Intervista a Jennifer Egan

Come descrivervi Jennifer Egan in poche battute? Difficile, difficile davvero. Stavamo spremendoci le meningi quand'ecco che, su Facebook, abbiamo intravisto la descrizione perfetta: un lettore ha infatti commentato dicendo

Wow, è bella quasi quanto il suo romanzo.

Mai fu detta cosa più vera. Jennifer è bellissima, e così è Guardami, un romanzo potente ed elegante, una scrollata ad opera di una mano dalle dita affusolate. La Egan somiglia davvero al suo libro, l'ultimo arrivato qui in Italia grazie a minimum fax (per avere un'idea della trama, vi rimandiamo qui).

Vincitrice del Premio Pulitzer per la narrativa nel 2011 con Il tempo è un bastardo, la scrittrice si trovava a Firenze in quanto candidata per il Premio Gregor von Rezzori, un concorso per la migliore opera di narrativa straniera tradotta in Italia.

Noi di Finzioni eravamo lì, e abbiamo avuto la fortuna di passare una piacevolissima mezz'ora con Jennifer, con la quale abbiamo chiacchierato di flirt, serie televisive, e, ovviamente, di libri.

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Ogni personaggio di Guardami ha un obiettivo molto forte che lo conduce per la sua storia e si scontra con alcune tematiche trasversali al libro: l'immagine, la percezione (di noi stessi, del mondo e al contempo quella che gli altri e il mondo hanno di noi), l'attesa, il cambiamento, la debolezza, il nascondersi. Uno dei concetti più affascinanti è quello di "personalità ombra": il tentativo di Charlotte di trovare nelle espressioni delle persone la frattura, la verità. Com'è nato? 

Be’, come la maggior parte delle mie idee è nata in maniera assolutamente spontanea, senza alcuna pianificazione. Stavo lavorando al secondo capitolo e cercavo di capire chi fosse Charlotte; cerco sempre di decifrare, nelle persone, ciò che definirei “attitudine mentale”, ovvero la modalità in cui ciascuno organizza mentalmente il mondo circostante. Il concetto di personalità-ombra apparve semplicemente sulla pagina, pensai «Wow, mi piace un sacco!» L’espressione è junghiana, ma ad essere onesta non me ne ricordavo. Una cosa che mi ha affascinato moltissimo è notare quanto spesso Charlotte cada in errore: lei crede di riuscire a intravedere la vera identità delle persone, ma in realtà sbaglia continuamente, considerato quanto spesso viene raggirata. Inoltre, crede di avere una sensibilità particolare, e penso che già ciò faccia capire molte cose sul suo conto. Se dovessi pensare a un rimando nella mia esperienza personale, qualcosa che ha portato all’idea di personalità-ombra, immagino sia questo: molto tempo fa stavo scrivendo un articolo per Cosmopolitan circa i consulenti di bellezza; ne intervistai parecchi, e c’era questa donna che sosteneva quanto molto spesso una cattiva immagine dipenda dal fatto che abbiamo espressioni facciali che in realtà appartengono a momenti diversi della nostra vita e quindi stridono col contesto del momento. La trovai un’idea affascinante e me la sono sempre ricordata. In maniera inconscia, può darsi che questo episodio abbia portato al concetto di personalità-ombra del libro. La cosa divertente è che, a posteriori, ho cominciato a “vedere” un sacco di personalità-ombra a mia volta. E’ come se me lo avesse insegnato Charlotte! Mi capita di pensare «Oh, tu guarda: ecco la personalità-ombra!» ma sono certa di sbagliarmi tanto spesso quanto Charlotte.

Siamo insidiose: cosa può svelarci della sua personalità ombra? È mai riuscita a carpirla? Inoltre abbiamo un po’ di coda di paglia: cosa riesce a dirci delle nostre?

Purtroppo, circa le vostre, non posso proprio dirvi nulla! Molti scrittori riescono a immedesimarsi e imitare i loro personaggi, io no, non riuscirei mai a fingere di essere Charlotte, mi sentirei un po’ pretenziosa: chi sono io, per farlo? Per quanto riguarda la mia, quando vedo una mia foto che non mi piace non è soltanto perché non sono venuta bene, ma anche perché non sembro io, che è un po’ come dire che sembri qualcun altro. Ecco, quel qualcun altro è ciò che Charlotte chiamerebbe “personalità ombra”.

A un certo punto del romanzo, Charlotte ci svela di non leggere libri. Anthony Halliday, l’investigatore privato, invece, legge una pietra miliare dell'hard boiled: Il lungo addio di Raymond Chandler, mentre Thomas e Irene hanno un'accesa e complice conversazione a suon di citazioni letterarie. Che rapporto hanno i suoi personaggi con i libri?

