La Francia, i suoi scrittori e il 13 novembre

(Michel Houellebecq e Kamel Daoud, lefigaro.fr)

«E perché i poeti nel tempo della disperazione?» Questo si chiedeva Hölderlin nel lontano Ottocento, e noi, soprattutto alla luce degli episodi tragici che hanno recentemente toccato la civiltà occidentale, non possiamo fare a meno di riconoscerci nel medesimo dubbio.
Eppure, proprio gli eventi del 13 novembre sembrano aver ridato vigore alle voci di quegli intellettuali troppo spesso muti di fronte all’attualità, lontani dalle pagine dei giornali e estranei, apparentemente indifferenti, ai fatti di cronaca. 
Alla luce di quanto letto e ascoltato nell’ultima settimana, non si può certo tacciare il panorama letterario francese di silenzio nello stato d’emergenza: numerosi sono stati gli autori che si sono espressi in merito alla tragedia, riportando la letteratura in prima linea, nelle strade; dove è giusto che stia, a prestare, in qualche modo, soccorso.

Il recente vincitore del Prix du Roman del l’Académie française, Hédi Kaddour, ha preso per primo la parola su France Musique affermando che «il ruolo degli scrittori è di vegliare e di lottare contro la perversione del linguaggio a opera di tutto ciò che è religioso, reazionario e frutto dell’irrazionalità emotiva».
Un proposito che Le Monde des livres, la sezione letteraria del più famoso quotidiano francese, sembra aver colto in pieno nella sua essenza con il lancio di un numero speciale – dal significativo titolo Scrivere senza tremare – che ha riunito tra le sue pagine 28 autori. Scrivere senza tremare, fa eco Laurent Mauvigner, ma anche senza dimenticare la morte: «Non capisco come gli attentati che ci hanno coinvolti, a forza di vivere nei nostri pensieri, possano non vivere nei nostri libri».

Kamel Daoud, penna fissa del settimanale Point, ha pubblicato un articolo profondo, per certi aspetti disilluso, dall’America in cui si trova per lavoro da alcune settimane: «A New York, in mezzo ai giornalisti, sono stato colpito dalla cupa routine che ha rappresentato la reazione alla notizia degli attacchi di Parigi. Si è scritto, commentato, ma quasi “a vuoto”: come se l’indignazione e il grido non potessero rendere l’idea di ciò che era accaduto. Come se non ci fosse niente da aggiungere alla fine del mondo. Tutto è stato detto. La guerra è ormai diventata routine».

Non manca poi chi ha colto l’occasione per mettere da parte ogni diplomazia: come non citare il re dello scandalo Michel Houellebecq, che proprio sulle pagine del Corriere della Sera si è scagliato – ancora una volta – contro la classe politica nazionale: «è fortemente improbabile che l’insignificante opportunista che occupa la poltrona di capo dello Stato, proprio come il ritardato congenito che svolge la funzione di Primo Ministro, per non parlare dell’opposizione, escano a testa alta da questa prova».
Sullo stesso tono anche la posizione di Olivier Rolin, per cui «il jihadismo è probabilmente una malattia dell’Islam, e precisamente intrattiene con questa religione lo stesso rapporto incontestabile che ha una malattia con il corpo che divora».

Molti scrittori si sono soffermati sulle ore che hanno seguito gli attentati, rievocando scene ed episodi che hanno vissuto da protagonisti, proprio come si trattasse delle vecchie pagine di un diario di guerra. Jean Hatzfeld racconta a proposito di quella notte che chiunque ha vissuto ricorderà per sempre che «l’atmosfera ricordava proprio quella delle guerre, che nel cuore dei civili semplificano i pensieri all’essenziale».

Potremmo continuare a citare le decine e decine di interventi di questo genere che hanno invaso i giornali nell’ultima settimana, dalle invettive alle manifestazioni di solidarietà, dalla disillusione alle esortazioni a resistere. Ma bastano i pochi riportati per rispondere ai timori di Daoud, per sconfessare lo spettro di un’apatia mediatica che sembrerebbe rappresentare l’inevitabile rovescio della medaglia del mutismo intellettuale.
Di fronte a un così grande atto di barbarie gli scrittori sembrano aver rivendicato il loro ruolo civile, almeno sulla carta. Che non se ne dimentichino più.

Oriana Mascali

Abusa come se non ci fosse un domani dell'espressione "come se non ci fosse un domani". Specializzata in letteratura francese per aver scoperto troppo tardi gli americani, ha una sola certezza nella vita: avrebbe voluto essere Francis Scott Fitzgerald, ma non lo è. Peccato. Comunque le sarebbe andata più che bene anche Sylvia Plath.

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