Istat: la cultura e l’Italia hanno preso strade diverse

Vi dico la verità: non mi andava di parlarne. Ho incrociato gli articoli con gli ultimi dati Istat riguardo al declino culturale italiano e ho pensato che non ci fosse nulla di nuovo e che è ormai inutile scriverne. Le impietose e vergognose percentuali sugli italiani che non leggono, che non vanno al cinema, alle mostre e a teatro escono con regolarità. Ci si indigna, si dibatte fiaccamente sui perché e sui come, ma non cambia nulla e si peggiora soltanto. Uno si incazza, si affatica, ma dopo un po' subentra lo scoramento, lo sguardo si abbassa, le spalle si alzano rinunciatarie. Ho continuato a domandarmi a cosa servisse scriverne ancora ma nella frustrazione ho pensato che in questo caso il silenzio è l'unica cosa più inutile della rabbia.

Potrei star qui a sciorinare diligentemente tutti i dati che raccontano in modo dettagliato quell'italiano su cinque che non legge, non va al cinema, non va a teatro e non visita mostre. Potrei sottolineare che al Sud è peggio che al Nord, che superati i sessant'anni ci si allontana sempre di più dalle attività culturali, che sei italiani su dieci non leggono neanche un libro l'anno. Su Repubblica chi ama i numeri precisi trova tutto ciò di cui ha bisogno. Qui invece di numeri non ne scrivo più, perché non saranno le percentuali aggiornate ad aggiornare una discussione stantia

E secondo la tradizione, a questo punto si dovrebbe comunque analizzare la situazione, individuare cause e colpevoli, proporre soluzioni coraggiose, avventurose, provocatorie, ovvie. Io invece mi limito a dire: colpevoli tutti. Tutti. Nessuno escluso. Amministratori e amministrati. Perché il giochino noi loro è consunto e qualunquista e quello dello scaricabarile politico e non, così tipicamente italiano, è vomitevole, arrivati a questo punto. Siamo troppo abituati ad armarci dei nostri indici e a puntarli dove l'abitudine ci ha insegnato a farlo, ma l'onestà ci dovrebbe spingere a farlo davanti allo specchio e ad ammettere che noi tutti nel nostro piccolo non abbiamo fatto abbastanza.

Si può discutere sul cosa, ma ognuno trova da sé le proprie risposte. Eppure una colpa che ci accomuna tutti c'è ed è l'individualismo, nella sua forma più estrema e becera, cioè l'egoismo. Quel modo di pensare e di comportarci che talvolta anticipa e talvolta viene dopo l'indignazione tiepida o intiepidita troppo in fretta, quell'indifferenza che in realtà è una preferenza. Preferiamo ignorare, delegare, eventualmente criticare. Ognuno per sé e Dio per tutti. Così qualsiasi faccia tosta politica e non politica può permettersi di dire impunemente che «ora finalmente» o che siamo sfigati e pessimisti se non vediamo che le macerie attorno a noi sono o saranno o potranno essere (chissà quando, chissà come) grattacieli. E siamo così abituati a vivere tra macerie vecchie di millenni che raccontano la grandezza da aver confuso con esse quelle più recenti, che raccontano la pochezza.

Continuiamo a tirare in ballo Tremonti e la cultura con cui non si mangia e nel frattempo c'è chi con la cultura ci mangia fin troppo, fino all'indigestione, spazzolandola indistintamente come un buffet tra i tanti a disposizione. Allora ripetiamo come degli automi che in Italia potremmo vivere solo di cultura e sbandieriamo con timido orgoglio delle ricchezze che non siamo stati nemmeno in grado di riconoscere da soli e per cui non caso ci è stato imposto un nome forestiero, made in Italy, a indicare la nostra innata incapacità di riconoscere le cose da vicino. 

Arrivato a questo punto mi rendo conto che l'articolo ha preso una rotta sgangherata, segnata più dalla rabbia che da un preciso piano di argomentazione. Forse sarebbe stato meglio riportare solo quelle stramaledette percentuali, così rassicuranti nel farci provare emozioni sempre uguali, costringendoci a ripeterci e a non cambiare. Realizzo che avrei potuto dire di più, dire altro, dirlo meglio, che questo tono da predicatore disperato dà fastidio persino a me appena un secondo dopo averlo poggiato sulla pagina. Andrebbe bene allora una bella chiusa d'effetto, ma ogni tanto bisognerà pur essere onesti, non trovate?

 

 

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

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