Negati i diritti di traduzione in ebraico del “Colore viola”

Il premio Pulitzer Alice Walker ha rifiutato di concedere alla casa editrice israeliana Yediot Books i diritti per una nuova traduzione in ebraico del suo classico Il colore viola.

Il romanzo – da cui Steven Spielberg trasse l’omonimo film nel 1985 con protagonista Whoopy Goldberg – affronta il tema dell’emarginazione razziale che ha tormentato per decenni gli afroamericani negli Stati Uniti d’America (una piaga che non mi sembra sia stata mai del tutto sanata).

Per la scrittrice si tratta di una questione di principio, considerato che il libro era già stato pubblicato in Israele nel 1980 presso un altro editore.

Secondo la Walker, un’analoga segregazione sarebbe quella messa in atto dalle autorità israeliane nei confronti dei palestinesi residenti nella striscia di Gaza. Ardente attivista pro Palestina, ella stessa ha partecipato ad una spedizione che lo scorso anno ha tentato, invano, di forzare il blocco decretato da Israele su Gaza.

Negare i diritti di traduzione è, per la Walker, una forma di protesta «civile e non violenta», simile al divieto da lei imposto anche alla diffusione del film in Sud Africa fino alla scarcerazione di Nelson Mandela e all’abolizione dell’apartheid. La sua personale speranza è che il libro possa essere ripubblicato in Israele quando finalmente ebrei e palestinesi sapranno convivere civilmente.

Ma arriverà mai quel giorno? La questione israelo-palestinese ha radici diverse dalla segregazione razziale in America o in Sud Africa. Il fulcro del problema non è solo etnico o razziale ma anche politico, religioso, territoriale.

Netta Gurevich della Yedot Books ha, dal canto suo, dichiarato che l’arte, e in particolare la letteratura, dovrebbero contribuire ad avvicinare gli opposti, e generare un clima di reciproca tolleranza. Ciò che è poi il succo del Colore viola. E tuttavia Alice Walker non è l’unica intellettuale occidentale che sta attuando questo tipo di protesta: è la stessa Netta Gurevich ad affermare che anche altri autori stanno negando il consenso per la traduzione delle loro opere in Israele.

È superfluo sottolineare che la notizia ha scatenato un acceso dibattito sul web. Mentre la maggioranza dei commenti si pronuncia in favore della decisione della Walker, qualcuno ricorda che in tal modo si danneggiano soprattutto i lettori, senza, peraltro, minimamente contribuire a cambiare le condizioni dei palestinesi.

Per quanto mi riguarda, non fingerò di essere (più) così ingenua da pensare che basti la semplice lettura di un libro a porre fine ad una controversia tanto annosa e complessa. Sarebbe ridicolo, se non del tutto stupido. Ma non mi pare nemmeno che negare il diritto alla lettura si possa definire una “forma di protesta”. Mi pare assomigli più ad una punizione che colpisce ciecamente colpevoli e innocenti. Mi pare sia fare di tutta l’erba un fascio. Mi pare, in effetti, una sorta di censura al rovescio.

Sara Minervini

Chi sono? Sono una lettrice. Che faccio? Leggo. E come vivo? Vivo.

5 Commenti
  1. (M. K. Gandhi, Harijan, nato il 26 gennaio 1938)
    Gandhi sulla questione Palestinese
    “Ho ricevuto numerose lettere in cui mi si chiede di esprimere il
    mio parere sulla controversia tra arabi ed ebrei in Palestina e
    sulla persecuzione degli ebrei in Germania. Non e’ senza
    esitazione che mi arrischio a dare un giudizio su problemi tanto
    spinosi.”
    Pubblicato su http://www.peacelink.it il 27 ottobre 2004
    Fonte: http://www.daddo.it

    Gandhi
    Fonte: Il grido dei poveri

    Le mie simpatie vanno tutte agli ebrei. In Sud Africa sono stato
    in stretti rapporti con molti ebrei. Alcuni di questi sono
    divenuti miei intimi amici. Attraverso questi amici ho appreso
    molte cose sulla multisecolare persecuzione di cui gli ebrei
    sono stati oggetto.[…….].

