Viene da arrabbiarsi

(photocredit: Evil Erin)

Su Libero è uscito un articolo di Camillo Langone che titola: "Togliete i libri alle donne e torneranno a fare figli". Ora, il contenuto lo potete dedurre dal titolo. Langone illustra come una bassa scolarizzazione femminile porti ad un maggior numero di figli per famiglia (il che ci salverebbe anche dall'orda barbarica dell'immigrazione da altri paesi con più alta natalità). 

Non si sa mai bene come prenderle queste esternazioni di ignoranza. Ignoranza della società di cui si è parte, dei meccanismi sociali, culturali e antropologici globali. Bisognerebbe mantere una distanza critica ma poi succede che viene da arrabbiarsi. Specialmente se si è donne. Specialmente se si sa benissimo cosa significa, per una società adulta come la nostra, la scolarizzazione femminile e quante battaglie, quanto tempo è servito perché diventasse un diritto. 

Poi verrebbe da ribattere a tutte le affermazione di Langone una ad una. A partire dalla sua idea che essere genitori sia un lavoro duro che gli italiani non vogliono più fare. Anche lasciando perdere questa visione così distorta della genitorialità, signor Langone, le assicuriamo che noi trentenni (o giù di lì) ci pensiamo ai figli. E non come a un compito gravoso, ma come ad una delle possibili felicità della vita. Ma, senza retorica, una giovane donna in stage non lo può fare un figlio. O meglio, spesso non lo può programmare. Magari, se succede. 

Ma qui su Finzioni non si parla mica di sociologia, si parla di letteratura. E allora lo sa quanto è importante il ruolo delle donne nell'editoria, ad esempio? O quali e quante migliorie ha portato l'istruzione femminile nella società italiana? Io ne so qualcosa ma di sicuro non abbastanza. Riprendiamo insieme le ricerche in merito e vediamo di inziare a ragionare.

Ora scusi, ma devo proprio scappare. Per scrivere questo articolo ho già bruciato la cena due volte, si figuri che razza di donna. 

*se volete farvi qualche risata su tutta la faccenda consigliamo #langonequotes su Twitter

Margherita Caramatti

Conosciuta anche come Maggie. E' nata con la passione per i libri e cresciuta con quella della tecnologia e del uéb, oggi cerca di unire le due cose e farne una professione.

20 Commenti
  1. Beh insomma, la robaccia che viene stampata sui giornaletti marci, inutili pure per incartarci il pesce vecchio di una settimana come “Libero” e “il Giornale” (scusate tanto le volgarità) non andrebbe presa molto sul serio. Almeno a voler restare seri….

  2. Già. Per questo scrivevo “non si sa mai bene come prenderle queste esternazioni”. Perché il cervello dice di mantenere la calma e prendere la cosa con la giusta distanza.
    E ci ho provato, ti assicuro, a prenderla poco sul serio.
    Sono giornaletti, è vero. E’ una “sterile provocazione” fatta per far parlare, lo so.

    Ma non c’è nulla da fare, mi viene da arrabbiarmi.
    Proprio non ce la faccio ad alzare le spalle e dire “vabbé povero pirla, che modo triste di farsi notare”. Mi riguarda troppo, probabilmente.
    E poi, che diamine, quel giornale ha diffusione nazionale. Non si può proprio lasciarla passare, dai….:)

  3. La mia mamma è sempre stata una divoratrice di libri… e ha fatto due figli, di cui almeno uno (mio fratello) le è venuto proprio bene, bello (beh, forse sono un pò imparziale…) intelligente motivato appassionato curioso buono gentile premuroso.
    Io leggo quanto più posso in tante forme, sogno una famiglia numerosa, ma sono pronta a scommettere che non saranno i libri a frenarmi, ma le oggettive difficoltà per una donna di gestire un lavoro (a cui, data la contingenza economica poco favorevole, non può certo rinunciare) e una famiglia, in una società (e parlo di società civile, ma anche dell’azienda dove lavoro) in cui se non puoi fare affidamento sui nonni le difficoltà si moltiplicano solo.
    Che rabbia, sono proprio d’accordo con te.

