Lee Siegel | Homo interneticus

Pessimismo e fastidio. Ma anche no.

I tempi sono caldi – in Italia, e sulla Rete – e bisogna mantenere i nervi saldi e sapersi orientare nella confusione. Ottobre poi, come cantavano gli U2, è il mese in cui i reami cadono, si sfaldano gli imperi. Da quando è morto Steve Jobs (a proposito, avete sentito del suo alter ego proletario, Steve Workers? Pare che su Twitter stia dilagando) è tutto un proliferare di agiografie che rasentano il ridicolo, se non il sacrilego. Si è persa la bussola. Il Grande Timoniere Mao diceva: «Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente». Proviamo a raccapezzarci allora.

Ci aiuta il critico culturale (in America è proprio un lavoro, tipo l'imbianchino, ma meno divertente) del New York Times Lee Siegel, di cui quest'estate è uscito in Italiano per i tipi di Piano B Edizioni Homo interneticus. Restare umani nell'era dell'ossessione digitale, con una prefazione di Luca De Biase. Pessima traduzione, peraltro, del titolo dal vago sapore luddista Against the Machine: Being Human in the Age of the Electronic Mob. Il libro è uscito tre anni fa in America, anche sull'onda di una vicenda un po' imbarazzante che vide protagonista lo stesso Siegel. Ed è un libro che si sintetizza bene con la frase in cima al post: "Pessimismo e fastidio. Ma anche no".

Il critico si pone una domanda complessa: che tipo d'influenza esercita la Rete sulle nostre vite quotidiane? E di fronte all'ottimismo dilagante di chi ci vuole felici consumatori di prodotti innocui, o allegre guardie bianche di una rivoluzione culturale che nessuno controlla (nessuno??? E questi chi sono allora???), Siegel scaglia delle belle frecciate:

Nel caso di Internet, la domanda è se lasceremo che questa eccezionale opportunità – che, come vedremo, è stata finora largamente sviluppata al servizio del commercio e del capitale – ci modelli in relazione ai suoi bisogni o sia messa a servizio dei nostri […] *

Adagiate nel linguaggio razionale e razionalizzante degli affari, i dislocamenti, le distorsioni e i disorientamenti del Web rimangono non visti e non esaminati.

Siegel ammette senza esitazioni che Internet è probabilmente la più radicale trasformazione della vita privata e pubblica nella storia dell'umanità e non tarda ad elencare i benefici della Rete, senza i quali il suo stesso libro non sarebbe stato scritto così in fretta. Ma visto che Internet di estimatori entusiasti ne ha già troppi, lui s'incarica di rivestire il ruolo di bastian contrario:

La gente ora si aspetta che la propria vita interiore sia esibita, invece di essere rivelata. La verità o la falsità di fatti presentati come tali nel corso di una performance non è mai sotto questione […] Tutta questa gente, per la maggior parte giovane […] corre on-line e cerca di vendere – visto che l'attenzione è diventata un nuovo tipo di introito – qualsiasi cosa sia a portata di mano: un animale domestico col singhiozzo o un ricordo inventato. Esibirsi e fare affari sono diventati la stessa cosa.

Dunque la dissolvenza incrociata tra sfera privata, sfera pubblica e sfera economica è uno dei temi centrali del libro di Siegel, che lui declina in molti modi: spiegando, per esempio, come il cittadino sia prima diventato *solo* utente e poi persino prosumerarrivando così a usare il proprio tempo libero per esporre la propria vita sulla Rete. Ma non è l'unico tema: Siegel, col la penna avvelenata, si avventura ad esplorare il passaggio da una cultura popolare a una cultura della popolarità – Facebook anyone?

Pessimismo e fastidio: la Rete è anche rete che ti cattura, come il pesce che poi finisce nell'acquario. E i soliti noti ci guadagnano.

Ma anche no: la Rete può diventare strumento di liberazione e crescita, se la usiamo criticamente. Per esempio, svelandone le trappole. 

eFFe

* NDR: Tutte le citazioni sono traduzioni mie effettuate direttamente dall'edizione statunitense, dunque possono discostarsi dal testo pubblicato da Piano B Edizioni.

eFFe

eFFe sarebbe un antropologo, ma ha lavorato come lavapiatti, professore, pubblicitario, ghost-writer e sandwich-man. Di conseguenza non crede che un uomo possa essere definito dal lavoro che fa, ma solo da come lo fa.

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