Jonathan Franzen, Guo Xiaolu e il campanilismo nazional-letterario

Alle periferie degli imperi certe polemiche passano quasi inosservate. E se gli imperi in questo caso sono gli Stati Uniti, la Cina e l'India, alla periferia rimaniamo noi Europa e noi italiani, geograficamente nel mezzo, con molte buone intenzioni postcoloniali di riparazione e ancor più pregiudizi e perle di ignoranza nelle tasche.

In questi giorni si è svolto a Jaipur, in India, il Jaipur Literature Festival. Seppure piuttosto recente (la prima edizione risale soltanto al 2006), il Jaipur Literature Festival è a conti fatti il più grande festival letterario del continente asiatico, e molto probabilmente uno dei più grandi festival letterari al mondo. Nel corso delle sue ultime edizioni, numerosi scrittori si sono alternati davanti a un pubblico di anno in anno sempre più numeroso. Per quanto — com'è ovvio che sia in un festival indiano — a occupare i palchi centrali del'evento siano sempre stati scrittori indiani "autoctoni" o comunque di formazione europea o americana e origine indiana (fra i quali Vikram Chandra, Hemant Shesh, Jhumpa Lahiri, Hari Kunzru e Vikram Seth), con la crescita del festival hanno fatto la propria comparsa a Jaipur anche diversi scrittori americani ed europei di caratura notevole, fra i quali Ian McEwan, Michael Ondaatje, Hanif Kureishi (you don't say?), Geoff Dyer, J.M. Coetzee e Orhan Pamuk.

Ospite di punta dell'edizione di quest'anno è stato il buon vecchio Jonathan Franzen, noto birdwatcher, odiatore di Twitter, tronista di Oprah Winfrey, amico rosicone del defunto David Foster Wallace, e Great American Novelist con tanto di faccione sulla copertina del Time (poco male, io ero persona dell'anno già nel 2006). Insieme a lui, durante la sessione di apertura del festival, Maaza Mengiste (scrittore etiope), Jhumpa Lahiri e Guo Xiaolu hanno discusso di un tema scottante, ovvero quello della "Global Novel". Certo, a prima vista una tematica del genere sembra promettere niente altro che futuri radiosi da liriche del primo Jovanotti, ma la pregnanza del tema in un festival del genere e con un ospite americano al suo centro non poteva non farsi sentire: quanto può essere stratificata un'espressione come "global novel"? E cosa stiamo dicendo veramente, quando la utilizziamo? Certo, il romanzo è una forma di espressione globale, o meglio "universale", come fa notare Jahiri, nel senso che il romanzo è un medium esente da confini, che funziona in quanto tale allo stesso modo al di sopra delle barriere nazionali. E questo è un bene. Il lato più buio della medaglia riguarda invece, e particolarmente in India, questioni che toccano le ferite recenti del colonialismo, per le quali il romanzo è stato forma d'influenza di morali e costumi, supporto cartaceo di descrizioni infelici, e infine strumento di perpetuazione di modelli gerarchici che vedevano al di sopra e al centro di tutto un'occidente con la o maiuscola tronfio autocratico e legiferante. Il fardello dell'uomo bianco è altre scemenze del genere, per dire.

A fare notizia è stata infatti Guo Xiaolu, che alcuni avranno letto qui dalle nostre parti nel Piccolo dizionario cinese-inglese per innamorati (Rizzoli, Milano 2007), autrice cinese residente al momento in Inghilterra e scrittrice bilingue cinese-inglese con vocazioni domenicali da regista. A far smuovere le acque chete del festival e a incendiare le anime belle dei suoi partecipanti è stata una sua chiusa piuttosto glaciale sulla letteratura americana, da lei definita (e immaginiamoci qui la scena con un Franzen nel mezzo) come "massively overrated", ovvero "massicciamente sopravvalutata". L'attacco di Guo, rivolto al simbolico Franzen, era in realtà un affondo diretto alla sovranità della letteratura anglofona sulla scena letteraria mondiale, con tutto ciò che ne consegue per quanto riguarda la disseminazione globale di una visione del mondo locale (bianca, ricca, capitalista, a vostra scelta) tramite il medium letterario.

La notizia ha fatto in fretta il giro dei giornali indiani e cinesi, di sicuro con un retrogusto di ribalta non certo incoerente, riscoperchiando annose polemiche in relazione, per esempio, al recente Nobel cinese Mo Yan, attorno al quale si era sviluppato un acceso dibattito sul perché una tradizione letteraria illustre come quella cinese ci avesse messo tanto a partorire un premio Nobel. Ingenuamente, verrebbe da rispondere che non è solo dalla qualità dei libri che si misura la bontà degli scrittori (il formalismo è passato da un pezzo), ma non ho certo intenzione qui di aggiungere la mia voce poco utile a tale dibattito. Fatto sta che il buon Franzen, diamogli atto, ha risposto alla provocazione con signorile aplomb: "La maniera peggiore per essere universali è cercare di essere universali".

Lorenzo Andolfatto

Sono lettore, traduttore, interprete e studiante. Mi occupo di cose cinesi nelle ore di lavoro, e di cose letterarie perlopiù americane nel tempo libero. Non sono ancora diventato musica da ascensore.

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