    Ma la simpatia che nutro per gli ebrei non mi chiude gli occhi
    alla giustizia. La rivendicazione degli ebrei di un territorio
    nazionale non mi pare giusta. A sostegno di tale rivendicazione
    viene invocata la Bibbia e la tenacia con cui gli ebrei hanno
    sempre agognato il ritorno in Palestina. Perche’, come gli altri
    popoli della terra, gli ebrei non dovrebbero fare la loro patria
    del Paese dove sono nati e dove si guadagnano da vivere?

    La Palestina appartiene agli arabi come l’Inghilterra appartiene
    agli inglesi e la Francia appartiene ai francesi. È ingiusto e
    disumano imporre agli arabi la presenza degli ebrei. Cio’ che
    sta avvenendo oggi in Palestina non puo’ esser giustificato da
    nessun principio morale. I mandati non hanno alcun valore,
    tranne quello conferito loro dall’ultima guerra. Sarebbe
    chiaramente un crimine contro l’umanita’ costringere gli
    orgogliosi arabi a restituire in parte o interamente la
    Palestina agli ebrei come loro territorio nazionale. La cosa
    corretta e’ di pretendere un trattamento giusto per gli ebrei,
    dovunque siano nati o si trovino. Gli ebrei nati in Francia sono
    francesi esattamente come sono francesi i cristiani nati in
    Francia. Se gli ebrei sostengono di non avere altra patria che
    la Palestina, sono disposti ad essere cacciati dalle altre parti
    del mondo in cui risiedono? Oppure vogliono una doppia patria in
    cui stabilirsi a loro piacimento?

    […]

    Sono convinto che gli ebrei stanno agendo ingiustamente. La
    Palestina biblica non e’ un’entita’ geografica. Essa deve
    trovarsi nei loro cuori. Ma messo anche che essi considerino la
    terra di Palestina come loro patria, e’ ingiusto entrare in essa
    facendosi scudo dei fucili . Un’azione religiosa non puo’
    essere compiuta con l’aiuto delle baionette e delle bombe (oltre tutto
    altrui). Gli
    ebrei possono stabilirsi in Palestina soltanto col consenso
    degli arabi.

    […]

    Non intendo difendere gli eccessi commessi dagli arabi. Vorrei
    che essi avessero scelto il metodo della non-violenza per
    resistere contro quella che giustamente considerano
    un’aggressione del loro Paese. Ma in base ai
    canoni universalmente accettati del giusto e dell’ingiusto, non
    puo’ essere detto niente contro la resistenza degli arabi di
    fronte alle preponderanti forze avversarie.”

  2. Il gesto della Wlaker non risolve nulla (e forse non censura quasi nulla, dato che il libro era già stato pubblicato). Però pone l’accento, per un paio di giorni, su quel fallimento umano che è il conflitto. E questo non è male (non so se sia bene, non lo sa più nessuno).

  3. Nelle galere israeliane sono detenuti, e lo sono senza alcuna speranza di uscirne, piloti di elicotteri e di caccia dell’esercito di Israele che si sono rifiutati di bombardare in mezzo alla folla piena di donne e bambini. Parlarne è un bene sempre, ma sarebbe un bene più grande urlare.

  4. Io non capisco il gesto della Walker e in generale qualunque forma di boicottaggio culturale, a prescindere dalle ragioni. Credo non sia la via giusta.

  5. Infatti. Al posto della Walker avrei magari scritto una prefazione per spiegare le ragioni del suo sostegno alla causa palestinese e chiesto che il ricavato delle vendite, dei diritti e quant’altro fosse devoluto per migliorare le condizioni di vita dei palestinesi. Sarebbe stato un modo più attivo per contribuire invece di un boicottaggio culturale che alla fine non cambia niente.