Günter Grass: mi ritiro, sono troppo vecchio

(photocredit: dw.de)

 

C'è chi si ostina, c'è chi si ferma prima. Chi ripete, chi diventa la parodia di se stesso, e chi ha l'onestà e il coraggio di guardarsi dentro e capire se si può e si deve continuare. La notizia del prossimo ritiro di Günter Grass, oltre che rimbombante di per sé, non può che far riflettere sulla natura della scrittura, dell'esperienza dello scrittore, legata a fattori che non per forza hanno a che fare strettamente con l'attività pratica dello scrivere (fermarsi, ad esempio, perché impossibilitati dalla malattia) e che ci fanno capire quanto anche negli elementi più impalpabili ci siano dei confini.

Premio Nobel nel 1999, Grass ha annunciato in una recente intervista per il quotidiano tedesco Passauer Neue Press di essere «troppo vecchio». In questo caso, quindi, sarebbe un fattore anagrafico a stabilire l'opportunità di proseguire o meno una carriera portata avanti per più di mezzo secolo. «Ho ormai ottantasei anni. Non credo che ci riuscirò a scrivere ancora un romanzo». Colpa della vecchiaia e dei suoi disagi? Colpa della memoria, come per Gabriel García Márquez? Colpa della voglia che, per un motivo o per un altro, non c'è più, come accaduto a Philip Roth? Sarebbe veramente facile e rassicurante stabilire con precisione il perché di una decisione simile. Chiarire agli altri e a se stessi perché si smette di scrivere è difficile quanto spiegare perché si scrive, o almeno, in entrambi i casi la risposta più ovvia risulta poi essere sempre la più banale. 

Sarà che siamo abituati male. Cioè, ora come ora siamo immersi in un momento storico dove la coscienza dell'intellettuale, se non la natura stessa dell'intellettuale, è qualcosa di inconsistente, non percepibile. Abbiamo i grandi esempi del passato, alcuni dei quali fortunatamente ancora in circolazione per ricordarci come si fa (o come si faceva, o come si dovrebbe fare), ma il contesto in cui viviamo non manca di alterare le nostre percezioni, non ci fa cogliere più le sfumature, come se ci ritrovassimo ad ascoltare un dialetto a cui non siamo più allenati, o che magari abbiamo imparato freddamente sui libri, ritrovandoci impreparati ad ascoltarlo dal vivo. Personalmente, riesco a rilevare la natura profonda di un ritiro letterario come quello di Grass, eppure sono comunque portato a provare un certo stupore, a non capire fino in fondo che cosa ho davanti, come un bambino che scopre la mortalità. Perciò, nuovamente, davanti a chi sostiene i propri motivi e spiega perché non scriverà più, automaticamente la potenza della domanda opposta  perché si scrive — torna a impensierirmi, in tutta la sua misteriosa forza. 

Non credo sia un caso che ad avvertire ancora la necessità della scrittura siano gli stessi che hanno visto la propria carriera coronata dal Premio Nobel. La stessa Alice Munro all'inizio dell'estate scorsa aveva annunciato il suo possibile ritiro, ma non sappiamo se gli svedesi le hanno fatto cambiare idea. Lo scrittore tedesco dice «La mia salute non mi permette di fare piani per i prossimi cinque o sei anni», quindi è come se mettesse le mani avanti, come se sottintendesse un malinconico fosse per me continuerei. Ma non è per cercare l'attenzione, per far parlare di sé che Grass lancia la bomba. Allora perché aggiungere «Tuttavia questa sarebbe la condizione migliore da cui partire per un romanzo»? Semplice battuta di commiato, come per allungare a chi piange per le tue parole un fazzoletto per asciugarsi gli occhi? Oppure, scavando neanche troppo a fondo nell'ironia, bisogna ascoltare ancora e con più attenzione l'eco sottile ma perpetuo di quella semplice ma agghiacciante domanda: perché non dovrei più scrivere? Perché dovrei ancora farlo? Perché l'ho fatto, finora? Che succederà adesso? Pesando le risposte, si ottiene il peso dell'affermazione.

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

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