Il nuovo romanzo di Chan Koonchung rema contro gli stereotipi del Tibet

La lezione di Orwell, Bradbury e Huxley è arrivata in Cina in tempi recenti, e i lettori italiani ne hanno avuto un assaggio leggendo Il demone della prosperità di Chan Koonchung, pubblicato da Longanesi nel 2012. Di fronte alle angherie di un partito quasi fossile, a un nazionalismo esasperato e a un capitalismo parossistico, alla cancellazione selettiva della memoria storica e all'eliminazione delle sue figure più scomode, Chan Koonchung aveva reagito nel 2009 scrivendo di una Cina non così lontana nel futuro, che cade vittima di un episodio di amnesia collettiva. 28 giorni spariscono dalla memoria della gente, fra il culminare di una crisi economica globale e una campagna di felicità nazionale a mo' di piano economico calata dall'alto dal PCC, e intorno alla ricostruzione di questo tempo perduto si gioca il romanzo distopico/caso letterario di Chan Koonchung.

Ed è decisamente il caso qui di ricordare il Demone della prosperità, poiché il suo autore Chan Koonchung è tornato a far parlare di sé in occasione dell'uscita (cinese e inglese) del suo nuovo romanzoLuo Ming 裸命 (“la vita nuda”), tradotto in inglese come The Unbearable Dreamworld of Champa the Driver – che sta già cominciando a smuovere l'acqua stagnante (anzi, le Acque stagnanti del poeta modernista Wen Yiduo) di un paese gigante e stordito, il cui ritratto più veritierio si trova paradossalmente nella finzione dei libri.

The Unbearable Dreamworld of Champa the Driver parla di argomenti spinosi, ovvero parla di Tibet e di Cina, della tribolata relazione fra una regione appartata sopra le nuvole e il governo centrale di Pechino nei suoi disperati e violenti tentativi di inclusione, unificazione, armonizzazione dell'impero socialista. Protagonista di The Unbearable Dreamworld è Champa, un ragazzo tibetano nato e cresciuto a Lhasa ma che parla cinese mandarino. Autista di ventura per gli sciami di turisti che si muovono in Tibet in cerca di una qualche specie di Disneyland spirituale, Champa si innamora di una donna d'affari di Pechino, e decide così di trasferirsi nella capitale cinese in cerca di amore e fortuna. Ovviamente, niente andrà come nelle speranze del protagonista.

Chan Koonchung scrive di un Tibet conosciuto di prima mano dopo la sua esperienza di sceneggiatore nei primi anni 90 per un film sulla vita del tredicesimo Dalai Lama, e la sua prospettiva è lucida e critica, ostile a quegli stereotipi che, nel mascherare il Tibet di incensi e tuniche arancioni, agevolano invece un colonialismo cinese violento e irrisolto. Sono diversi e sottili, secondo Chan Koonchung, gli stereotipi sul Tibet: c'è il Tibet romantico della Shangri La di Samuel Taylor Coleridge, paradiso nascosto in terra; c'è il Tibet della spiritualità buddhista, dei guru spirituali e dei pellegrinaggi moderni; c'è il Tibet pre-moderno, ricettacolo della tradizione con la t maiuscola, e per questo in posizione opposta alla modernità industriale cinese; e infine c'è il Tibet che è vittima perenne dell'invasione ora cinese ora turistico-occidentale, costantemente e fastidiosamente compatito come se fosse un panda azzoppato. Chan Koonchung scrive contro il luogo comune, e questo lo rende uno scrittore interessante e da tenere d'occhio. Speriamo dunque che Longanesi non lo lasci nei propri archivi a prendere polvere come una curiosa cineseria.

Lorenzo Andolfatto

Sono lettore, traduttore, interprete e studiante. Mi occupo di cose cinesi nelle ore di lavoro, e di cose letterarie perlopiù americane nel tempo libero. Non sono ancora diventato musica da ascensore.

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