale sia stata la tua prima macchina, ma il lavoro di Jobs ha davvero sconvolto l’industria informatica.

    Era un cazzone? Sì, ma un cazzone che è riuscito a migliorare tantissimi prodotti destinato all’oblio.

  4. La mia prima macchina è stato un 286, ma i PC li conoscevo già da prima (il primo che ho visto è stato un PC1 Olivetti montante CPU compatibile-8086).

    E ripeto: Jobs non ha rivoluzionato una benamata mazza. Ha inventato lo standard ATX (vecchio di 20 anni, ancora validissimo)? No. Ha “creato” qualcosa di nuovo e davvero rivoluzionario che ha cambiato la mia vita in meglio? No. Tutto era stato già inventato, creato, stabilito prima del suo mefitico “tocco magico” da markettaro di lusso per cervelli tendenti all’ammasso.

    L’unica cosa di “rivoluzionario” che concedo a Apple è il PC Apple, appunto, ma quello è lavoro dell’altro Steve, l’ingegnere, il vero creatore e inventore (Wozniack). Il resto è fuffa, sbobba, truffa (un Mac costa come due PC, e l’hardware fa molto più schifo dal punto di vista delle prestazioni).

    Jobs era un turbocapitalista, demente e incapace di relazionarsi col mondo esterno, se vogliamo: il suo “lascito” al mondo sarebbe Apple, cioè un società pensata per fare profitto e solo profitto su giocattoli uber-costosi fino alla fine dei tempi.

    Per quanto mi riguarda, un personaggio del genere non è un rivoluzionario: è l’1%, per di più socialmente pericoloso e inutile…

  5. @Alfonso, le fonti che ho letto io intorno alla pignoleria di Jobs sul design vanno nella direzione opposta a quello che tu dici. Ma non sono un esperto e quindi mi tengo caro il beneficio del dubbio.
    Premesso che concordo in pieno sul fatto che fosse uno spietato capitalista, e accertato che le mie simpatie vanno molto di più al suo alter-ego Steve Workers (http://steveworkers.tumblr.com/ ), io credo che in primo luogo si fa un uso eccessivo e quindi sbagliato di parole come “rivoluzione”, ma soprattutto che la questione è mal posta. Gli storici delle tecnologia e della scienza ci diranno (o ci hanno già detto, non so) che cosa concretamente ha inventato Jobs da un punto di vista tecnico. Ma per capire il suo ruolo nella storia recente credo bisogni insistere non sulla tecnologia ma sugli aspetti culturali (direi epistemologici) del suo lavoro. Jobs inventa in primo luogo uno stile (come un qualsiasi sarto di alta moda), un linguaggio, un universo simbolico di un certo appeal. Ma soprattutto propone (cavandone sommi profitti) una nuova gestualità, una maniera d’intendere il rapporto uomo-macchina. Ecco, secondo me bisognerebbe ragionare su questo.

  6. @Alfonso Per tornare al discorso del beat, come diceva giustamente eFFe, il post ha un tono leggero, che semplicemente riporta una notizia curiosa e ci riflette su. Come ho scritto, non è che Steve Jobs possa essere annoverato tout court nella beat generation, OVVIAMENTE. Però il fatto che in gioventù ascoltasse Bob Dylan, scrivesse poesie e avesse un animo Beat (a detta della sua ragazza di allora), fa riflettere su come le radici di quella filosofia beat siano poi confluite in qualcos’altro. Mantenendone per alcuni versi lo spirito originario. Difatti se leggi per intero il discorso fatto alla Stanford University, ci troverai dentro tanto concetti beat… Poi, non entro nel merito del capitalista spietato ecc, Mi interessava qui indagare la faccia “poetica” di Jobs, senza esaltarlo o osannarlo.

  7. “a riflettere su come le radici di quella filosofia beat siano poi confluite in qualcos’altro. Mantenendone per alcuni versi lo spirito originario.”

    What… the… fuck? 😛 No sul serio, secondo questo è una linea di ragionamento completamente fuori strada, così come i “nuovi linguaggi” delle interfacce touch (vecchie come il cucco anche quelle).

    Seguo, per lavoro e per passione, l’attualità tecnologica da più di un lustro e mi occupo di informatica da una vita (beh insomma, però son sempre quasi 20 anni…) e non mi faccio incantare dalle iconcine colorate della Mela Marcia di Cupertino: Jobs e Apple hanno instupidito le potenzialità della tecnologia regalando agli utonti e ai nabbabbi (io Apple non me la potrei permettere, per dire…) alla ricerca della griffe di grido l’illusione del controllo.

    In realtà, il controllo è quello che stà saldamente in mano a Apple: la presunta “bellezza” del design ricercato degli iCosi (che poi a me fa rabbrividire, esteticamente, quella “bellezza”) costa all’utonto la sua libertà, la libertà di usare la tecnologia senza gabbie o comunque al pieno delle sue potenzialità senza il controllo draconiano, ossessivo e pervasivo imposto dai server remoti di Cupertino. Nel giardino recintato di Apple siamo tutti felici, tutti artisti, tutti controllati a bit in ogni singola cosa che facciamo/diciamo/muoviamo su iPad/iPhone/iPod.

    Versione TL;DR in chiave sci-pop: a me Apple fa profondamente orrore perché ho scelto di inghiottire la pillola rossa, so qual’è la realtà che si cela dietro l’icona, molti altri hanno scelto la pillola blu e si crogiolano nelle “rivoluzionarie” tecno-dittature commercializzate da Cupertino. Fin quando avrò libertà di scelta mi limiterò a criticare, quando Apple conterà qualcosa sul mercato dei computer “veri” prenderò direttamente le armi 😛

  8. Ah, piccola nota sulla “semplicità” della tecnologia: una macchina potente e capace non dev’essere necessariamente complicata per tenere lontane le masse, ma è altrettanto vero che il computer non può ridursi a mero “giocattolo” castrato in quasi tutto quello che potrebbe fare per una malintesa idea di “democratizzazione” delle sue abilità.

    Apple non fa più computer, fa giocattoli. Apple non ha democratizzato la tecnologia ma ha istituito una tecno-dittatura. Spero di essere stato abbastanza efficace, così…..