In parte vi siete già risposte: Charlotte è una ragazza intelligente, ma ha lucidamente – e, aggiungerei, un po’ masochisticamente – scelto questo percorso frivolo e vuoto della vita da modella. Lei dice che è come mangiare tonnellate di gelato anche se non ne hai più voglia: è buono, è cattivo, non ti interessa nemmeno. Non ammette a se stessa di avere commesso qualche errore e quindi continua imperterrita con questo stile di vita. Questo suo rifiuto di sé, l’energia che investe nel perseguire ad ogni costo cose che non valgono assolutamente la pena, va di pari passo con il lasciar perdere la lettura o qualunque altro tipo di attività intellettuale, ma non solo: lei arriva a lasciar perdere l’uomo che ama. Per quanto riguarda Thomas e Irene, appena si conoscono si rendono immediatamente conto di non avere nulla in comune, eppure trovano questa connessione letteraria, per loro stessi scioccante, e Charlotte, che la osserva in diretta, capisce subito di esserne esclusa e di non potervi partecipare in alcun modo. In un certo senso, è come se, nel libro, la lettura fungesse da linguaggio segreto: Thomas e Irene parlano in codice e proprio grazie a questo linguaggio riescono a intendersi. Profondamente. Anthony è un detective, legge storie di detective, scrive storie su detective: ho lavorato per un investigatore privato e ne ho intervistati molti durante la stesura del libro e la cosa interessante è che tutti, nessuno escluso, stavano lavorando alla scrittura di un poliziesco. E’ come se per loro l’intreccio tra la professione e i romanzi di genere fosse così forte da obbligarli a dover scrivere qualcosa a riguardo.

Rimaniamo sul tema lettura: per ovvi motivi tutti le pongono domande circa la sua professione, ovvero quella di scrittrice. Ma, in quanto lettori, a noi piacerebbe sapere qualcosina in più sulla Egan lettrice. Quali sono le sue abitudini? Dove le piace leggere, e a che ora? Inoltre, qual è stato il libro che le ha fatto pensare «Ok, ho deciso: voglio fare la scrittrice»?

Cominciamo subito col dire che non leggo mai abbastanza! Di tutte le inevitabili complicanze che il diventare mamma comporta, quello del disporre di meno tempo per leggere è sicuramente tra le più grandi. Amo molto leggere stesa: non mi piace stare seduta dritta come un fuso, anche perché lettura e riposo spesso coincidono. Mi piace addormentarmi leggendo, un tempo amavo molto anche leggere a tarda notte o al mattino presto, ma ora, coi ragazzi (Jennifer ha due figli, di dieci e dodici anni, ndr), arrivo alla sera davvero distrutta. Mi impongo di leggere almeno due ore al giorno, al pomeriggio, ma non sempre riesco a mantenere la promessa. Leggo anche in palestra sulla cyclette, così posso fare due cose in contemporanea, e ovviamente in metropolitana: amo leggere in metropolitana, perché là sotto nessuno può raggiungerti, e anche perché ci passiamo un sacco di tempo. Leggo spesso ai miei figli, però: la scorsa estate abbiamo fatto un lungo viaggio in macchina nel Wyoming e in Montana. Non soffrendo di mal d’auto, ne ho approfittato per leggere loro Tom Sawyer: è stato fantastico! La lettura ad alta voce è davvero diversa, riesci a soffermarti su ogni singola parola. Ai ragazzi è piaciuto molto, e anche a mio marito. Il prossimo libro che voglio leggere loro è Un albero cresce a Brooklyn, un classico della letteratura ebrea. Insomma, se è vero che ho perso un elemento fondamentale della mia vita da lettrice, ovvero il tempo, è anche vero che ho guadagnato qualcosa di nuovo, ovvero la lettura a voce alta. Me ne sto accorgendo ora mentre ne parlo con voi, e non è affatto male. Amo leggere all’aria aperta, ogni attività è più bella se fatta fuori. Purtroppo, quando leggo, non riesco a non avvertire un senso di colpa per il pensiero che forse dovrei occuparmi di qualcos’altro. Lo detesto! Insomma, dovrebbe essere il mio lavoro: io scrivo, devo leggere! Anche per questo sono contenta quando posso recensire i libri, perché riesco a motivare la lettura: devo farlo, ho la scadenza, devo leggere per forza. 

Per quanto riguarda i libri che mi hanno influenzata, non credo di aver mai pensato «Che bello questo libro, mi piacerebbe scrivere.» Uno dei libri che ho più amato è sicuramente La casa della gioia. Ricordo perfettamente la prima volta che l’ho letto: ero una ragazza, a casa dei miei nonni, dove tutto era molto tranquillo e non c’era granché da fare. Pensai di non aver mai letto nulla di così bello in vita mia. Un altro libro a me molto caro è Il mago di John Fowles. Anche se ero piccola, anche se furono tutte letture estive, ricordo perfettamente il momento in cui li ho cominciati e dove mi trovassi. Credo che ciò che leggi a quell’età sia davvero in grado di influenzarti per sempre. Sono sempre entusiasta quando i teenager leggono i miei libri e dicono di averli apprezzati, perché è in quel periodo che entri davvero a far parte del loro DNA letterario.

