Marshall McLuhan | Aforismi e profezie

Le pecore e gli androidila rubrica dedicata a indagare le trasformazioni della contemporaneità a partire dai libri che le spiegano, non poteva che cominciare con un doveroso omaggio a Marshall McLuhan, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita. Ché magari qualcuno ancora non lo sa, ma espressioni come "il villaggio globale" e "il mezzo è il messaggio" le ha inventate lui!

Sociologo della comunicazione, massmediologo ante litteram, genio visionario, ciarlatano, "l'imbecille più convinto del suo tempo" secondo quel buontempone situazionista di Guy Debord: il povero Marshall se n'è sentite dire di tutti colori. E a quest'altalena di giudizi contribuiva lui stesso con un comportamento certo poco ortodosso per un professore. Ve lo ricordate in Io e Annie di Woody Allen?

Per cominciare a conoscerlo senza stare a preoccuparsi di complicatissimi concetti semiotici e sociologici, si può partire dall'antologia curata da Marco Pigliacampo per Armando Editore (che di McLuhan ha pubblicato un macello di roba!): Marshall McLuhan. Aforismi e profezie.

Ottocento e passa aforismi, tra il tagliente e il profetico, che rendono bene lo stile di McLuhan, uomo coltissimo eppure sempre attento agli aspetti popolari delle sue teorie – o meglio, alla diffusione delle stesse tra il numero maggiore di persone. Un po' come gli approcci leggeri ai contenuti pesanti di Finzioni, si parva licet componere magnis!

Qualche esempio?

Sugli intellettuali: «Un vero intellettuale possiede una cultura decisamente superiore, media e soprattutto inferiore»

Su mezzi e messaggi: «Chi persiste nell'equivoco di considerare i mezzi tecnologici come neutrali esprime il narcisismo di chi è già ipnotizzato e assunto in una nuova forma tecnica»

Sulla cultura: «La verità è che non siamo legati ad alcuna singola cultura più quanto non lo siamo a un solo libro»

Una profezia (che a noi in Redazione ci piace molto!): «Siamo i primitivi di una nuova cultura»

Il libro è arricchito da una breve e interessante introduzione, un apparato di note che spiega la provenienza di ogni citazione alla fine di ogni sezione, una scheda bio-bibliografica e soprattutto da una brevissima quanto profonda postfazione di Derrick de Kerckhove (che rivedremo presto su queste pagine). Lo studioso partenopeo-canadese lo dice bello chiaro e tondo: «McLuhan è perfetto per i nostri tempi, non solo per la sua valutazione incredibilmente predittiva dell'Era dell'Informazione, ma anche perché il suo stile è più adatto alla predisposizione mentale dei lettori di oggi che di quelli del suo tempo».

McLuhan, il primo Finzioniano della storia!

eFFe

eFFe

eFFe sarebbe un antropologo, ma ha lavorato come lavapiatti, professore, pubblicitario, ghost-writer e sandwich-man. Di conseguenza non crede che un uomo possa essere definito dal lavoro che fa, ma solo da come lo fa.

2 Commenti
  1. Caro eFFe, come ben sai McLuhan è uno dei miei personalissimi miti… perciò non posso che A-DO-RA-RE il fatto che tu abbia iniziato al nuova rubrica con il baffutissimo Marshall! Evviva! (il primo finzioniano della storia…doppio evviva!!)

  2. In realtà c’è un’unica vera cultura, è non è quella che associa, all’ignoranza, la cattiveria. Non è nemmeno quella che accumula nozioni scambiando il comprendere con l’apprendere. La vera cultura sa riconoscere le contraddizioni, quando sono presenti al suo interno o al suo esterno, ed è capace della sintesi che sa ricondurre ai princìpi tutti gli effetti conseguenti a quegli stessi princìpi. La vera e anche unica cultura deve necessariamente avere carattere di universalità, il che significa che sa procedere dai princìpi universali ai loro effetti e quegli effetti sa ricondurre ai princìpi. L’unica vera cultura, che conosce la sfera causale dell’esistenza, riconosce anche la necessità di attualizzare nella propria vita ciò di cui ci si è resi consapevoli attraverso il sacrificio dei propri interessi materiali. La vera cultura è la cultura dell’amore, ed è priva di ipocrisie. La vera e unica cultura non deriva dalla lettura di libri né dallo studio, ma dall’onestà interiore che si manifesta nelle azioni e nelle parole.