  4. L’articolo di Langone su Libero è emblematico del problema culturale italiano.

    Innanzitutto, abbiamo degli emeriti imbecilli (che non sono affatto imbecilli) che noi chiamiamo giornalisti, che scrivono su un pezzo di carta che noi chiamiamo giornale, una cosa che noi chiamiamo articolo.

    E quello che Langone scrive (su questa cosa che noi chiamiamo articolo) è ovviamente una sciocchezza medievale. Siamo tutti d’accordo. Anzi, lo sa anche Langone che è l’autore della sciocchezza medievale.

    Il punto è che all’uscita dell’articolo (vedete, l’ho chiamato articolo!) ci sono due atteggiamenti: ignorarlo o controbattere punto su punto.
    Come si può ignorare un articolo così pericoloso su un giornale letto da migliaia di persone? Non si può.
    Bisogna commentarlo e controbattere. Ed ecco: lo scopo è raggiunto.

    Una folla di intellettuali, lettori, scrittori, opinionisti, persone qualunque (me compreso) si affretta a discutere l’articolo di Langone. A combattere l’articolo di Langone. A parlare dell’articolo di Langone. Passa quasi l’idea che, sì!, forse le donne non dovrebbero leggere libri, ma certo che dovrebbero leggere, che idiozie!, e intanto si è dato un altro colpo alla già traballante, se non agonizzante, cultura italiana.

    Dovremmo discutere d’Europa, di cosa ci ha portati alla crisi, di quello che sta per succedere in Iran, in Siria, dell’Egitto, dovremmo discutere di politica estera… e invece ci troviamo a controbattere a un imbecille che non è affatto un imbecille.

    Quelli di Libero sono dei maestri. Dei maestri a cui ribellarsi.

  5. Non ho letto l’articolo di Langone, ma se tutto è già nel titolo, comincio a pensare che avesse torto Voltaire quando affermava: “Lotterò fino alla morte perché tu possa dire il contrario di quel che penso”. A tutto c’è un limite! Bisogna avere il pudore di non scriverle certe cose sui giornali. E di farsi curare.

  6. @arturo, capisco quello che dici.
    Ci ho pensato molto anch’io e non credere, mi irrita molto fare da cassa di risonanza per le opinioni di questa persona, che, tra le altre cose, si fa vanto della sua xenofobia.
    Ho letto quello che ha scritto Loredana Lipperini e ho ragionato anche su quello.

    Ma continuo a credere che non si potesse fare finta di niente.
    Sono anni che sto zitta. Tutti questi anni in cui mi si è rivoltato lo stomaco quasi ogni giorno a sentire le cose che si dicevano sulle donne.
    Sono sempre stata zitta perché pensavo che non valesse davvero la pena. Che in fondo le persone serie lo sanno come stanno le cose. E, o si fa un discorso davvero serio, o tanto vale lasciare che i cretini restino tali.

    Adesso però basta, però. E’ cambiato qualcosa ai piani alti e io mi sento di reagire. Questa, per me, era troppo. Mi hanno fatta arrabbiare una volta di troppo. 😀 Sarà che a me la passione per la lettura l’ha passata mia mamma. E se lei non avesse combattuto contro chi sorrideva delle sue velleità intellettuali, io oggi non sarei la persona che sono. Insomma, mi hanno toccato un nervo scoperto! 🙂

  7. @Margherita,

    non volevo criticare chi ne parla e nemmeno te. Anzi, siamo d’accordo 🙂

    Non se ne dovrebbe parlare, ma a volte, non si può non farlo. E facendolo (ne ho parlato anche io), sono consapevole che aiutiamo questi emeriti imbecilli (che non sono affatto imbecilli) a raggiungere il loro scopo.

    È difficile uscirne.

