La Digiteca di Finzioni #7

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Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana (Edizioni e/o, € 12,99, Adobe DRM)

(Tratto da una vita improvvisamente piena di possibilità)

Scene di vita familiare: prozia zitella telefona a mia mamma e pronuncia la seguente frase: «Insomma, perché la Marta non va mai a Rapallo al Premio Donna Scrittrice? Quest'anno ha vinto una più giovane di lei, mentre lei non ha ancora pubblicato niente».

Traduzione di una: Viola di Grado, che alla faccia dell'età ci teletrasporta con la mente a Leeds, tanto che il clima rigido dei suoi inverni ci penetra fin nelle ossa. Camelia non si è mai abituata ai lunghi e freddi inverni britannici. In compenso ha capito quanto è liberatorio violentare stoffe con un paio di forbici e quanto è difficile imparare il cinese. Camelia cuce insieme tessuti, colori e sensazioni con la dedizione di un chirurgo. Inietta colori su colori, dal verde pallido di una stoffa al rosso del suo stesso sangue. Ideogramma dopo ideogramma, racconta le storie da cui cerca di fuggire.

Racconta di sua madre, chiusa in un mondo dove si parla solo con il movimento degli occhi e le increspature delle labbra. Racconta di Wen, che la ama ma la respinge. Racconta di Jimmy, che la possiede ma non la ama. Racconta di Lily, che è morta o forse no.

Una lingua fatta di chiavi, matrici da cui si espande un infinito numero di ideogrammi. Da una stessa chiave si ricava una moltitudine di parole. Chiave di nome: oscurità. Chiave di errore: oro. Chiave di colore: coltello.

Ps. Quello che avrei voluto rispondere alla prozia zitella ve lo racconto la prossima volta.

Marta Traverso

Yuri Herrera, La ballata del re di denari (La Nuova Frontiera,  € 6,99, Watermark)

Un centinaio di pagine appena, un distillato concentratissimo di immagini e sensazioni forti. E con un'idea che dall'inizio alla fine prende il lettore alla gola e non lo molla più: la vita non vale niente, no vale nada la vida. E quando dico dall'inizio intendo proprio dalla copertina, che l'editore ha sapientemente illustrato con una calavera di José Guadalupe Posadas, perfetta icona di una morte che cammina tra i vivi. 

Un romanzo epico i cui protaginisti non hanno nomi, in cui non esiste una geografia, e il tempo è scandito solo dai morti ammazzati. Cosa resta?

Restano le pennellate di una scrittura davvero distillatissima, parole minime e incisive come spine di cactus, frasi brucianti come un caballito di tequila o di sotol. Resta l'Allegoria: vasta, aperta, capace di adattarsi al lettore ed anzi richiedendone l'attiva partecipazione. Resta lo sviluppo di un personaggio e del suo sguardo sul mondo circostante (grazie agli occhiali che il Dottore gli fornirà): nelle riflessioni di stomaco dell'Artista c'è, in nuce, tutto: un'idea di Libertà, una definzione di Dignità, un'articolazione di Arte e Potere, un embrione di Amore, un'accettazione di Responsabilità. Così, in maiuscolo, a segnalare la forza e l'universalità di concetti che trascendono lo spazio e il tempo. Nell'estremo lembo della vita, quello che confina con la Morte che ride, non esitono relativismi perché, semplicemente, non esitono valori. La vida no vale nada. Ma la letteratura sì. Questo resta, alla fine del libro.

eFFe

La Redazione

Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il nostro orgoglio sta in quelle che abbiamo letto

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