La rivolta di Londra non tocca le librerie

Tutto nasce da un commento di un dipendente di Waterstones, una delle principali catene di librerie di Londra: «We are staying open – if they come in and steal some books, they might learn something». Che suona un po' come «noi non chiudiamo, così se vengono e rubano dei libri almeno possono imparare qualcosa». Quando si dice il british humour.

Che in effetti non ha tutti i torti, il tipo. A guardare le categorie di negozi che hanno subito danni e furti durante i riots di Londra, spiccano al primo posto i negozi di elettrodomestici (magari qualcuno avrà rubato un e-reader?) e di vestiti. Come dice quel vegliardo di Zygmunt Bauman, non si tratta di sommosse per il pane, ma di una rivolta di consumatori di serie B. E, sad but true, tra un golfino di Zara, un paio di scarpe della Nike, un cellulare brand new e un libro, molti non scelgono il libro. Qualcuno, ottimista di natura, è arrivato a ipotizzare che nell'epoca del Kindle, i rivoltosi non sanno cosa farsene dei libri di carta.

L'aspetto positivo, allora, è che le librerie sono rimaste indenni al passaggio della rabbia popolare dei giorni scorsi. I portavoce delle grandi librerie – Waterstones, WHSmith, Foyles – hanno affermato di non aver riportato danni, e così molte delle librerie indie delle zone dove hanno avuto luogo gli scontri. L'unica notizia di danneggiamenti riguarda Gay's the Word, un bookstore specializzato in libri di cultura LGBT, a cui è stata infranta la vetrina e imbrattato l'interno con delle uova. Poco male, nel marasma generale. Ma cosa gravissima per chi come noi, messi momentaneamente da parte ogni analisi e giudizio, sa che un libro può far assai più male che un manganello.

eFFe

 

 

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eFFe sarebbe un antropologo, ma ha lavorato come lavapiatti, professore, pubblicitario, ghost-writer e sandwich-man. Di conseguenza non crede che un uomo possa essere definito dal lavoro che fa, ma solo da come lo fa.

1 Commento
  1. Un paio di anni fa, presentando una iniziativa che mi vedeva coinvolto come indegno organizzatore, dissi che, a fronte dei dati della incipiente crisi economica, il settore librario, in relazione alle vendite, non era stato penalizzato più di tanto. Ebbi l’accortezza di aggiungere che comunque, essendo da sempre le vendite di libri in Italia ai minimi termini, era difficile fare di peggio. Leggendo le analisi del london riot di questi giorni e, alla luce di questo post, mi pare che si confermi la tesi che Alberto Arbasino già delineava in “America amore” e cioè che la cultura occidentale è una cultura che impone il consumo di gadgets del tutto inutili. La riprova sta nel fatto che i rivoltosi britannici hanno saccheggiato i negozi di informatica e non le librerie. Siamo molto lontani dall’assalto manzoniano al forno “delle grucce”. Probabilmente il lavaggio del cervello consumistico ha, con questi fatti, raggiunto paradossalmente la sua definitiva vittoria. Una coeva Maria Anonietta potrebbe rispondere, alla esortazione “maestà il popolo non ha pane”, non più con “che mangino brioches” bensì con “che ascoltino l’iPod”.