dalla carta alla pellicola Dalla carta alla pellicola e ritorno

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Attualità & Approfondimento / Dalla carta alla pellicola e ritorno

Irvine Welsh abbandona temporaneamente la scrittura per andare a piazzarsi dietro la macchina da presa: l’autore di Trainspotting dirigerà The Magnificent Eleven, una storia che, riprendendo la struttura de I magnifici sette, narra le gesta di una squadra di calcio dilettantistica alle prese con cibo indiano e gruppi minacciosi di hooligan. Una sorta di western in chiave calcistica, in cui i cowboy sono i giocatori e gli indiani sono i ragazzi di un ristorante tandoori. Quello di Welsh non è che l’ultimo prestito della narrativa al cinema, una tendenza da sempre in atto, una tentazione a cui molti scrittori hanno ceduto nel corso della loro carriera. Chi costruendo sceneggiature (Carlo Levi, Vincenzo Cerami, Michael Crichton, Cesare Zavattini, John Fante, solo per citarne alcuni). E chi mettendosi a impartire ordini sul set: è stato così per Paul Auster, che nel 1998 ha diretto Lulù on the bridge e nel 2006 ci ha riprovato con The Inner Life of Martin Frost, una pellicola che l’anno dopo ebbe l’onore dell’anteprima alla Berlinale. Sono venuti poi Alessandro Baricco e il suo Lezione 21 e prima Michel Houellebecq con La possibilità di un’isola, Pierpaolo Pasolini e l’eclettico Mario Soldati.

Più indietro ancora c’è stato Giulio Petroni, il quale, ha alternato in più fasi la penna e il ciak per poi tornare alla narrativa con una sorprendente veste indie. Nato nel 1920, medaglia d’argento della Resistenza, Petroni nel 1961 è stato baciato dal successo del suo esordio letterario con Feltrinelli, La città calda, che tra l’altro gli valse anche un paio di processi per oscenità. Prima si era dedicato alla realizzazione di documentari politici e nel 1959 diresse La cento chilometri a cui seguirono altri film prima di finire alla Rai. Nel 1968 diresse Lee Van Cleef e John Phillip Law nel suo spaghetti-western Da uomo a uomo: la rabbia che spinge il protagonista a vendicarsi dei genitori uccisi ha folgorato Tarantino, dandogli l’idea per il suo Kill Bill. L’anno dopo Petroni fece recitare sul set di Tepepa addirittura Tomas Milian e Orson Welles, ma la pessima prova di Labbra di lurido blu lo hanno riportato alla letteratura: ha fondato la sua casa editrice, la Dalia editori, e continua a sfornare romanzi, racconti e saggi. Visitando il sito si può trovare (e acquistare) un pamphlet sulla tv spazzatura (Trash), analizzata nei suoi casi esemplari tutti italiani, il noir La strega di Colobraro, giunto alla sua seconda edizione, il romanzo d’amore Il rivale e attacchi ragionati a personaggi come Vittorio Sgarbi (Sgarbo a Sgarbi) o sassolini tolti dalla scarpa come Le ceneri del cinema italiano, perché come sostiene Petroni stesso «l’autore ha cambiato il mezzo – la macchina da scrivere invece della cinepresa – ma non la tecnica narrativa».

Andrea Rinaldi