Errore bandire “I versi satanici” di Salman Rushdie

Meglio tardi che mai è un detto in cui non mi riconosco granché. Ciò che rende importante qualcosa è, anche, il momento in cui avviene, e non sono convinta che farla oggi o tra 27 anni sia uguale. Nel frattempo saranno successe e cambiate altre cose, persone saranno venute e se ne saranno andate, equilibri si saranno modificati… tutto anche perché quella cosa non è stata fatta in quel momento specifico. Certo, se non viene fatta mai potrebbe essere ancora peggio, ma a volte il tardi è talmente tardi che la cosa perde senso.

27 anni è proprio la quantità di tempo che ci è voluta all’India per ammettere che il bando al romanzo I versi satanici di Salman Rushdie, stabilito il 14 ottobre 1988, è stata una decisione infelice. Sabato scorso al festival The Times of India a Delhi, in un incontro dal titolo “Is India a liberal republic?”, l’ex ministro P. Chidambaram ha ammesso per la prima volta che indire un embargo per il romanzo di Rushdie fu un errore. All’epoca, solo nove giorni dopo la pubblicazione del libro per l’editore americano Viking Penguin, il governo di Rajiv Ghandi, di cui Chidambaram faceva parte, ne vietò l’importazione in tutta l’India. Misura che, nonostante le dichiarazioni dei giorni scorsi e l’enorme successo mondiale dell’opera, rimane tuttora in vigore, come non ha mancato di sottolineare lo stesso scrittore in un tweet che recita «This admission just took 27 years. How many more before the "mistake" is corrected?».

Come tutti sappiamo, l’embargo indiano non fu l’unica né la più grave conseguenza della pubblicazione del romanzo: il 14 febbraio 1989, infatti, l’ayatollah Khomeini, leader politico dell’Iran e autorità religiosa per i musulmani, lanciò un appello a tutti i fedeli di Maometto per invitarli a provocare la morte di Salman Rushdie e di tutti coloro che, traducendo o pubblicando il suo libro, si macchiavano di insulto al Profeta e alla religione islamica. Come nel caso dell’embargo indiano – ma senza che nessuno abbia mai contestato pubblicamente la decisione di Khomeini –  anche la fatwa persiste tuttora e anzi, data la morte del suo autore, non può più essere ritirata. A riprova dell’ancora aperto conflitto tra Iran e Rushdie, non dobbiamo dimenticare che proprio in occasione della Fiera del libro di Francoforte di quest’anno lo stato mediorientale ha abbandonato la manifestazione e chiesto anche agli altri Paesi musulmani di boicottare l’iniziativa. Il motivo? L’invito fatto dagli organizzatori allo scrittore di tenere il discorso di inaugurazione (in cui Rushdie ha poi ricordato l’importanza della libertà di espressione e del ruolo della letteratura, che, pur senza armi, è chiamata a resistere contro la violenza che vorrebbe zittirla e a cambiare il mondo in cui viviamo).

Per tornare all’embargo, lo scrittore di origine indiana ne scrive naturalmente anche nella propria autobiografia, Joseph Anton, sottolineando come I versi satanici non passarono mai sotto lo sguardo di un organismo autorizzato, né fu mai istituito nulla di simile a un processo prima che fossero vietati. Oltre tutto, ricorda lo scrittore, il bando giunse del tutto inverosimilmente dal Ministero delle Finanze. Poco dopo, Rushdie scrisse una lettera pubblica indirizzata a Rajiv Gandhi, con l’accusa che un governo che compiva azioni del genere non era certo proprio di una società libera.

E ora arrivano le scuse, o almeno l’ammissione che bandire il libro fu «sbagliato». Meglio tardi che mai, quindi. Ma è veramente meglio? Un’ammissione che oltretutto non ha effetti reali sembra più che altro una bella posa, uno smarcarsi quando è facile farlo. Quando è tardi, molto tardi, rispetto al momento giusto e le cose in gioco importanti sono già passate. 

Silvia Banterle

Al contrario di tutto il resto del genere femminile, non vede l’ora di invecchiare, per poter finalmente essere acida come Emma Thompson in Saving Mr. Banks. A proposito, un attimo fa avete sbagliato a pronunciare, il suo cognome è sdrucciolo.

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.