I personaggi di Guardami sono completi e molto profondi, ognuno di  loro potrebbe quasi sembrare un romanzo a sé. L’impressione è che siano dotati di vita propria e al contempo siano perfettamente mescolati all’interno della narrazione. La gestione di personaggi così indipendenti è difficile? La loro personalità, la porta spesso a riscrivere?

Prima di tutto, grazie: è esattamente ciò che speravo giungesse ai miei lettori. Non decido mai la personalità dei personaggi prima di scrivere, non sono in grado di farlo. Quando è saltato fuori il concetto di personalità ombra, è stato come se per la prima volta fossi veramente interessata a Charlotte, come se finalmente potessi lavorare assieme a lei, ma non l’ho pianificato, è successo e basta. Certo, con ogni probabilità, inconsciamente, sono io a stabilirne le peculiarità, ma se è così davvero non me ne rendo conto. La scrittura di per sé è la maniera in cui loro rivelano, e mi rivelano, la loro personalità: in seguito, sta a me riconoscerli e ordinarne i tratti distintivi. Ma le idee inerenti vengono sempre in maniera totalmene spontanea. Una cosa, però, che ho realizzato e compreso è questa: se c’è una via per creare dei personaggi il più reali possibile, per quanto riguarda me credo sia sottolinearne le contraddizioni. Mi affascina molto osservare come i vari aspetti della personalità di qualcuno interagiscano e si scontrino tra loro, è interessantissimo. Vi basti pensare a Charlotte, la contraddizione in persona: è intelligente e sveglia, eppure conduce una vita assolutamente frivola e superficiale.

Nel 2011, la HBO ha acquisito i diritti per trarre una serie TV da Il tempo è un bastardo; in un’intervista, diceva di amare moltissimo la serialità televisiva. Visto il rapporto che ha con la tecnologia, le chiedo: ha visto Black Mirror? Cosa ne pensa?

Purtroppo della serie TV de Il tempo è un bastardo non se ne farà più nulla. Più che per me, mi spiace per tutti coloro che vi hanno lavorato duramente sopra. Non ho visto Black Mirror, ma rimedierò!

È una verità universalmente riconosciuta, che una persona esteticamente gradevole abbia vita più facile e agevolazioni di ogni tipo, specialmente le donne. In realtà, le protagoniste del libro hanno, con la bellezza, un rapporto opposto: a loro la vita viene resa notevolmente più difficile. Charlotte, in seguito all’incidente, deve ricostruire tutto da capo, mentre Ellen, più bella della figlia, se ne garantisce l’odio a vita. Lei che cosa ne pensa? La bellezza esteriore è, nella vita, una facilitazione o l’esatto contrario?

Secondo me chi sceglie di basare la propria vita sulla bellezza fa un investimento rischioso, e non solo perché, molto banalmente, tutti invecchiamo e peggioriamo. Siamo onesti: essere attraenti, nella vita, è un vantaggio, ma è anche un’arma a doppio taglio. Se, ad esempio, la gente entrasse in contatto con noi unicamente per il nostro aspetto fisico, probabilmente noi per primi non avremmo voglia di aver a che fare con quella tipologia di persone. Come in tutte le cose, ci sono aspetti positivi e negativi.

Sia sincera: fuori il nome del personaggio preferito di tutti quelli da lei creati. Quello col quale andrebbe a sbronzarsi, al quale confiderebbe i suoi segreti, che vorrebbe abbracciare. Ci piacerebbe, inoltre, sapere qual è il personaggio "spreferito", se c'è.

Moose è sicuramente uno dei personaggi che più ho amato, ed è stato un problema: mi sono dovuta limitare per non lasciargli troppo spazio. Ricordo perfettamente quando cominciai a scrivere di lui: era estate  – sembra che l’estate mi faccia bene, insomma! – e quando saltò fuori, pensai subito «È fuori!»Poi capii che proprio le sue “attitudini mentali” mi davano modo di connettermi con lui e lavorarci assieme. Charlotte è un personaggio complesso e spesso non viene apprezzato: in molti, nelle recensioni, hanno detto di non amarla. Io, invece, la amo moltissimo: c’è qualcosa di estremamente eroico nella sua testardaggine.

Fingiamo che lei non sia sposata: quale il personaggio letterario con il quale andrebbe volentieri a cena e flirterebbe un po’?

Ok, questa domanda non me l’ha davvero mai fatta nessuno! Allora, vediamo un po’: sicuramente Mr Knightley di Emma, ma anche Mr Rochester di Jane Eyre è molto attraente… andrò per quello più maturo. Chi altri… Gatsby, anche se non vorrei che si pensasse che l’ho scelto solo per l’interpretazione di DiCaprio! In generale, se mi piace molto un libro, tendo ad innamorarmi completamente dei personaggi coinvolti. Un esempio è il protagonista di Brooklyn senza madre di Jonathan Lethem, Testadipazzo, che ha la sindrome di Tourette, si ingarbuglia e balbetta, ma io lo trovo fascinosissimo. Quando l’ho detto a Jonathan mi ha risposto: «Stai scherzando, vero?»

Silvia Dell'Amore

Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il mondo; io dico che lo farà il cioccolato.

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