Il futuro dei librai italiani

Ultimamente abbiamo parlato di emigrazione delle librerie dal centro, chiusura definitiva di altre, crisi della carta stampata.

Ma quindi possiamo dare la carta stampata per morta? Le librerie per fallite? I librai per spacciati?

Proprio domani, in questo clima di sconforto e sfiducia, inizierà un importante seminario a Venezia, dedicato alle librerie e al mestiere del libraio. La Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, ormai giunta al trentesimo anno di attività, inviterà testimoni e ospiti d'eccezione per la realizzazione di cinque giorni di convegni e seminari dedicati a queste tematiche. Sembra quasi impossibile che in Italia, in questo periodo, una scuola per librai possa celebrare così in grande il suo trentesimo compleanno. Abbiamo chiesto direttamente a chi se ne intende.

Achille Mauri, nell'editoria italiana da generazioni, non certo si abbandona ad allarmismi. Bisogna evolversi, dominare il mercato, non esserne schiavi. Aprirsi al futuro, imparare dal passato per migliorare il presente. Facciamo qualche considerazione: i libri in Italia circolano, eccome. Lui stesso, raccontandomi di quando lavorava alla Fiat, confessa che è poco credibile vedere quegli stessi enormi padiglioni, dove si costruivano automobili, pieni zeppi di libri alla Fiera di Torino. Il mercato del libro in Italia è cresciuto a dismisura, sia la domanda che l'offerta. Questa offerta (costituita principalmente dagli editori) è pari a quella di altri paesi europei più alfabetizzatati di noi. Per di più, siamo gli unici a parlare l'italiano. Quindi l'editoria in Italia vive, certo, proporzionatamente alla crisi.

Nel seminario che inizierà domani a Venezia presso l'associazione Giorgio Cini, queste saranno le tematiche dominanti: prima di tutto, il ri-orientamento di una professione che non si è esistita, ma va ri-direzionata. Né il digitale (che è un bene) né la crisi la elimineranno. D'altronde, è troppo importante. Altra tematica, le librerie indipendenti. Per preservare il loro ruolo essenziale, necessitano di una politica del territorio urbano che le preservi, gli sforzi dei solo librai potrebbero non bastare.

Ma quali sforzi, quindi, salveranno questi luoghi dalla tragedia? Quello che Achille Mauri e altri professori insegnano alla Scuola è come agire con “spregiudicatezza”. Il libraio è, non dimentichiamocelo, un imprenditore, non dev'essere un martire schiacciato dalle leggi dl mercato. Infatti, mi dice Achille Mauri, non c'è limite all'attrattività. Nelle librerie è possibile vendere anche la caldarroste, è necessario fare di loro un vero presidio sociale che la gente frequenti, per attirare su di sé l'attenzione del quartiere (perché è lì che devano stare).

Ad esempio, mi spiega, in Francia, i librai erano autorizzati a esporre la propria merce sul marciapiede di fronte al negozio. In questo modo i passanti inciampavano nei libri. Bisogna costringere la gente a scontrarsi con potenziali letture e non solo buttandogliele tra i piedi, ma attrarre le persone all'interno delle librerie, magari vendendo anche altri articoli, come gadgets di qualità o e-reader, prodotti che non toglierebbero spazio al libro ma, anzi, lo renderebbero visibile a nuovi potenziali clienti. E poi creare nuove attività, servizi. Libri a domicilio? Anche! Ma non da Amazon, magari dal libraio di fiducia.

Achille Mauri mi rivela poi che il vero nemico del libro (e del libraio) non è il digitale, o la crisi, ma il tempo. Quello che ci viene costantemente rubato dal cellulare, dalle ore di ufficio, dalla frenesia della vita moderna. Insieme a tutto quel tempo svaniscono anche milioni di pagine di libro che, dimenticate, non verranno mai più lette.

Quindi, cari amici librai, vendeteci qualsiasi altra cosa, insieme con i vostri libri, perché il tempo di leggerli, purtroppo, non potete vedercelo, nemmeno in promozione.

Emma Piazza

Vivo a Londra, lavoro in editoria, studio portoghese brasiliano e non vedo mai il sole. Però ingrasso.

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