L’editoria cinese e l’ossessione per il successo

Parlando di Cina e di cinesi è possibile mettere insieme un bel mucchio di stereotipi. Cose tipo che sono tutti uguali, che sono ovunque, che ci stanno invadendo, che ci si mangeranno, che faremo tutti i badanti a loro, che lavorano venticinque ore al giorno, che non si sa mai cosa succede , che non si sa dove li seppelliscono. È tutta colpa dei cinesi, è colpa loro perché prima piazza Vittorio era meglio invece ora è tutta loro, che vengono qua e ci fregano tutto. Loro e quell'ossessione a primeggiare. Be', miei cari sinofobi, aggiungete all'elenco l'editoria cinese, perché i vostri nemici con gli occhi a mandorla non scherzano neanche quando si parla di libri.

Mettendo da parte gli scherzi, è bene chiarire anzitutto una cosa. La diffidenza (figlia della paura figlia dell'ignoto) è un sentimento che avvolge gli europei da secoli, quando si ha a che fare con l'Asia. Sarà colpa della scuola, sarà che insegnano male Marco Polo o Alessandro Magno, sarà che tutto questo eurocentrismo ci ha impedito di confrontarci e di studiare e capire una cultura che ora ci ritroviamo prossima, ma aliena. In ogni caso, della Cina si sa in genere poco e quel poco che si sa è filtrato, censurato, deformato. Ogni volta che, nell'era di internet, mi imbatto in un articolo riguardante una qualsiasi situazione cinese, finisco per scoprire qualcosa e provare sorpresa. La sorpresa degli ignoranti, immagino. Leggo sempre di editoria e libri, ho scritto dei curiosi rapporti tra censura e scrittori cinesi, ma continuo a stupirmi quando apprendo particolari, per me nuovi, di come l'industria editoriale cinese si sta sforzando per imporsi sulla scena mondiale. 

In questo articolo di Dustin Kurtz per Melville House si legge un incipit emblematico: «L'editoria cinese sta diventando più venale, più opportunista, e più ossessionata dal prossimo Grande Libro». E la colpa sarebbe anche del Nobel a Mo Yan, che ha attirato l'attenzione sulla letteratura asiatica, creando una specie di ansia da prestazione in editori e scrittori. Eric Abrahamsen e Canaan Morse della rivista letteraria cinese Pathlight sono stati intervistati da Laura Fitch per il blog Wall Street Journal‘s China Real Time e hanno chiarito il punto: «C'è una malattia del "Grande romanzo cinese" che sta contagiando gli scrittori cinesi. Sentono di dover produrre queste cose enormi che spiegano tutta la società cinese». 

L'importante è sfornare un bel libro da trecento pagine. Sono contenti gli scrittori, fieri di aver partorito una creatura forte e sana, sono contenti gli editori, che pensano di aver investito bene i soldi, e sono contenti i lettori, soddisfatti del loro acquisto pesante. Morse fa notare, poi, che questa rincorsa ha i suoi effetti anche sugli anticipi che gli editori concedono ai propri autori. Mai Jia, ad esempio, si è intascato grazie al suo editore cinese un gruzzolo da oltre 10 milioni di yuan (circa 1,6 milioni di dollari). Negli Stati Uniti gli anticipi, nella norma, vanno sui 10mila dollari. Ma a un anticipo del genere corrisponde sempre un'opera degna della fiducia, della spesa e dell'attenzione del lettore?

Un po' come successo con gli sceicchi nel calcio, che hanno cominciato a scombussolare il panorama societario europeo a forza di spese folli, non è difficile credere che una simile tendenza possa passare dal mondo dei libri cinesi al mondo dei libri globali. E questo sempre perché i cinesi sono cattivi e invaderanno il mondo. Chissà, tra qualche anno agli scrittori converrà concedere esclusive agli editori cinesi, Dan Brown preferirà inventarsi qualche trovata ambientata in oriente (tanto lì di misteri ne trovi quanti ne vuoi, Dan) e il cuore pulsante del globo si sposterà un po' più a destra, sulla cartina. Comunque andrà, è bene cominciare a masticare l'idea che in Cina non fanno solo oggetti scadenti e che i cinesi non sono dei tonti che dicono la elle al posto della erre. In un modo o nell'altro l'ovest farà i conti con l'est e con i suoi libri, perciò bisogna allenarsi e smaltire un po' di pregiudizi, altrimenti la corsa sarà ancora più faticosa. 

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

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