Il rap spiegato ai bianchi quando Lil Jon ancora non c’era

The only place you will see the Dr. King's I have a dream speech is in Hip Hop

(Lawrence Krisna Parker, a.k.a. KRS-One)

Questo maggio sarà un mese ben interessante per i wallaciani italiani: la brava gente di minimum fax ha deciso di aggiornare il proprio catalogo delle opere di David Foster Wallace con la ristampa de Il rap spiegato ai bianchi, il saggio sul rap pubblicato da Wallace insieme all'amico Mark Costello nel 1989. Il libro tornerà a breve nei nostri scaffali a quattordici anni di distanza dalla sua prima edizione in italiano (nel 2000), questa volta con una nuova prefazione firmata da Costello a introdurre la già eccellente traduzione di Martina Testa e Christian Raimo (una lavoro che — en passant — si era meritato al tempo il premio Elsa Morante).

Facciamo qualche passo indietro, e in due direzioni opposte: è il 1989, siamo a dieci anni di distanza da "Rapper's Delight" della Sugarhill Gang, Tupac iniziava a registrare big time, e il rap era lì lì per diventare clamorosamente mainstream come sarebbe poi successo negli anni 90. Si tratta di un periodo interessante, nel quale il genere sembra ancora riuscire a stare in equilibrio fra la plastificazione mainstream delle grandi etichette discografiche e la propria originale natura eversiva e underground. KRS-One parlava di Martin Luther King e della comunità afro-americana degli U.S. in termini quasi marxisti, i Public Enemy infilavano dischi d'oro uno dietro all'altro ed era uscito da pochi mesi Straight Outta Compton dei N.W.A. Insomma, era un periodo in cui le parole erano più importanti dei catenacci d'oro e dei cerchi in lega luccicanti.

Me, I got no jewels on my neck

Why, I don't need 'em, I got your respect

Siamo nel 1989 e David Foster Wallace si trova ad Harvard nel tentativo di seguire le tracce del padre con un dottorato in filosofia in corsia preferenziale direzione accademia grazie ad un cervello diversi plateau al di sopra del comune, un brillante romanzo alle spalle che lo annunciava quale delfino di Pynchon, una raccolta di racconti in composizione, e una seria depressione sfumata in alcolismo. L'esperienza di Harvard si stava però mostrando per Wallace più infelice del previsto: l'ambiente accademico dell'università è troppo ingessato e ossequioso per l'attitudine tubo-catodica di Wallace e il richiamo del mondo della letteratura sta tornando a farsi sentire dopo la lunga e travagliata gestazione di Girl with Curious Hair.

A frequentare Wallace in quel periodo è soprattutto Mark Costello: i due vivevano insieme dalle parti di Boston, "a Somerbridge, un quartiere dai confini labili, etnicamente a maggioranza portoghese, al cui imborghesimento diamo entrambi il nostro contributo", scriveva Wallace a riguardo. Costello condivideva con Wallace le origini middle class, il penchant per la scrittura (che scemerà verso una futura carriera da procuratore), e "un entusiasmo imbarazzato, quasi furtivo, e decisamente bianco, per un certo genere di musica chiamato rap/hip-hop".

Per quanto il titolo italiano del libro di Wallace e Costello inquadri bene il mood dell'opera, ovvero quello di un saggio sulla musica hip hop scritto da e diretto a chi gravita distante, bianco e borghese, dall'immaginario standard del rap, "Il rap spiegato ai bianchi" maschera nell'ironia di un titolo alla "hip hop for dummies" l'unico difetto di quest'opera tangenziale nella produzione di Wallace. Il titolo originale —  Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present — rivela infatti una certa presunzione da grad student fresco di critical theory. È questa alla fine la critica che viene mossa agli ancora giovani Costello e Wallace dalle prime recensioni di quegli anni, come quella di Robert Christgau per il Village Voice nel 1990, per il quale l'analisi dei due scrittori, "an attorney and jazz fan and a philosophy grad student and writer of highbrow pomo 'fictions'", è "al massimo adeguata, a tratti ignorante, tutta schiuma".

Ma se si è disposti a chiudere gli occhi davanti alla saltuaria verbosità iper-accademica e alle occasionali cantonate musicali, ecco che ci si ritrova di fronte al David Foster Wallace che abbiamo imparato conoscere fra navi da crociera ed aragoste, ovvero quello di una mente brillante accompagnata da una penna di un paio di generazione avanti ai suoi coetanei. E da questo punto di vista Il rap spiegato ai bianchi ci mostra un giovane Wallace farsi le ossa sulla scia di Lester Bangs, nel tentativo dare una cornice critica al successo fuori dal ghetto della musica del ghetto, alle Stan Smith senza lacci dei Run DMC, alla bandana (guarda caso) di Tupac, al bling-bling.

Ma poi a che serve parlare di Wallace ai fan di Wallace? Se siete arrivati fin qui nell'articolo, è facile che siate già dei wallaciani incalliti; e se siete dei wallaciani incalliti, allora la metà di voi è già in libreria. Buona lettura.

Lorenzo Andolfatto

Sono lettore, traduttore, interprete e studiante. Mi occupo di cose cinesi nelle ore di lavoro, e di cose letterarie perlopiù americane nel tempo libero. Non sono ancora diventato musica da ascensore.

2 Commenti
  1. E l’altra metà di noi l’acquistò e lo lesse già all’epoca!
    Grazie per l’articolo!