Brillante e brizzolato

 Finzioni ha rinchiuso per tutta l’ estate un tipo in biblioteca con delle provviste, birra, e del gran peyote e lui, in cambio, ci scrive quello che gli passa per la testa.


 
 
(R)estate con Finzioni / Brillante e brizzolato
 

Il Responsabile Cultura era un uomo impeccabile, brillante e brizzolato. 

Laconico e affabulatore all’occorrenza. 

Tipica persona da "ottima prima impressione". 

Se ad una cena si finiva a parlare di Dio e gli si chiedeva un’opinione, con ateo distacco gelava i presenti: 

"Dio? Maleducato parlare degli assenti." 

Era un dispensatore di battute sarcastiche, di borghesi capriole semantiche. 

L’unica consolazione degli amici: il giorno della fine le sue battute stantie non l’avrebbero salvato. 

Stimato e rispettato, non solo suonava il piffero della Conservazione, ma dirigeva l’orchestra e ne lucidava tutti gli strumenti. 

Ogni lunedì andava in carcere a rifornire la biblioteca e consigliare libri ai detenuti. 

Si sedeva in disparte e con un sorriso compiaciuto osservava i detenuti leggere. 

Avrebbe voluto dipingere quell’immagine. 

Quel quadro l’avrebbe visto bene in una bisca di cani giocatori di poker. 

  

In famiglia, da buon capofamiglia, teneva in pugno la situazione. 

Non gli sfuggiva nulla, a parte le storie amorose delle figlie e l’alcolismo della moglie. 

Il Responsabile Cultura stabilì una regola: una volta al mese avrebbe consigliato un libro alla famiglia che sarebbe stato discusso.

Capitava che le figlie e la moglie proponessero delle alternative, in quel caso si metteva ai voti molto democraticamente. 

A volte durante la discussione si creavano situazioni di stallo su questioni come accenti e pronuncia di parole straniere. 

Il capofamiglia odiava le situazioni di stallo. 

Avrebbe voluto urlare: "abbiamo un’emergenza! C’è un linguista in sala?" 

Non capiva perché quella richiesta d’aiuto funzionasse solo con i medici. 

Le emergenze sintattiche e semantiche per lui erano altrettanto vitali. 

  

In casa era vietato lasciare abbandonati libri nel comodino per più di tre settimane, specie i best sellers. 

Il capofamiglia controllava spesso i comodini, un giorno si adirò parecchio alla vista di Gomorra nel comodino della moglie. 

Per non rischiare nessuno in casa aveva mai avuto la velleità di acquistare Il nome della rosa. 

  

Un giorno la figlia minore arrivò quindici minuti in ritardo alla discussione del libro. 

Scoppiò in lacrime, forse era incinta, forse avevano sospeso una delle sue serie tv preferite, nessuno lo ricorda. 

Comunque il padre la fissò e disse: "vediamo, stabiliamo le priorità. Piagnisteo di adolescente o discussione sulle accuse di oscenità al Tropico del Cancro di Henry Miller? 

Sono sinceramente combattuto." 

La figlia sbottò: "quando arriverà la fine, e arriverà, tutti fuggiranno in preda al panico. 

Noi invece rimarremo seduti a dibattere su quanto l’iconografia classica si sia avvicinata alla reale Apocalisse. E sulle questioni teologiche concernenti. 

Tu faresti il tuo solito paragone con l’artista contemporaneo, del tramonto del ruolo del committente e del mecenate disinteressato. Intanto la gente in fuga ci calpesterebbe." 

"Beh tanto dovremmo morire comunque, sarebbe l’Apocalisse" rispose il padre. 

A parte piccoli ammutinamenti del genere, le discussioni sui libri continuavano. 

  

La famiglia discuteva ordinatamente, ognuno riportava le proprie considerazioni sul libro in questione. 

Il Responsabile Cultura osservava compiaciuto. 

Finite le discussioni ognuno tornava alla sua anoressia, alla sua sociopatia ed al suo alcolismo. 

E si tornava con sollievo a quelle condizioni, in un accogliente e rassicurante tepore. 

  

  

                                                                                                                    Tabagista. 

 

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