  8. Ecco, appunto, io Libero non lo prendo mai sul serio. Quindi non mi arrabbio neanche.

  9. @arturo esatto, circolo viziosissimo!
    @francesca, sono d’accordo fino lì col non prenderlo sul serio. Però riguardo al non arrabbiarsi, tanto di cappello, come si suol dire!

  10. Capisco lo scrupolo di non fare da “cassa di risonanza” alle enormità scritte da quel giornalista di “Libero”. Ma il problema è che non parlarne ormai non serve, anzi è controproducente. Ci troviamo di fronte a una “macchina del consenso”, formata da giornali e televisioni, che funziona benissimo e che negli anni, a furia di sparare sciocchezze oscurantiste sempre più pesanti, ha creato e fatto sedimentare nelle teste di molta gente un senso comune profondamente reazionario. Parafrasando quella famosa orazione di Martin Niemoeller, prima se la sono presa coi comunisti, poi con i meridionali, poi con gli stranieri, poi con le donne, senza mai incontrare adeguata resistenza, finchè ci hanno quasi portato alla barbarie.

    Di fronte a questa situazione, ripeto, non serve dire (come pure io stesso ho sempre detto) “ecchissenefrega, tanto io certi giornalacci non li compro” oppure “tanto io la televisione non la vedo”. Li leggono e la guardano in tanti, purtroppo.

    Oggi sono dell’idea che determinati modelli culturali vadano denunciati e combattuti. Più facile a dirsi che a farsi, certamente. Però proviamoci.

  11. Langone ha ragione, e indignarci per il semplice fatto che ha detto quello che ha detto equivale a fare il suo gioco. A dar valore al suo metodo, in pratica.
    E il suo metodo è questo: prendo un fatto (perché l’essenza di ciò che ha detto è vero, cioè che a una bassa scolarizzazione femminile corrisponde un’alta natalità) e lo piego fino a farne uno strumento a supporto del mio codice morale, dei miei ideali, del mio stile di vita. Il suo fatto ha il significato che lui gli dà solo inserito nel contesto della xenofobia e della ristrettezza di vedute di cui, come qualcuno fa notare, si fa vanto.
    A Langone interessa solo il problema italiano, e il suo è un puro esercizio di stile, diciamo. Afferma una cosa scomoda, cioè che l’istruzione femminile limita l’incremento della natalità, e la applica alla nostra realtà come se fosse una vera risposta. È un gioco riuscito, ci siamo cascati tutti: l’indignazione, il come si permette, gli insulti giustissimi ed esasperati. Ma se ci fermiamo un attimo a pensarci, il suo ragionamento fa acqua e rispondergli è facilissimo, così come ridere del suo maldestro tentativo di prenderci per il culo. Perché Langone è miope in due modi diversi, e per rispondergli basta mettersi un paio di occhiali.

    1. La sua è un’analisi volutamente miope, ma si frega da solo. è vero che i paesi africani e asiatici hanno tassi di natalità più elevati del nostro, ma anche la francia ce l’ha, o la germania o, come dice Langone stesso (imbecille), l’olanda. Non mi risulta che questi siano paesi con un livello più basso del nostro di istruzione o occupazione femminile. Fa molto comodo lasciar credere che si tratti di un conflitto tra “noi” e “loro”, tra cittadini italiani e barconi grondanti figli. Non è così: il problema della natalità non deriva dal fatto che noi femmine leggiamo molti libri, ma dal fatto che lo stato economico del paese in cui viviamo non ha ancora raggiunto la curva di evoluzione che dovrebbe corrispondere al nostro livello di istruzione. Un paese che metta in opera riforme sociali solide, in cui la parità tra i sessi è raggiunta e le donne sanno come affrontare la vita con una solidità di base a noi sconosciuta, non c’è nulla che impedisca a ogni coppia di avere anche tre, quattro bambini.

    2. La sua è un’analisi involontariamente, ma anche inevitabilmente, miope, perché viviamo in un mondo largamente sovrappopolato rispetto alle risorse che tentiamo in ogni modo di moltiplicare e lui, con un articolo razzista e arrogante, ci offre la soluzione: il punto è esattamente la scolarizzazione femminile! Il punto è educare di più le donne, non di meno!

