La lettera di Philip Roth al New York Times

Aveva detto che non avrebbe più scritto romanzi, e a un anno di distanza da quella dichiarazione che ha fatto tristi tanti lettori non si è smentito, ma Philip Roth non ha abbandonato del tutto la scrittura e tiene ancora alla sua reputazione.

Il 17 settembre il New York Times all’interno di una rubrica che si chiama Bookends, che ogni settimana ospita due scrittori ai quali sottopone domande scomode e provocatorie, Pankaj Mishra non gliele ha mandate a dire. Ha attaccato un po’ gratuitamente Philip Roth, reputandolo invidioso del prestigio morale acquisito dagli scrittori dell’Europa dell’est, che hanno dovuto affermare il proprio valore letterario in un ambiente ostile e repressivo, grazie anche a un pervicace atteggiamento di protesta…  non come Roth, invece!, lui che è di origini ebraiche e non ha subito la persecuzione nazista, lui che ha attinto tanto dalla storia comunista e non ne è ha mai respirato l’aria, lui che si troverebbe a disagio nel “confortevole isolamento americano”, lontano dai grandi eventi storici che hanno percorso il Novecento.

La replica non si è fatta attendere troppo. Sempre sulle colonne della rubrica Bookends, lo scrittore, senza fare l’offeso, ha obiettato che Mishra si sbaglia su due fronti. Primo, sulla sua invidia di non essere stato al di là della cortina di ferro, e secondo, sul suo disagio come scrittore americano in «confortevole isolamento».

Dopo una serie di viaggi effettuati a Praga tra il ’72 e il ’76 e vari contatti con scrittori cecoslovacchi, Roth ha capito, senza indugiare troppo, di non essere affatto invidioso della loro condizione. In un’intervista rilasciata alla Paris Review nell’84, 29 anni prima, aveva retroattivamente risposto al suo accusatore e, senza doversi inutilmente ripetere, ha fatto un preciso lavoro di copia e incolla. «Mi è capitato di vivere in una società dove tutto è permesso  ma niente importa, mentre per gli scrittori che ho incontrato a Praga nulla è permesso ma tutto importa. Ma questo non significa che voglio cambiare posto. Non invidiavo la loro persecuzione e il modo in cui questa aumenta la loro importanza sociale. Non invidiavo nemmeno i loro temi sociali, in apparenza più importanti e seri.» Questo per quanto riguarda il primo punto.

Sulla sua condizione di scrittore in confortevole isolamento, invece, risponde, sempre attingendo alla stessa fonte, che «al contrario degli scrittori che ho incontrato a Praga, il nostro lavoro qui in America non è stato privato di autenticità perché non siamo incappati in un governo totalitario. Non conosco alcuno scrittore americano… che è così sentimentalmente deluso dalla sofferenza umana… che è tornato al di là della cortina di ferro, pensandosi svalorizzato perché non ha dovuto lottare in un ambiente intellettuale miserabile.»

E così, concisamente e senza risentimento, si chiude la breve lettera. Certo, non possiede un elevato valore letterario, ma è sempre un segnale, un feedback, no? Insomma, anche se si è ritirato, non è ancora arrivato il momento di sfogare la vostra invidia. Non provocatelo.

Lorenzo Castelli

Da quando ha scoperto la differenza tra E’ e È la sua vita non è cambiata. Ma adesso inizia le frasi con il verbo essere alla terza persona singolare modo indicativo tempo presente una volta su tre. È convinto che i suoi articoli salveranno il mondo.

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