Di editoria virtuale e provocazioni a vuoto

Il 23 Settembre, la redazione della rivista New Yorker ha pubblicato un video sul proprio sito in cui annunciava la presentazione della nuova, innovativa app di realtà virtuale creata per leggere, appunto, il New Yorker.

L'applicazione consentirebbe di leggere la rivista senza di fatto possederla: indossando il visore per la realtà virtuale, il lettore moderno potrebbe giocare a sfogliarla nella propria caffetteria preferita, anche trovandosi comodamente proprio nella propria caffetteria preferita (WOW!) — tipo sono al bar dello sport, che adoro, e il visore mi proietta nello stesso bar dello sport con il New Yorker in mano. Il risultato è che, per il lettore, sarebbe «quasi come aver letto un intero articolo».

Che questa applicazione esista o meno non è stato ancora confermato (anche se dubitiamo), ma poco importa: il nodo focale della questione è che si tratta palesemente di una provocazione bella e buona. Il video, correlato della ormai classica musichetta da startup (che se non è così ha fischiettii e clap clap entusiasti come sottofondo, si tratta di verità universalmente riconosciute), mostra una serie di test in cui lettori del New Yorker sono invitati ad indossare gli occhialoni. Chi sfoglia l'aria, chi si lamenta di dover fingere di leggere un articolo davvero troppo lungo, chi è su di giri perché è nel proprio bar preferito e finge di esserci, chi è a una festa con gli occhialoni e, completamente estraniato, si mette a discutere da solo di politica estera.

Eccolo qui:

La provocazione era rivolta a tutti coloro che, influenzati da belle presentazioni impacchettate da toni ghiaccio, musica soft e la parola "ispirazione",  sono disposti a "rivoluzionare il proprio modo di leggere" di fatto rinunciando in toto a leggere.

La digitalizzazione è l'evoluzione "naturale" del prodotto culturale, e ciò è vero anche per libri e riviste, che continuano ad esistere sia nel proprio supporto cartaceo sia in quello digitale garantendo al lettore una fruibilità senza tempo né spazio. E ciò è bello, e non stravolge il modo di leggere di nessuno, perché il risultato è sempre che te ti apri l'accidenti che ti stai leggendo, su un eReader o in un libro, e te lo leggi, fine.

L'idea di editoria virtuale suggerisce invece un'astrazione persino dalla lettura — attività prettamente immaginativa e anti-sociale, ad essere onesti privando il lettore della necessità di dover tenere qualcosa in mano, guardarsi intorno, leggere e addirittura magari riflettere su ciò che legge. A questo punto il lettore non è più tale, ma diventa l'utente di un gioco in cui finge di essere uno a cui piace un sacco leggere.

Ecco, il problema è che diverse testate italiane, anche di una certa importanza, hanno riportato la notizia prendendola per buona, senza forse guardare il video fino alla fine — di sicuro senza coglierne l'ironia nemmeno troppo implicita — e senza sorprendersi dell'annuncio, per quanto presumibilmente fasullo. La notizia non ha scioccato, non ha fatto parlare di sé o del New Yorker, e nemmeno ha suscitato le solite scie di polemiche. Il che da un lato è un sollievo, mentre dall'altro la domanda sorge spontanea: siamo così assuefatti a vivere per interposta applicazione da non accorgerci nemmeno quando ci stanno prendendo per i fondelli?

Sara D'Agostino

Book nerd D.O.C., crede nella Forza come religione e ha una dipendenza da asciugacapelli. Da vera strapezzente, ha percorso la rotta di Kessel in meno di dodici Parsec.

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