We warm our hands by the fire that consumes genius – Su Mary Karr e DFW

Davvero non mi va di essere ripetitivo, ma l'anniversario della morte di David Foster Wallace — caduto lo scorso venerdì a sei anni di distanza dalla scomparsa dell'autore — si attarda nella memoria dei suoi lettori in uno strascico di parole più o meno ben formulate, sulle quali si accumulano discussioni e rumore bianco.

Il fatto è che da qualche giorno si discute di una poesia che Mary Karr ha avuto pubblicata sul New Yorker in occasione della ricorrenza della scomparsa di Wallace. Parecchi anni fa Wallace e Mary Karr — poetessa e saggista nella Prozac Nation di Elisabeth Wurtzelerano stati una coppia, ma la loro relazione era ben presto esplosa a causa dell'instabilità del primo che, in bilico fra droga e alcol, aveva trovato in Karr una musa tormentata dagli stessi suoi problemi. La storia era finita malamente, fra liti furibonde e un Wallace surreale in cerca di comprare un'arma per uccidere il rivale compagno di lei.

E nella poesia pubblicata qualche giorno addietro è difficile non notare un fondo acido e sgradevole nella serie di riferimenti, evocazioni e allusioni dietro ad alcuni versi di un componimento che a detta di alcuni è stato pubblicato in un giornale così illustre non tanto per la sua effettiva qualità, ma proprio per la vis polemica che vi traspare.

Perché la poesia di Mary Karr in memoria di Wallace è sì struggente,

That light you swam so hard away from

still burns, like a star over a desert or atop

a tree in a living room where a son’s photos

have been laid face down for the holiday.

ma porta con sé dei versi piuttosto bruti, semplicemente infelici sul peso del suicida nella vita di chi gli sta intorno, "every suicide is an asshole".

Prowl here, I guess, if you have to bother somebody.

Or, better yet, go bother God […]

E se alcuni di questi versi brillano in empatia, altri sembrano colpire a casaccio nel dolore altrui. È difficile non leggere nel titolo della poesia  — "Face Down" — l'eco di Bough Down, il memoir di Karen Green sul lutto della perdita del marito Wallace dopo il ritrovamento del suo corpo appeso a un cappio. Ed è infatti sulla stessa Green che Mary Karr sembra infierire:

She had

to cut you down who’d been (I heard)

so long holding you up. We all tried to

E dunque io non so in che termini si possa rielaborare un lutto di tal genere, e forse la forma della poesia è la cosa che si avvicina di più a suggerire l'imponenza di tale dolore. Penso però che a volte serva qualche sforzo in più oltre al mettere delle righe in versi per non finire col sembrare semplicemente un vanesio che parla di sé col pretesto della morte degli altri. O come l'hanno messa altre persone che conosco: "She basically sounds like just another bitter fuck from the AA rooms".

Lorenzo Andolfatto

Sono lettore, traduttore, interprete e studiante. Mi occupo di cose cinesi nelle ore di lavoro, e di cose letterarie perlopiù americane nel tempo libero. Non sono ancora diventato musica da ascensore.

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