    Insomma, grazie Langone! Hai detto una puttanata grossissima per la gioia di fare il polemico, cosa che piace un sacco a quelli della tua razza, e facendolo ci hai spiegato perché dobbiamo leggere di più, e far leggere gli altri. Il tuo articolo, come prima cosa: fa venir voglia di recuperare tutto ciò che di scritto c’è al mondo, in qualsiasi lingua, scontrini compresi.

  12. Aggiungo una cosa: da come scrive Langone, sembra quasi che ci vorrebbe al posto di quella gente sui barconi. La bassa scolarizzazione femminile porta anche tutta una serie di guai che non credo Langone voglia affrontare. Davvero dobbiamo diventare un paese del terzo mondo per ritrovare il coraggio di fare figli?
    Come dicevo: un fatto piegato a sostegno di una conclusione paradossale.

  13. Sì, la garrota… il pezzo di L (o se volete, quel pezzo di M) costituisce l’ennesimo giro di morsa attorno al collo della minima coscienza individuale: a molti, dopo aver letto il pezzo di L sarà sfuggito un inconscio e silenzioso “sì”, e si saranno ritrovati, magari la sera al bar, a sostenere che “il paese va male perchè le donne leggono troppo!”, senza rendersene bene conto, un po’ sorpresi dalle loro stesse parole, tanto per dir qualcosa, perchè gli era capitato sott’occhio quel pezzo di L (o di M, fate Voi).
    Il problema non sembra più essere la cazzata stratosferica che di volta in volta ci viene proposta per buona e vera, o l’ennesima figura di M (sigla questa volta inequivocabile) che patiamo a livello internazionale, o ancora l’incessante battage nepotista e clientelare.. è che siamo così storditi.. la coscienza civile soffocata e palpeggiata dal trendissimo populismo (lo sanno fare proprio tutti ormai e funziona sempre): tra tette e minacce di povertà, effluvi d’orgia e terrore alieno (macchè marziani… i nostri connazionali del sud e gli extracomunitari), l’opinione pubblica è affamata di risposte e temo che quelle di M (tipo quella di L) coprano quasi tutto il mercato dell’offerta propositiva. Oltre alla sproporzionata quantità rispetto al materiale di qualità, la M è più facilmente reperibile, soddisfa subito il palato, sapientemente imbellettata risulta assai più attraente, fornisce immediata sicurezza (quel po’ di sicurezza che può fornire l’arroganza) e ha il pregio di lasciare un forte senso di languore che spinge subito a consumarne altra. Ci siamo dentro. Quel pezzo non lo leggo, le donne scrivano di più, e qui mi riferisco alla parte più creativa, umana e sensibile degli uomini quale specie aldilà del genere: credo sia proprio questo il bersaglio principale dei pezzi di …
    viene da arrabbiarsi ma che ci si metta subito a scrivere, il terreno è molto fertile!

  14. Ho letto ieri l’articolo di cui si parla, e mi sono ritrovata inorridita.
    Come se a causare il basso tasso di natalità fosse il livello di istruzione delle donne! Ho tante amiche laureate e lavoratrici che un figlio lo vorrebbero anche, ma sono precarie come i mariti, e faticano ad arrivare a fine mese… Se poi ci fossero più aiuti per le mamme lavoratrici, come asili nido aziendali ad esempio, sono certa che la situazione sarebbe migliore.
    Quello che afferma Langone è disgustoso, ma riflette secondo me il pensiero di un certo tipo di persone che vedono la donna come un accessorio, utile giusto per sfornare figli, fare i lavori di casa e poche altre cose che non sto a citare 😉
    Mi auguro solo che queste persone non siano numerose, e che prima o poi aprano gli occhi…

  15. Quando ho letto il titolo dell’articolo non ho nemmeno cliccato sul link. Il titolo parlava chiaro e non era mia intenzione incrementare gli accessi di un sito che pubblica simili idiozie.

