La Digiteca di Finzioni #14

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Francesco Bonami, Si crede Picasso (Mondadori, € 9,99, Adobe DRM)

Da quando un tizio di nome Marcel Duchamp decise di esporre un orinatoio in un museo, l'umanità si rivolge sempre la stessa domanda: cos'è arte? Chi decide cosa lo è e cosa no? Quanti degli artisti di tutto il mondo che (appunto) si credono Picasso hanno davvero i titoli per farlo?

Il libro di Francesco Bonami prova a rispondere a queste domande. Lo fa sviscerando a colpi di vetriolo e soda caustica alcuni grandi nomi dell’arte novecentesca (e oltre).  Non che non siano bravi, premette lui. Solo che non sono artisti. A Picasso che fosse un artista glielo si leggeva in faccia. Siamo sicuri che a un Jackson Pollock, a una Louise Bourgeois o a un Edward Hopper glielo si legga allo stesso modo?

Di fronte a un libro come questo i casi sono due: o ci troviamo davanti a un dilettante incompreso prodigo di livore verso chi ha avuto più successo di lui, o un intenditore che cerca di farci capire come certi miti siano abbondantemente sopravvalutati. In mio soccorso arriva Wikipedia, che cito testualmente: “Bonami è attualmente Manilow Senior Curator al Museum of Contemporary Art di Chicago, e Direttore Artistico della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino), di Pitti Immagine Discovery (Firenze) e dell'Azienda Culturale Villa Manin (Codroipo)”. Tra l’opzione uno e l’opzione due direi che a questo punto non c’è battaglia.

Marta Traverso

Michela Murgia, Ave Mary (Einaudi, € 9,99, Adobe DRM)

Ave Mary, e la chiesa inventò la donna è un libro di "esperienza e non di sentenza", nel quale  Murgia, teologa e religiosa, analizza la mistificazione della figura biblica della Madonna operata dalla Chiesa Cattolica nel corso dei secoli, mettendo in rapporto diretto la lettura "maschilista" delle Sacre Scritture alla condizione di subalternità e inferiorità sociale in cui vivono le donne oggi.

Ogni riflessione parte da episodi di vita vissuta e si focalizza sulla rappresentazione del femminile offerta dalla pubblicità, dalla televisione e dai modelli culturali contemporanei: la narrazione mediatica della morte femminile che passa soprattutto per l’immagine della donna ammazzata, vittima; la convinzione che la donna, a differenza dell’uomo sia per sua stessa natura portata a ruoli di assistenza e di servizio; l’assenza di un immaginario di vecchiaia e di morte femminili che sia dignitoso e la conseguente ricerca della bellezza eterna.

Insomma, per restare in tema biblico, "niente di nuovo sotto il sole" e forse è proprio questo il limite di Ave Mary: è tutto vero ma è tutto già stato detto e anche meglio. Questo mix di memoria personale, nozioni teologiche e cultura pop non funziona e corre il rischio di appiattire e banalizzare una questione che meriterebbe più accuratezza. E' vero che Murgia ha dichiarato di volersi rivolgere "a tutte le donne" e di aver per questo scelto un approccio pratico e immediato ma forse non ha ben in mente chi sono i suoi lettori reali e cosa si aspettano. Chi è arrivato come me a Ave Mary dopo Accabadora non può che rimanere deluso, non trovando più quella capacità di parlare di un tema urgente e attuale con la sensibilità e la profondità che caratterizzava l'opera precedente.

Viviana Lisanti

La Redazione

Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il nostro orgoglio sta in quelle che abbiamo letto

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