poe Buon compleanno Poe

Attualità & Approfondimento / Buon compleanno Poe

Distinto, algido, la divisa inamidata, i capelli curati, tanto bello fuori quanto mascalzone dentro. La rappresentazione più calzante al William Wilson di Edgar Allan Poe l’ha data Alain Delon nel secondo episodio diretto da Louis Malle di Tre passi nel delirio. Certo di film che hanno trasposto i racconti del vero maestro del brivido ce ne sono stati a bizzeffe, ma tutti, in qualche modo, sembrano fallire quando tentano di comunicare l’angoscioso conflitto dell’animo umano con la sua parte più oscura. La cinepresa è superflua. Chi ha letto Poe lo sa bene, la sua narrazione è un climax, che parte da un “non detto”, incuriosisce il lettore e lo guida giù – in soggettiva – nelle segrete della psiche per corridoi bui e umidi. Oggi, a dispetto dell’uniforme da ufficiale elisabettiano di Alain Delon, ci si accorge di quanto Poe è mai attuale e cinematografico: a duecento anni dalla nascita (Boston 1809) – e a centosessanta dalla morte (Baltimora 1849) – il genio di Boston è riuscito a trasformare in racconti quelli che i più liquiderebbero come disturbi della mente, salvo poi appassionarsi quando li vedono narrati sotto forma di telefilm o di reportage giornalistico.

Ne è convinto anche lo scrittore americano Michael Connelly, curatore dell’antologia Nel cuore del buio (Piemme, 416 pp, 19 euro), dove i racconti di Poe sono intervallati dai commenti dei più grandi giallisti della Mistery writers of America. «Le sue storie hanno molto senso visivo, anche quando descrivono quello che sta accadendo nella mente di un personaggio – dice a Finzioni l’inventore del detective del Lapd Harry Bosch – Poe è stato il principale esperto in materia di distruzione e rovina, i suoi racconti ne sono pieni. In secondo luogo scrive di cose che attingono alle nostre paure e scatenano la nostra immaginazione. Quando uno scrittore riesce ad accendere un proiettore nella testa del lettore, il resto è fatto. Perché un lettore pienamente coinvolto nella trama riuscirà ad andare oltre e più esplicitamente a quello che c’è semplicemente sulla pagina. Penso che sia questo a decretare il successo di Poe al cinema». Ma anche a teatro, dato che due anni fa la compagnia British PunchDrunk ha inscenato tra il pubblico del Battersea Arts Centre di Londra La maschera della morte rossa, mascherando gli stessi spettatori come nel racconto e ottenendo un successo strepitoso. O nella musica, visto che Lou Reed produsse un doppio album di canzoni ispirate a Poe chiamato The Raven (Il corvo). Per non parlare delle opere di Debussy, Rachmaninov, Philip Glass e Alan Parsons Project o della letteratura contemporanea, dove addirittura uno dei personaggi di Connelly firma i propri omicidi con i versi dello stesso Poe.

Il debito artistico con l’autore dei Racconti del terrore è inestinguibile (non a caso in America gli hanno dedicato un premio per la narrativa di genere). Se poi diamo un’occhiata ai giornali, vediamo che anche la realtà quotidiana non ha nulla da invidiare alle storie macabre compilate quando era redattore nel 1835 al Southern Literary Messenger di Richmond. Gente che viene seppellita in casa dopo essere stata assassinata come ne Il gatto nero. Poliziotti beffati come ne La lettera rubata. Racconti che scandagliano l’intelligenza umana, nè horror, né gotici, né polizieschi. Allora come possiamo definire Poe? «È difficile definirlo con degli standard odierni che classificano romanzi e scrittori in base alla loro prima pubblicazione – afferma Connelly – Poe ascoltava la sua musa e batteva un campo su cui nessuno aveva messo piede prima, così seguiva il suo istinto e scriveva storie che toccavano più generi». Eppure la sua profonda analisi psicologica e l’ambientazione lo fanno sembrare molto europeo (Poe aveva studiato in Gran Bretagna dal 1815 al 1817): «Non sono certo di cosa renda europeo uno scrittore. C’è una certa percezione del Vecchio Continente nelle sue storie, che sono state scritte quando metà degli Stati Uniti non era stata nemmeno colonizzata, per cui penso che come scrittore guardasse all’Europa per trovare ispirazione dal punto di vista letterario».

Andrea Rinaldi