    Capisco in ogni caso l’impossibilità di rimanere a guardare. Anche io non ce l’ho fatta e ho dovuto spendere due parole sul blog.

  16. Quando ho letto l’articolo di Langone mi sono molto indignata, ho postato un paio di frasi su facebook, mi sono iscritta a un gruppo donne contro Langone…. Ora, a ripensare a tanta idiozia, mi viene quasi da ridere. Possibile prendere sul serio un tale cialtrone? Uno che ripete frasi che dicevano mio nonno e mio padre, e pensa di essere originale?In definitiva, il sentimento più forte che provo adesso è la pena nei suoi confronti.

  17. Io sno contenta che si parli di questo articolo e che se ne parli qui, che appunto è un sito dove si parla di libri e non di sociologia, come dici. Perchè chi sa di sociologia, questione femminile ecc. è più che attrezzato per individuare al volo gli equivoci su cui Langone gioca e quanto le spara grosse. Ma invece c’è molta gente che magari non ha gli strumenti o le conoscenze per smantellare le sue “teorie”, o magari non ci ha mai pensato, e certe argomentazioni con tanto di dati “scientifici” potrebbero mettere loro una pulce nell’orecchio, o assecondare un retropensiero che hanno anche loro, oppure magari sentire che l’articolo è sbagliato ma non sapere esattamente perchè. E allora benissimo che magari capitando qui si abbia un’occasione in più di riflettere e di capire, comunque di sentire un’altra campana. Tu sei stata molto efficace nel confutare con semplicità il nucleo dell’articolo, cioè che non è vero che i giovani italiani/e non vogliono fare i genitori: spesso vorrebbero ma non possono.
    Aggiungo che, se in Italia è difficile fare famiglia, chi “paga” di più questa difficoltà sono le donne. (dati ISTAT): alta istruzione femminile -occupazione femminile tra le più basse- pochi servizi alle famiglie – natalità tra le più basse. Alto l’abbandono del lavoro dopo la prima maternità, altissimo dopo la seconda. In altri paesi d’europa, Francia, Svezia ecc. si verifica questo: alta istruzione femminile – alta occupazione femminile- alti servizi alla famiglia – alta natalità. Come si vede non è certo l’istruzione il termine differente.
    Insomma in Italia è difficile fare figli, ma per le donne lo è ancora di più: e lo è anche per colpa di gente che come Langone suggerisce che esse dovrebbero stare a casa a fare figli.
    Per venire poi ai libri, oggetto di questo spazio, conforta :-/ sapere che al nostro il binomio donne-libri non dispiace sempre, ad esempio va in brodo di giuggiole per Costanza Miriano, autrice di “Sposati e sii sottomessa”
    http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2011/03/viva-la-sposa.pdf
    Scusandomi per il pizzardone, ringrazio.

  18. Ho due figli, un lavoro sudato, una laurea, leggo, stiro, mi informo, lavo i piatti, ho l’hobby del teatro, porto all’asilo i miei bambini, lavoro a maglia, studio, faccio la lavatrice, mi aggiorno sulle novità biblioteconomiche.
    Insomma, sono una donna. Soddisfatta, ma incavolata nera con quegli uomini che sminuiscono il lavoro delle donne. Come l’assessore che alla mia richiesta di part time a suo tempo ha contrapposto la teoria che le donne devono starsene a casa (invece di vincere i concorsi a scapito degli uomini, che non danno problemi di maternità).
    E poi non è un obbligo avere dei figli: dove la natalità è più alta qualcuno chiede forse alle donne se se la sentono di portare avanti 7 gravidanze in 10 anni? Non c’è scelta: ci si sposa giovani, con un uomo che forse non si ama (magari molto più vecchio) come accadeva anche da noi fino a non molti decenni fa. E’ questo che vogliamo per la nostra Italia? Figli su figli senza che si abbiano i soldi per mantenerli?