L’Italia non è un paese per traduttori

Perdonate il gioco di parole trito e ritrito — Cormac McCarthy non ce la fa più, ne sono certo —, ma è proprio il caso di dirlo: l’Italia, se vuoi fare il traduttore, è tra gli ultimi posti in cui vorresti vivere.

Su Repubblica ne parla Dario Pappalardo sulle pagine della cultura, intervistando alcuni traduttori che riferiscono, senza troppi giri di parole, di una situazione tragica. Luciano Bianciardi, citato a proposito dall’autore dell’articolo, parlava di vita agra. Dal 1962, a parte l’emergenza di qualche rockstar della traduzione come Fernanda Pivano, Cesare Pavese e Carlo Fruttero, le cose, se sono cambiate, lo hanno fatto in peggio.

Un po’ di numeri, riportati sul giornale, aiutano a illustrare la situazione:

  • Il 35% del nostro mercato editoriale è costituito da libri tradotti. Ciò significa che più di un libro su tre è frutto del lavoro di un traduttore;
  • in Europa le remunerazioni che ricevono i traduttori sono superiori solo a quelle dei colleghi lituani, cechi, ungheresi e slovacchi;
  • un traduttore italiano guadagna in media 13 euro a cartella, a fronte dei 40 guadagnati dai traduttori britannici.

Oltre a queste cifre, Pappalardo ci ricorda che gli “operai dell’editoria” — come li chiama lui — non ricevono percentuali sul numero di copie vendute, e che la legge sul diritto d’autore del 1941 fa di tutto tranne che tutelare i nostri colletti blu.

La situazione è aggravata dal fatto che questa categoria di lavoratori non gode di un riconoscimento sociale adeguato. Lavorano dietro le quinte e ci rimangono, quando in realtà sono a tutti gli effetti dei co-autori. Un libro su tre, prima di arrivare sugli scaffali, passa per la loro scrivania e ci resta per uscirne, grazie a qualcosa che è quasi una magia, uguale e diverso allo stesso tempo. Forse è per questo che sono bistrattati: la loro opera è ontologicamente difficile da accettare. Riescono, come alchimisti dell'era moderna, a cambiare la forma senza cambiare i contenuti.

A costo di suonare un po' retorico, il mio augurio è che i traduttori ottengano il rispetto che gli è dovuto. In che modo? Ad esempio, inserendo il loro nome in copertina, sotto quello dell’autore originale (cosa che in alcuni casi già accade), perché sul colophon non lo legge nessuno (e qualche volta gli editori manco ce lo scrivono). Oppure, come già fanno alla minimum fax, mettendogli a disposizione delle pagine nelle quali possono parlare del testo tradotto.

Da lettore bulimico di narrativa straniera so quanto è difficile leggere in lingua. Come tanti altri di voi posso al più reputarmi, peccando inevitabilmente di presunzione, bilingue. Ma la letteratura francese, tedesca, giapponese, russa e afghana, come la leggo se non in italiano? Scusate ancora una volta l’ingenuità, ma senza l'inestimabile lavoro dei traduttori saremmo tutti un po’ più provinciali. Tradurre è una delle espressioni più alte del nostro diritto a essere cittadini del mondo.

Forse passerò per il catastrofista di turno — la dieta del mio immaginario è stata per anni a base di Orwell —, ma di questo passo chi ci salverà, Google Translator? Tradurre, in Italia, è essere traditi.

Lorenzo Castelli

Da quando ha scoperto la differenza tra E’ e È la sua vita non è cambiata. Ma adesso inizia le frasi con il verbo essere alla terza persona singolare modo indicativo tempo presente una volta su tre. È convinto che i suoi articoli salveranno il mondo.

13 Commenti
  1. Come spiegano qui http://www.rochester.edu/College/translation/threepercent/
    “only about 3% of all books published in the United States are works in translation”
    il che motiva le discussione sull’insularità del panorama letterario statunitense (io estenderei e parlerei di anglofono).

    Quindi da questo punto di vista siamo avanti, per questa volta, e dovremmo andarne fieri. Per quel che riguarda remunerazioni, bisognerebbe anche andare a vedere alla qualità del prodotto: il lavoro del traduttore non è per nulla facile, ma a volte ci sono strafalcioni che dimostrano come certi lavori siano affrettati o non abbastanza curati.

    Forse torniamo sempre al solito problema del pubblicare meno ma pubblicare meglio?

    Infine un consiglio di lettura: “La vendetta del traduttore” di Brice Matthieussent (Marsilio).

