John Keats era dipendente dall’oppio?

Questo non è mai stato detto prima d’ora: che Keats fosse dipendente dagli oppiacei è un fatto nuovo.

Talmente inedito da rappresentare il punto di forza della nuova biografia di uno dei poeti – icona del romanticismo inglese, pubblicata pochi giorni fa dal Professor Nicholas Roes, presidente della Keats Foundation e membro della Royal Sociaty of Edimburgh.

Un’affermazione che non ha tardato a suscitare controversie in ambito accademico dove, sin qui, si era accettata la tesi, sostenuta tra gli altri da un altro biografo del poeta, Andrew Motion, di una breve parentesi che aveva legato John Keats all’uso di droghe, una sorta di esperimento tentato e abortito sul nascere dall’ingiunzione dell’amico Charles Brown di non avventurarsi nei viluppi della dipendenza.

Tuttavia, secondo il Professor Roe, non esiste evidenza alcuna del fatto che il creatore delle più note Odi della poesia romantica inglese abbia effettivamente dato ascolto al consiglio dell’amico. Proprio come Motion afferma non esistano prove certe del suo contrario.

Sennonché Roe pare essere molto convinto delle proprie affermazioni, tanto da portare a sostegno della propria ipotesi un verso della celebre Ode to a Nightingale:

To be ‘half in love with easeful death

Che non sarebbe la stimmate di una iper eccitata sensibilità dell’io lirico del poeta,  quanto il frutto del delirio provocato dall’uso di droghe; cosa che peraltro offrirebbe un’interpretazione meno filosofica dell’ispirazione della sua poesia (l’immortale Bellezza che assiste impassibile al travaglio dell’uomo e del suo destino mortale) e più mistica, in buona compagnia di altri esempi eccezionali come Blake, Coleridge, Shelley, Yeats, Huxley…

Proprio Ode to a Nightingale testimonierebbe:

una delle più grandi ri-creazioni di una visione onirica ispirata dalla droga all’interno della letteratura inglese – un poema che ammette con franchezza la sua dipendenza dagli oppiacei.

Mentre Ode on Indolence sarebbe stata composta sotto l’effetto del laudanum assunto per alleviare il dolore di un occhio nero procuratosi durante una partita di cricket. Persino gli alti e bassi della relazione con la sua musa ispiratrice, la “bright star” Fanny Brown, sarebbero – sempre secondo Roe – da imputare agli effetti della tossicodipendenza.

Stabilire con più o meno certezza che la lirica di Keats sia stata il prodotto di una mente alterata dall’uso di droghe piuttosto che il frutto genuino di un’ispirazione geniale è materia che sicuramente interesserà la filologia accademica. Ma per quanto riguarda i comuni lettori? Sapere che Keats è stato o meno oppio dipendente modifica forse il giudizio su alcuni dei versi più armoniosi e sublimi della storia della poesia?  

Sara Minervini

Chi sono? Sono una lettrice. Che faccio? Leggo. E come vivo? Vivo.

1 Commento
  1. Per quanto mi riguarda poteva anche essere posseduto da uno spirito alieno. Resta l’autore dei miei versi preferiti 🙂