  2. …tristemente l’Italia oggi non è un paese civile sotto molti punti di vista…ovunque si volga lo sguardo – mondo dell’istruzione, del lavoro, dello sport, del rispetto dell’ambiente e della produzione di energia pulita, della disoccupazione e del sistema carcerario ect. – quello che si vede è molto lontano dalla definizione minima di civiltà…lo so, ci sono esempi meravigliosi di persone che si sono messe in gioco e che si danno da fare senza arrendersi per rendere migliore questo nostro Paese…dobbiamo aumentare…crederci e forse chissà le cose cambieranno, ma occorre recuperare un sistema di valori che troppi hanno rottamato, un sistema in cui le parole dei libri erano la fonte del pensare e del formare individui civili…

  3. Non è vero che siamo avanti. Come si vede qui: en.wikipedia.org/wiki/Books_published_per_country_per_year Negli Usa vengono pubblicati ogni anno 328.259 nuovi titoli, in Gran Bretagna 206.000, in Germania 93.000, in Spagna 86.000, in Francia 67.000, da noi 33.000. La differenza nei numeri sta probabilmente anche nella tradizione inglese di stampare molti titoli a circolazione esclusivamente locale o regionale (“Storia dei cacciatori di frodo di Beaver Pass, Oklahoma, fra il 1799 e il 1815”) ma di fatto il 3% statunitense equivale al 30% italiano. Se consideriamo che gran parte delle nostre traduzioni sono bestseller americani, per quanto riguarda le traduzioni dal resto del mondo non so se siamo messi meglio.
    Io di lingue ne leggo parecchie e la sensazione è che siamo parecchio indietro alla Francia, e abbastanza indietro rispetto a Germania e Spagna, per quanto riguarda traduzioni di autori di alto profilo ma non grande successo commerciale (non Murakami, per dire) da letterature asiatiche, sudamericane, africane, arabe, scandinave, ed esteuropee. E dove teniamo botta è grazie a case editrici dedicate (tipo Iperborea, l’unica forse con una certa visibilità, o Voland – le cui tirature, escluso qualche “colpo” o qualche nome di punta però oscillano fra le centinaia e le migliaia di copie).

    E le traduzioni, perché dovrei sprecarmi più di tanto se mi pagano da cane, e le stesse case editrici più importanti (io ho libri Einaudi con strafalcioni ad ogni piè sospinto) risparmiano addirittura sull’editing? Io ho un amica traduttrice che ha anche avuto riconoscimenti (ma non soldi) per un suo lavoro. Ora vive felice in Inghilterra.

  4. Caro andrea, devo dirti che la bassa retribuzione non è la conseguenza bensì la causa di lavori di scarsa qualità.

    Tradurre, per chi non l’ha mai fatto, può sembrare un lavoro facile e divertente ma in realtà, e lo dico per esperienza, è un lavoro di estrema precisione e a volte davvero estenuante, sia mentalmente che fisicamente. Alla vista che si affatica segue il mal di testa, dovuto anche alle ore passate davanti al computer, e il mal di schiena per le ore trascorse seduti magari su una sedia non ergonomica, magari per la mancanza di un leggio, magari per cattiva postura o semplicemente per la mancanza di movimento.
    Detto questo: chi me lo fa fare di perdere tempo e salute se il mio compenso è di 13 euro a cartella LORDI (il che significa che al netto delle tasse è poco più della metà)?
    L’errore che fanno molti editori “furbetti” è proprio quello di sottovalutare questa figura professionale, non rendendosi conto che questa logica alla fine va a discapito loro. Se un libro viene tradotto male non verrà letto, non verrà valorizzato e la casa editrice perderà sia lettori che clienti (autori), i quali la prossima volta decideranno di rivolgersi a un altro editore.

    Ancora una cosa: il motivo per cui in Italia si pubblica molta più narrativa straniera che in USA è presto detto. Più della metà della produzione letteraria mondiale è in lingua inglese perché l’inglese, appunto, non è una lingua circoscritta a una sola nazione, come l’italiano. Molti autori inoltre decidono di scrivere in inglese senza che questa sia la loro lingua madre (come gli scrittori post-coloniali). Un’altra grossa fetta è in spagnolo e in francese, per gli stessi motivi di cui sopra.

    La produzione letteraria in italiano è minima se comparata a quella delle lingue più parlate al mondo, per una questione meramente numerica. Tuttavia, per ricollegarmi al discorso di enrica, è a causa della sua scarsa qualità attuale che solo una piccolissima percentuale di questa cifra, già di per sé irrisoria, è tradotta in altre lingue. Purtroppo questo discorso lo si può estendere a tutta la produzione artistica italiana contemporanea. Tempi duri per la cultura in Italia… Se la soluzione è pubblicare meno ma meglio (e sono d’accordo) bisognerebbe comunque valorizzare di più la figura del traduttore.

    La vendetta del traduttore l’avevo iniziato prima di Natale ma non mi ha preso e l’ho mollato. Forse non era il momento, riproverò più in là… 🙂

  5. Ciao,
    segnalo a tutti che fino al 14 marzo sarà possibile iscriversi all’edizione 2013 dei torneo letterario IoScrittore del Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Si tratta di una vera opportunità per tutti noi di vedere non solo pubblicata la nostra opera ma anche di ricevere recensioni e commenti da parte degli altri partecipanti, in maniera democratica e diretta: http://bit.ly/155qMcQ .

  6. Caro Lorenzo, linko volentieri il tuo articolo su Bloc-Notes, il blog della rivista Tradurre. Nel prossimo numero, si parlerà anche de La vendetta del traduttore (non credete a Matthieussent, i traduttori non sono tutti così). Alla prossima!

  7. Tutto bene, ho appena ricevuto un tweet di risposta dalla Einaudi. Mi rimettono il nome
    accanto alla traduzione. Grazie.